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Care amiche vi ringrazio di avermi invitato a questo incontro che
ha come tema la nonviolenza. “Women International for Peace” si
interessa attivamente al problema della pace, e mi avete
sollecitato a considerare questo come il tema essenziale
dell’impegno femminile, anche in questa parte del mondo. Non c’è
dubbio che la pace sia l’obiettivo finale cui dobbiamo volgere i
nostri sforzi. Ma attenzione: io credo che in questo nostro
impegno noi dobbiamo sciogliere e chiarire alcune questioni
preliminari, ad evitarci inganni e delusioni e frustrazioni
pericolose ed irrimediabili. La pace, lo sappiamo bene, non è un
concetto neutro, valido per tutti e tutte nelle stesse forme.
Tutti i belligeranti, almeno a parole e sempre con le migliori
intenzioni, vogliono la pace. Poi andiamo ad interrogarli e ci
accorgiamo che ognuno di essi la intende in un modo diverso,
spesso opposto. Nel concreto della politica, il termine ha
significati e contenuti diversi: ahimè. anche quando coinvolte o
attrici sono le donne. Ad esempio, nel conflitto Cecenia-Russia,
molto probabilmente le donne cecene vogliono “pace, più
indipendenza o autonomia”, e le donne russe vogliono “pace più
sicurezza più…Cecenia”; le donne kosovare volevano “pace più
autonomia”, mentre le serbe “pace più Kosovo, terra natale della
Serbia”, etc...
Nell’Irlanda del Nord per le une significava “pace più
cattolicesimo” (Mairead Corrighan), per le altre !pace più
protestantesimo” (Betty Williams). Entrambe ottennero il Nobel,
appunto per la pace: ma non perché si fossero reciprocamente
convinte nel merito, nei contenuti, quanto perché si misero
insieme e si trovarono d’accordo sul metodo: e il metodo era la
nonviolenza. Insomma dobbiamo partire dal fatto che nel mondo sono
esistiti ed esisteranno interessi diversi, in competizione se non
contrastanti: tra paesi e governi come anche tra persone e gruppi
organizzati; e che anzi - spesso - questa “competizione” è
positiva (pensiamo alla conflittualità di interessi tra impresa
pubblica e quella privata, o tra “padroni e operai”), a condizione
che gli interessi in conflitto vengano sostenuti - anche duramente
- con metodi legali. E, noi insistiamo, nonviolenti. Perché,
curiosamente, la nonviolenza li rende, insieme, duri e combattivi
e - tuttavia - componibili.
Di cosa parliamo dunque, quando parliamo di nonviolenza? Per
nonviolenza si possono intendere cose abbastanza diverse, anche se
storicamente legate. Per esempio, ogni volta viene chiesto se la
nonviolenza sia una semplice “tecnica”, oppure se sia una
concezione della vita, una “filosofia”, o magari una religione. in
Gandhi vi sono elementi di una vera e propria visione filosofica
unitaria, se non di una religione: la nonviolenza qui appare
legata con note concezioni hindu, o buddiste, quali il non
esercitare violenza sui viventi compresi gli animali, ecc.
Potrebbe, in questa accezione, non interessarci. Ma Gandhi fu
anche un politico, e se guardiamo bene le sue iniziative
nonviolente ci accorgiamo che esse erano fortemente politiche. Noi
possiamo benissimo separare questa parte del suo messaggio dal
background hindu, e vedere se esso resta adeguato ed utile alle
nostre esigenze. Del resto, alle origini della nonviolenza
gandhiana c’è anche l’insegnamento di un’Europa, anzi di
un’Inghilterra, laica, impregnata di socialismo umanitario,
libertario e non marxista, quello che fioriva tra Londra e
Manchester alla fine dell’ottocento, grazie al quale vennero
realizzate grandi riforme sociali, politiche ed economiche. Era
più o meno anche l’epoca e il clima intellettuale di Emmeline
Pankhurst, cioè del primo movimento di emancipazione delle donne.
