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GENOCIDIO E INDIFFERENZA. "IO
COMMISSARIA EUROPEA ACCUSO L'OCCIDENTE"
SOMMARIO: La Commissaria
Europea Emma Bonino interviene sull'Unità con un articolo in cui
denuncia la grave situazione in cui sono costretti i profughi.

14 novembre 1996
Gisenyi (Ruanda). Qualcuno se lo sarà chiesto. Perché mai, dopo avere
urlato in faccia al mondo intero per due settimane la mia angoscia per
la sorte dl oltre un milione di profughi "perduti nello Zaire
orientale", quando finalmente sono giunta (martedì 12 novembre alle
due del pomeriggio) al posto di frontiera da cui si accede alla
provincia zairese del Kivu - teatro della tragedia umanitaria in corso
- io, commissario europeo per gli aiuti umanitari, ho girato sui
tacchi e sono tornata indietro? Perche proprio nel momento in cui la
guardia di confine ruandese sollevava davanti a me la sua sbarra di
ferro, ho capito che il mio "sconfinamento" in quel pezzo di
territorio zairese conquistato da un esercito senza volto, che bracca
come selvaggina un milione di esseri umani e impedisce alla macchina
umanitaria di fare il suo dovere, non poteva produrre nulla di buono.
Al contrario. Indignata come sono della lentezza con cui la comunità
internazionale reagisce di fronte a questo nuovo conflitto, aperto a
colpi di mortaio contro campi profughi protetti dalle bandiere
dell'Onu, ho deciso di correre in Zaire e in Ruanda, e se necessario
anche nel Kivu, con lo scopo principale di accrescere la pressione -
politica, mediatica, psicologica - sul Consiglio di sicurezza e
ottenere al più presto quella forza multinazionale che sola può
garantire la ripresa di corridoi umanitari e il salvataggio di molte
centinaia di migliaia di vite umane. Non solo le vite dei profughi
hutu ruandesi sconfinati nel '94 insieme ai responsabili del genocidio
ma anche le vite di svariate centinaia di migliaia di civili zairesi,
messi in fuga dall'offensiva scatenata in tutto il Kivu da un'ignota
quanto efficace armata di "ribelli". Sono corsa in Ruanda anche perché
da due settimane mi inseguono due sospetti tremendi. Il primo è che
l'obiettivo finale dell'indecifrabile conflitto in corso, questa
colossale spedizione punitiva contro i campi del Kivu trasformati in
cittadelle dell'estremismo hutu "genocidario", sia in realtà un
contro-genocidio, non fosse altro che per fame, più terribile ancora
del primo, e che questo progetto sia stato concepito e si svolga
adesso con l'implicito benestare di un certo numero di governi e di
organismi internazionali. Le prime, incontrollabili notizie che
giungono da oltre la cortina di ferro che i "ribelli" hanno eretto
attorno al Kivu alimentano il primo sospetto. La melina diplomatica in
corso alle Nazioni Unite alimenta il secondo. Tornata a Kigali per la
terza volta in meno di due anni, ho rivisto lunedì i massimi dirigenti
ruandesi, esponenti di un regime etnicamente minoritario, perché
dominato dai tutsi, ma moralmente legittimato perché il suo atto di
nascita e la vittoria militare sui "genocideurs" nel '94. Nel loro
atteggiamento non mancano le ambiguità. Si dichiarano del tutto
estranei alla guerra del Kivu, ma offrono i loro buoni uffici con
Laurent Kabila, il capo ribelle zairese che dalle città "liberate",
Bukavu e Goma, già si propone di marciare su Kinshasa. Mi chiedo se in
miei interlocutori si rendano conto che puntare alla destabilizzazione
dello Zaire è un gioco pericolosissimo. Nel delicato processo di
democratizzazione dello Zaire, che dovrebbe concludersi l'anno
prossimo con libere elezioni e l'archiviazione dell'era Mobutu,
IUnione Europea ha investito molte energie e 75 milioni di dollari.
