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Lettera aperta al Presidente del Consiglio, di Emma Bonino

Caro Presidente,

nei prossimi giorni, se tutto andrà come i fatti fanno prevedere, migliaia di profughi ruandesi scampati ai colpi dei machete prima, e al colera e alla disidratazione dopo, saranno respinti nelle terre da cui vengono. Il risultato di questa decisione, per molti versi necessaria, tuttavia produrrà due conseguenze nefaste. La prima: il colera e le altre malattie infettive che hanno ucciso migliaia di profughi, e che non sono state debellate, si espanderanno in tutto il resto del territorio, completando lo sterminio. La seconda: il nuovo regime, che ha rivolto un appello affinché la popolazione rientri, ha già annunciato che punirà esemplarmente tutti coloro che si sono macchiati dei reati più gravi. E' prevedibile che centinaia di hutu verranno "giustiziati", magari dopo un processo sommario. E' una storia che si ripete ciclicamente nei paesi africani, ogni volta che un colpo di Stato spazza via il vecchio regime e lo sostituisce con un altro; ogni volta che scoppia una guerra civile. Queste situazioni, a nostro giudizio e come è scritto nella risoluzione approvata in queste ore dalla Camera e dal Senato, costituiscono "una minaccia alla sicurezza mondiale e rientrano nelle competenze del Consiglio di Sicurezza sulla base del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite". Per il Ruanda, come per la ex-Jugoslavia, occorre l'istituzione di un tribunale internazionale che si occupi di perseguire i colpevoli di tremende atrocità, subordinando il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato al rispetto della dignità e dei diritti umani. Un tribunale che non ricorra in nessun caso alla pena di morte, come è già per il tribunale ad hoc sulla ex-Jugoslavia, e come sarà per quello permanente, secondo la bozza che è stata predisposta per l'approvazione da parte dell'Assemblea Generale dell'Onu, che inizia i suoi lavori a settembre. Con una straordinaria adeguatezza alla sfida della violenza, della ferocia etnica, della barbarie incontrollata, abbiamo proposto al governo italiano di farsi promotore, presso le Nazioni Unite, anche di una richiesta di moratoria - cioè, di sospensione - delle esecuzioni capitali già decretate e di quelle che ancora non lo sono. La risoluzione, presentata su iniziativa dell'associazione internazionale "Nessuno tocchi Caino", è stata approvata all'unanimità dalla Camera dei deputati e dal Senato. Se entro il 20 agosto, il governo italiano ne chiederà la messa all'ordine del giorno alle Nazioni Unite, automaticamente a settembre, o nei mesi successivi, se ne dovrà discutere. Purtroppo, per una decisione imprudentemente diplomatica o forse per vieto realismo politico, il sottosegretario agli Esteri presente in aula ha sostituito il vincolo perentorio della data del 20 agosto con la formula "in tempo utile". Con questo ha consegnato la decisione di discutere la proposta ad altri che al governo italiano, e ha reso estremamente difficile a noi la preparazione di una grande mobilitazione internazionale in suo sostegno. Se è stato fatto il calcolo di entrare a fare parte del Consiglio di Sicurezza con il voto favorevole dei paesi africani (tutti per lo più favorevoli alla pena di morte), è chiaro che la nostra risoluzione può creare dei problemi. Tuttavia, vorremmo chiedere al governo: se abbiamo paura del Burundi o di altri, come pensiamo di andare a fare parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Per questa strada, temo che perderemo tanto il voto del Burundi che le battaglie per il diritto internazionale. Ci pensi, signor Presidente, e prenda una decisione per tempo. Per parte nostra, da abolizionisti, da radicali, da riformatori, da nonviolenti, ci mobiliteremo per aiutare lei a decidere al meglio.

Emma Bonino

Roma, 6 Agosto 1994.

 


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