Quella era l’atmosfera che il giovane Gandhi, arrivato in
Inghilterra per liberarsi dei “pregiudizi” religiosi, hindu,
orientali, e diventare un moderno avvocato impregnato della
civiltà britannica, incontrò a Londra, tra un brulicare di giovani
intellettuali e politici che dibattevano e lottavano per
realizzare le innovazioni sociali e culturali. Tra questi era
diffusa l’attenzione per la civiltà indiana, e proprio loro
cominciarono a rivalutare la nonviolenza, leggendola con occhi
europei, e magari anche con gli occhi di quel loro creativo
socialismo. Insomma, la nonviolenza gandhiana risente assai di una
sollecitazione politica, di stampo umanitario, attivistico, non
religioso e piuttosto pragmatico che era nella cultura della
migliore Europa democratica.
Questa è la nonviolenza che ha svolto una funzione eminente nelle
lotte dei movimenti per i diritti civili che, durante gli anni
’60, quelli della guerra del Vietnam per capirci, hanno
profondamente inciso nel volto della stessa America. Martin Luther
King o i “figli dei fiori”, cui si deve la promozione di grandi
battaglie per i diritti civili, dei neri, delle donne, dei gay,
dei diversi, dei disadattati, ecc., rispolverarono la nonviolenza
gandhiana riprendendola anche attraverso il percorso londinese, e
ne fecero uno strumento di lotta essenziale.
Strumento di lotta, e di iniziativa che non sostituisce gli altri
piu comunemente praticati, quando possibile: conferenze, riunioni,
discussioni, meeting etc.....anzi. spesso l’iniziativa nonviolenta
implica anche molte di queste attivita . Dunque, in primo luogo,
la nonviolenza non è passiva attesa, non è rassegnazione. Questo
aspetto, di carattere religioso, è stato sostituito dalla
consapevolezza che l’esercizio della nonviolenza - cioè, stiamo
attente al termine, della disobbedienza civile, dove
civile non significa bene educata, ma civica,
cioè alle leggi, che è ben altro - richiede coraggio a
volte anche fisico, ma anche intelligenza politica, una profonda
conoscenza di diritto e di leggi, e perfino un pizzico di astuzia,
di flessibile astuzia: perché il nonviolento deve essere così
abile da trarre in inganno sulle sue mosse gli avversari, coloro
che cercheranno di impedirgli di agire (e questo è un aspetto
essenziale, come cercherò di chiarire). Non è, insomma, un
esercizio facile, da “anime belle” come diciamo in Italia, e come
si dice ovunque si vuole irridere alla nonviolenza.. Io non amo
certi argomenti un po’ “discriminatori”, ma c’è chi sostiene che
la nonviolenza può essere vista come fondata sul concetto di
“endurance”, che sembra ci appartenga particolarmente, a noi
donne.
Un altro punto da chiarire è che la nonviolenza è una forma di
attività nettamente caratterizzata. Molte sono le armi, gli
strumenti di lotta e di intervento a disposizione del nonviolento.
Ci sono anche dei manuali, che elencano le varie forme di lotta,
quelle si definiscono come “resistenza passiva” (che a me non
piace troppo) o “disobbedienza civile”: dal digiuno al sit-in
all’obiezione di coscienza. Ma io credo che la lotta nonviolenta
deve trovarsi da sé, di volta in volta, i propri strumenti,
adattando i vecchi e noti alla realtà politico-sociale in cui ci
si muove, o magari inventandone altri, più adeguati. Già la
ricerca dello strumento, dell’iniziativa giusta è un fondamentale
esercizio di crescita della coscienza nonviolenta, senza la quale
l’iniziativa non è nemmeno concepibile.
Per esempio: un certo numero di persone che manifestino per le
strade con cartelli e scandendo slogan, anche se si muovono in
modo assolutamente pacifico, vale a dire - per capirci - senza
gettare sassi, ecc., non mette in atto una iniziativa, una
manifestazione precisamente “nonviolenta”. La manifestazione
nonviolenta può essere fatta da molte persone, ma non
necessariamente. Una manifestazione di piazza tradizionale tanto
vale quante più persone coinvolge. Le manifestazioni dei partiti
che conosciamo vengono valutate e “pesate” proprio sul numero
delle persone, dei manifestanti coinvolti. Una iniziativa
nonviolenta può essere fatta anche da un piccolo numero di
persone: a volte è preferibile addirittura una sola persona.
