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UN TRIBUNALE PERMANENTE CONTRO I CRIMINALI DI GUERRA
 

SOMMARIO: Emma Bonino, Commissario europeo per gli aiuti umanitari, sostiene l'importanza di una Corte penale internazionale come deterrente contro crimini atroci e genocidi: qulla che fino a ieri sembrava un'utopia, può divenire realtà. (da Il Corriere della Sera del 17 agosto 1997 di Emma Bonino)


Verso il "diritto d'ingerenza giudiziaria"

Il recente processo-farsa di Pol Pot, giudicato dai suoi ex-complici e quindi "esperti" in genocidio, secondo un rituale che richiama alla mente i processi staliniani o la rivoluzione culturale cinese, e l'impunità sostanziale di cui continuano a godere Karadzic e Mladic hanno di nuovo posto la questione dell'assenza di una giustizia internazionale che possa giudicare gli artefici dei più orribili crimini contemporanei.

Questo nostro secolo, per molti versi straordinario, è destinato a restare nella storia anche per alcune delle più grandi carneficine cui l'umanità abbia mai dovuto assistere. Al di là delle guerre, i genocidi ed i crimini contro l'umanità si sono susseguiti con scoraggiante regolarità: dagli Ebrei agli Armeni, ai Curdi, ai Cambogiani, fino agli eccidi compiuti nella ex Jugoslavia o nella regione dei Grandi Laghi. Auschwitz resterà probabilmente il simbolo di un secolo in cui l'uomo, nonostante i progressi della scienza e della tecnica, non ha smesso di sterminare e di torturare i suoi simili.

Qualche segnale incoraggiante comincia per la verità ad intravedersi, almeno per quel che riguarda l'opinione pubblica. Sebbene ancora rassegnata alla guerra, l'umanità non sembra per fortuna disposta ad accettarne tutti i suoi orrori e respinge con forza le uccisioni di persone inermi, le deportazioni, i campi di sterminio, la "pulizia etnica", le torture, gli stupri, il terrore utilizzato per fiaccare la resistenza delle collettività. Finiti i combattimenti, tutti hanno voglia di dimenticare e pensare all'avvenire, mettendo le atrocità accadute sul conto dell'odio e del fanatismo generato dalla guerra stessa. Occorre invece punire i delitti, ristabilire un minimo di giustizia, se si vuole che la pace raggiunta posi su basi solide e non sia una semplice tregua in attesa della rivincita. L'impunità genera desiderio di vendetta e, prima o poi, nuove guerre. Senza i tribunali di Tokyo e Norimberga che, all'indomani dell'ultimo conflitto mondiale, hanno stabilito con alcuni casi emblematici il principio della responsabilità per i crimini commessi in tempo di guerra, non sarebbe stato così facile riconciliare il mondo intero con le popolazioni tedesca e giapponese.

Un principio che è essenziale difendere è che in nessun caso la natura collettiva dello scontro bellico può fare da schermo alle responsabilità individuali. E del 13 luglio 1992 la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU che, di fronte al moltiplicarsi della notizie sulle atrocità commesse nella ex-Jugoslavia, ammoniva i belligeranti- soldati e miliziani - ricordando che le persone che commettevano o ordinavano di commettere gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra sul diritto umanitario erano da considerarsi "individualmente responsabili di tali violazioni".

Un largo consenso esiste da tempo in seno alla comunità internazionale circa la necessità di perseguire i colpevoli di crimini contro l'umanità. Tanto che già nel 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite affidava alla Commissione per il diritto internazionale l'incarico di studiare l'istituzione di una Corte penale internazionale permanente. Fu la guerra fredda, in seguito, a congelare alcuni progetti di statuto di una Corte penale internazionale elaborati nei primi anni cinquanta dai Comitati ad hoc delle Nazioni Unite. La condanna degli anni Settanta del militare americano Calley , da parte di un tribunale statunitense, per l'eccidio di My-Lai in Vietnam, resta un caso unico di condanna da parte di tribunali nazionali di propri cittadini colpevoli di crimini contro l'umanità ai danni di popolazioni "nemiche".

Ci sono voluti la caduta del muro di Berlino ed il proliferare di conflitti locali sempre più atroci per creare le premesse di quello che viene ora definito il "diritto d'ingerenza". Ingerenza non solo umanitaria e militare ma anche giudiziarie. Sono nati così, per decisione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, prima il Tribunale ad hoc per i crimini perpetrati nella ex- Jugoslavia (1993) e poi quello relativo al Rwanda (1994). Una novità assoluta, anche rispetto ai tribunali di Tokyo e Norimberga. Per la prima volta , infatti, non sono i vincitori a giudicare i vinti, ma è la Comunità internazionale a chiedere conto ai combattenti dei propri comportamenti, proprio quando stanno per deporre le armi.

Lo scetticismo da cui era inizialmente circondato il tribunale per la ex-Jugoslavia à stato smentito dai numerosi atti d'accusa emanati nei confronti degli stessi leader serbo-bosniaci, poi da alcune risoluzioni del Consiglio di sicurezza che ribadiscono come l'obbligo di conformarsi alle richieste del Tribunale costituisca un elemento essenziale degli accordi di pace, infine dai recenti blitz delle truppe NATO volti ad assicurare alla giustizia alcuni degli incriminati. Ormai, malgrado i limitati poteri di cui dispone il Tribunale quanto alla possibilità di fare eseguire i suoi mandati d'arresto, nessuno degli incriminati si sente sicuro dell'immunità.

L'attività dei due tribunali ad hoc, mostrano che l'ingerenza giudiziaria può funzionare, ha rilanciato in seno alle Nazioni Unite l'idea di istituire una Corte penale internazionale permanente. E del dicembre scorso la risoluzione dell'assemblea Generale che chiede la Convocazione di una Conferenza internazionale entro la fine del 1998 per istituire tale Corte. L'Italia si è già dichiarata pronta ad ospitare la Conferenza diplomatica.

Certo problemi delicati di natura politica e giuridica restano ancora da definire: la determinazione del tipo di crimini sottoposto alla giurisdizione della Corte, la nozione stessa di aggressione, i meccanismi di attivazione della Corte, il tipo di cooperazione tra la Corte e le giurisdizioni nazionali. Ci sono anche le inevitabili e prevedibili riluttanze di alcuni Stati. Ma il momento appare quanto mai favorevole. E indispensabile appare l'impegno di tutti coloro che credono nel valore del rispetto delle regole di diritto perché l'occasione non vada perduta.

E questa dell'istituzione della Corte non affatto scontata, d'altronde, una delle battaglie principali in cui si è impegnato dall'inizio di questo decennio il Partito radicale transnazionale, assieme a un'associazione ad esso collegata, "non c'è Pace Senza Giustizia". La mia esperienza di Commissaria europea agli aiuti umanitari ha poi rafforzato la mia convinzione che la Corte penale permanente è il miglior deterrente contro quei crimini che sono alla radice delle grandi emergenze umanitarie contemporanee. Credo sia essenziale battersi con passione ed entusiasmo facendo allo stesso tempo prova di realismo. Non è indispensabile che la Corte abbia subito una competenza ampia ed esclusiva: ciò che importa è stabilire un principio di responsabilità e di giustizia su scala internazionale. La storia, l'esperienza e, si spera, la saggezza degli uomini, porteranno a compimento la realizzazione di quella che fino a ieri sembrava utopia.

 


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