(Sono passata per Kinshasa prima di venire qua, e gli zairesi non
hanno dubbi: il Ruanda ha aggredito lo Zaire e vuole condizionare a
cannonate il dopo-Mobutu). Quanto alla sorte dei profughi Hutu,
cittadini ruandesi, il governo di Kigali ha preoccupazioni politiche
prima che umanitarie: "Si liberino degli "intimidatori" che li tengono
in ostaggio, tornino a casa in massa e tutti i problemi finiranno". Un
milione di profughi hutu che rientrano tutti insieme in un paese
grande come una regione italiana e già stipato da 7 milioni di gente
affamata? Una parola. Nel viaggio in automobile da Kigali fino alla
frontiera con lo Zaire guardo le verdissime colline ruandesi coltivate
fino all'inverosimile, i campi di fagioli e granturco che coprono
financo cocuzzoli e scarpate, e i conti non mi tornano. Questo paese è
già un formicaio. Come si fa a ficcarci dentro un altro milione di
persone? A Gisenyi tutto è pronto per sostenere l'onda d'urto del
"ritorno massiccio" dei profughi, ma il posto di frontiera continua a
restituire gli hutu al ritmo di un contagocce - qualche decina al
giorno - e il centro di smistamento allestito a qualche chilometro
dalla città è quasi vuoto. No, i conti non tornano. Dicono a Kigali:
"I profughi sono tenuti in ostaggio dall'ex esercito ruandese e dalle
milizie estremiste". La spiegazione è plausibile per i 600 o 700mila
accerchiati dai ribelli in due sacche: il campo di Mugunga e la baia
di Sake, in riva al lago Kivu, dove l'assedio può trasformarsi in
sterminio per fame. Mancano ancora all'appello mezzo milione di
persone che avrebbero dovuto, una volta libere dalla morsa degli
"intimidatori", precipitarsi alle frontiere con il Ruanda per tornare
finalmente a casa. E che invece sfidano fame, piogge ed epidemie
marciando verso l'ignoto all'interno dello Zaire. Guardo il cielo, un
tetto basso di nuvoloni color del piombo, e penso che la decimazione
dei profughi è probabilmente già in corso. C'è solo da capire se ne
muoiano più di stenti o di rappresaglie. C'è chi sostiene che sono già
iniziate in vari punti del Kivu le operazioni di "triage", la
separazione dei colpevoli dagli innocenti, seguite da esecuzioni
sommarie. Anche questo lavoro sarebbe affidato ai "ribelli", sotto la
guida illuminata del loro capo Laurent Kabila. Ma chi è questo Laurent
Kabila che il governo ruandese, i suoi alleati o simpatizzanti tentano
in tutti i modi di accreditare come il liberatore del Kivu e il futuro
redentore dello Zaire? Il poco che so su questo personaggio lo devo
alle memorie africane di Che Guevara che nel 1965 trascorse, insieme a
130 volontari cubani, ben sette mesi su alcune montagne del Kivu
meridionale controllate da Laurent Kabila e dalla sua frazione del
movimento armato lumumbista. Il diario del Che, uno che di
rivoluzionari se ne intendeva, ci informa che Kabila comparve al
fronte solo cinque giorni (su sette mesi), portandosi dietro una cassa
di whisky e un numero imprecisato di giovani mulatte. I giudizi di
Guevara sono senza appello: Kabila viene incluso fra i rivoluzionari
che "hanno fatto della loro situazione una vera professione, un
mestiere a volte lucroso e quasi sempre comodo". Il dirigente cubano
imputa agli uomini di Kabila "indisciplina, atrocità, caratteristiche
parassitarie". Nella lettera dal fronte in cui preannuncia a Fidel
Castro il fallimento dell'impresa congolese, Guevara conclude:
"Conosco abbastanza Kabila per non farmi più illusioni...". Perché
l'attempato Kabila di oggi, miracolosamente risorto dopo 32 anni di
letargo, dovrebbe ispirare più fiducia di allora? Domenica scorsa,
dopo aver costretto gli operatori umanitari (ammessi a Goma ma tenuti
lontani dai campi e dalla gente in fuga) a depositare gli aiuti allo
stadio e andarsene, come avessero pagato un riscatto ai banditi,
Kabila si è lamentato di avere ricevuto solo medicine e biscotti. Non
gli avevano portato nemmeno una birra. Io sono pronta a incontrare
anche i signori della guerra e l'ho già fatto in Somalia: ma se mi
lasciano fare il mio dovere, che è quello di portare soccorso: a chi
ne ha bisogno senza alcuna condizione né forma di discriminazione.
Laurent Kabila e i suoi protettori non sembrano per niente interessati
ad aprire le porte del "Kivu liberato" a questo genere di aiuto. Le
autorità ruandesi si sono prese la libertà di compilare una lista di
organizzazioni non governative gradite a Kigali e quindi autorizzate a
operare... in Zaire. Le condizioni poste alle agenzie umanitarie
dell'Onu sono in contrasto con le regole che tali agenzie rispettano
nel resto del mondo. Quanto a me, avrei potuto girare per le strade
vuote di Goma, fumare una sigaretta con Kabila e con le altre tre
fazioni presenti, negoziare qualche piccolo avamposto umanitario, ma
solo dove dice lui. Quando arrivo davanti al posto di frontiera di
Gisenyi, con i giornalisti di mezzo mondo alle costole, e - come per
incanto - sbucano dal nulla e ci vengono incontro in fila indiana, con
i loro fagotti sulla testa, gli unici profughi rimpatriati della
giornata (meno di 50) fiuto la trappola e mi pianto lì come un mulo.
Mi assale un nuovo sospetto. Vuoi vedere che noi umanitari mandiamo
quattro gatti in Kivu e poi, quando finalmente arriva la forza
multinazionale, ce li troviamo in ostaggio dei "ribelli", ostacolo
alla rapidità dell'intervento? No, grazie. |