L’essenziale, ciò che la differenzia da una normale manifestazione
politica è che essa realizzi, seppure in forme minime, una
“violazione” di legge, una “infrazione” di norme e regolamenti di
polizia, ecc., anche banali di per sé. E’ questa la “disobbedienza
civile”, o anche la “resistenza passiva”. Un gruppo, anche minimo,
di persone, che per esempio si siedono o si stendono per terra con
l’intenzione precisa, manifestata, di ostruire il traffico, danno
vita ad una iniziativa dai caratteri nonviolenti : quelle persone
si attendono (provocano) che la polizia venga a sollevarli e a
trascinarli via così da ripristinare il traffico, appunto. Esse si
aspettano anche di essere trasportate fino al posto di polizia,
per essere identificate, regolamenti di polizia alla mano, e
magari trattenute qualche ora se non qualche giorno. Alcune
manifestazioni possono portare anche ad arresti e processi. Noi,
in Italia, ne abbiamo affrontati a decine. Un altro dato
preliminare va subito messo in chiaro. L’infrazione della legge o
del regolamento è un rischio che sollecita la responsabilità del
singolo manifestante. Per questo non molti sono disponibili per
questa forma di lotta, che comporta più che una semplice
seccatura, o anche, come nelle manifestazioni tradizionali, una
carica della polizia. L’infrazione del regolamento o della legge
vuole dire che chi la compie mette in gioco realmente se stesso
dinanzi alla legge, e dichiara apertamente di essere pronto a
pagare un certo “conto” per questo. La nonviolenza parte da questo
rischio, spesso assai costoso, e dunque richiede un minimo di
forza interiore.
Da queste considerazioni, si capisce bene come l’iniziativa
nonviolenta sia una cosa molto politica, molto calata nella realtà
dei nostri giorni, proiettata sullo sfondo delle nostre società e
del loro rapporto con le libertà civili, con le libertà della
persona.
Con la sua iniziativa, il nonviolento cerca di richiamare su di sé
l’attenzione dell'opinione pubblica. Questa deve essere non
solo incuriosita, ma sollecitata a chiedersi perché gente con
tutta evidenza pacifica, persino “disciplinata”, non facinorosa,
magari donne nemmeno troppo giovani, si mette così a rischio. La
curiosità, l’interesse devono suscitare simpatia. Il non violento
ha bisogno della simpatia, della solidarietà della gente,
dell’opinione pubblica. La gente deve capire, senza ombra di
dubbio, che il nonviolento sta compiendo una azione “positiva”, e
positiva anche per colui che vi assiste o ne viene informato dai
mezzi di comunicazione. Il nonviolento ha bisogno, deve
sollecitare la “complicità”, della gente comune. Il manifestante
di una normale manifestazione politica può anche scagliare sassi e
bastoni, facendo fuggire qua e là i passanti. Il nonviolento deve
assolutamente evitare questo, deve attirare innanzitutto la
simpatia del passante. Di qui, dunque, la necessità di sapere
individuare iniziative che “parlino” in maniera positiva nel
linguaggio di tutti. La nonviolenza deve essere “efficace” anche
come linguaggio simbolico, altrimenti è inutile, e perfino
controproducente. Vedete dunque, come è difficile, complesso e
politicamente serio prepararsi alla nonviolenza? Diciamola, anzi,
fino in fondo. Vedete come sia necessaria una grande leadership,
per organizzare queste iniziative, e come sia necessario un
intenso rapporto del nonviolento con la società civile?
L’azione nonviolenta deve poter contare sulla conoscenza della
gente: dunque, sulla informazione. Questo è difficilissimo ad
ottenere, perché le autorità investite dalla iniziativa
cercheranno di impedire che la notizia trapeli. Occorre quindi,
prima di avviare una iniziativa nonviolenta, capire per quali vie
la notizia possa/debba essere diffusa. In anni in cui
l’informazione italiana era caratterizzata da pochi giornali, del
resto non molto letti, e da una Radio e TV di Stato strettamente
controllate dal governo, quando le nostre iniziative potevano
apparire stravaganze importate dall’estero, dall’America (perché
anche noi abbiamo avuto queste difficoltà), noi cercavamo di
avvertire in anticipo qualche giornalista, qualche fotografo
(molto importanti, i fotografi) qualche TV stranieri. La notizia
che dieci italiani erano stati trascinati via dalla polizia (e
magari anche un po’ malmenati ) perché dimostravano per il
divorzio faceva il giro del mondo. Rimbalzava in Italia
dall’estero, e aumentava a dismisura la forza della nostra
iniziativa, almeno tra le classi dirigenti e politiche, che
cominciarono a temerci. La volta successiva, cominciavano a far
capolino anche giornalisti italiani. Magari per fare su di noi
trafiletti ironici, per prenderci in giro, per dire che eravamo
degli stravaganti “americani”.
Quando cominciammo la battaglia per il divorzio, in Italia le
manifestazioni le facevano solo i partiti di massa, le sinistre
marxiste. Fu un evento, anche “mediaticamente” sconvolgente vedere
i “fuorilegge del matrimonio” che cominciavano scendere per le
strade indossando cartelli, disegnati a mano (cioè per nulla
costosi, che potevano essere fatti in casa con una spesa
praticamente inesistente) con slogan assai inventivi, solo perché
non confezionati dalle burocrazie di partito. Queste sono cose
apparentemente piccole, e invece le ritengo essenziali per capire
le logiche nonviolente. Le persone che scendevano allora in piazza
non erano iscritte a nessun partito, erano brava piccola gente che
non si era mai occupata di politica e non voleva proprio
occuparsene. Molto spesso era gente che si vergognava, davanti al
vicino di casa, a dire che loro non erano regolarmente sposati ma
illegalmente conviventi (a quei tempi, la denuncia dell’altro
coniuge poteva portare ad un processo e ad una condanna). A un
tratto, questa gente prende coraggio e scende in piazza, esibendo
in pubblico quella che fino al giorno prima era stata una loro
“vergogna”. Fu davvero un evento memorabile, dal punto di vista
dell’informazione. Ma fu evento sconvolgente anche, e soprattutto,
perché avviava una grande crescita di civiltà e responsabilità
democratica presso la gente comune. I partiti “democratici” di
massa andarono su tutte le furie, cominciarono a dire che noi
volevamo “strumentalizzare” le sofferenze della gente. I
dimostranti erano anche presi in giro, li chiamavano “cornuti”
(che in Italia è un insulto) e cose del genere. In realtà, costoro
acquisivano, per la prima volta forse, coscienza di se stessi e
dei propri diritti. Questa era la loro forza, la forza
rivoluzionante. E credo che qualsiasi movimento per i diritti
civili debba passare per questa esperienza di nonviolenza attiva,
se vuole davvero essere vincente, innanzitutto sul piano del
diritto. Manifestare, genericamente, per la pace, spesso non costa
molto, si potrà anche finire in prigione per qualche ora, ma la
cosa non investe un immediato problema di diritto individuale,
capace di mettere in gravi difficoltà le strutture e le concezioni
del governo, del potere, ecc. Dal diritto individuale, singolare,
dell’uomo e della donna qualunque, alla responsabilità
individuale, alla messa in discussione della legge, alla creazione
di una nuova legge: questo è il percorso della iniziativa
nonviolenta.
Infrazione della legge, ma anche rispetto della legge. Il
nonviolento esige innanzi tutto che il governo, il potere,
rispetti le sue proprie leggi. Quindi chiede di essere processato.
Sa che il processo è un momento di richiamo, di attenzione per
l’opinione pubblica, che investe l’opinione pubblica anche a
livelli internazionali, se l’iniziativa è ben misurata e
realizzata. A questo punto, sarà il potere a rifuggire dal
celebrare i processi. Attualmente, in Italia, abbiamo un bel po’
di nostri militanti, o anche di semplici cittadini simpatizzanti,
in attesa di processi per detenzione di minime quantità di hashish
o marijuana. Anche da un decennio, se ricordo bene. Ma i processi
NON vengono celebrati perché il potere, la polizia, ecc., sanno
che sono processi a rischio, per loro. La gente sarebbe con noi.
Da questo si comprende quanto sia importante, per l’iniziativa
nonviolenta, l’informazione. In Italia, addirittura, specie in
questi ultimi anni le iniziative nonviolente si sono concentrate
soprattutto su questo tema, che è divenuto prioritario.
L’informazione non è solo un “mezzo” da utilizzare, è un
“obiettivo”, se non l’”obiettivo” primario dell’iniziativa
nonviolenta. Lo sappiamo tutti, nelle società moderne
l'informazione è tutto: essa plasma e crea, mobilita ma anche
“nasconde”. Mettendo l'informazione in difficoltà, costringendola
a dare notizia di qualcosa che si pone come alternativa al potere,
si colpisce il potere, e senza che esso possa, abbia la
possibilità di reagire. Tutto questo, senza mai fare ricorso alla
violenza. Un qualunque governo avrà facile gioco a denunciare il
manifestante che abbia compiuto un gesto violento, o opposto
resistenza violenta alle ingiunzioni delle forze di pubblica
sicurezza. Ma è disarmato, impotente e in difficoltà, quando la
manifestazione è compiuta nel rispetto rigoroso della logica
nonviolenta. Non sarà facile, ma è essenziale. Ripeto: la
nonviolenza è una vera e propria strategia coinvolge il coraggio,
ma anche l’intelligenza e l’astuzia, a tutto campo.
Ma c’è una “tecnica” nonviolenta che non cessa di sollevare
critiche e di incontrare difficoltà, e rischia anzi di essere
pesantemente fraintesa, magari strumentalmente, solo per gettare
discredito su chi vuole metterla in atto. Si tratta del digiuno o,
se volete, lo “sciopero della fame”. L’ obiezione più consistente
che viene opposta è che si tratta di una pratica alquanto
masochistica, che pone chi la attua a rischio di suicidio, ed
anche notevolmente ricattatoria.. L’accusa si rifà all’esempio di
quell’irredentista irlandese che, alcuni lustri fa, si lasciò
morire in carcere proprio con uno sciopero della fame condotto ad
oltranza. Noi non abbiamo mai accettato questa logica suicida. Il
digiuno, lo sciopero della fame, non è, e non deve mai essere, un
processo autodistruttivo, tendenzialmente suicida. Il nonviolento
che fa lo sciopero non vuole affatto morire. Vuole piuttosto
vivere, avendo strappato un millimetro in più di diritto e di
giustizia, per la società prima che per sé. Ovviamente, c’è
rischio, ci sono mille difficoltà. Per questo, le tecniche di
sciopero della fame cercano di sostenere il nonviolento, così che
egli possa essere il meno debilitato possibile durante
l’iniziativa. Noi consigliamo, ad esempio (e lo annunciamo
pubblicamente) l’assunzione di due-tre caffè e latte al giorno:
l’equivalente occidentale della ciotola di latte di Gandhi. E’
sufficiente per ritardare, sia pure con difficoltà, la perdita di
peso, ecc., e consente di andare avanti anche per parecchi giorni.
Ma il problema non è questo, quanto nel fatto che lo sciopero
della fame nonviolento deve essere accompagnato costantemente da
una fortissima carica di iniziative, sue e dei suoi compagni ed
amici - anche di altre città - cosicché il digiuno non resti un
fatto “privato”, ignorato o nascosto all’opinione pubblica. Noi
abbiamo fatto i nostri digiuni in piazza, magari accanto ad una
roulotte piazzata in una zona di intenso traffico cittadino,
cosicché i passanti potessero seguire la vicenda di ora in ora.
Insomma, lo sciopero della fame nonviolento è una tecnica
militante con una forte carica di tensione, di lavoro collegiale,
di coinvolgimento, ecc. Vanno diffusi comunicati in continuazione,
con le notizie sullo stato di salute del digiunatore ( redatti da
un medico), ma soprattutto va data notizia dell’obiettivo che si
vuole raggiungere, che deve essere concreto, certo, chiaramente
comprensibile da tutti: l’approvazione di una legge, un intervento
del governo, o dell’autorità pubblica competente, ecc.
La nonviolenza, come vediamo, cammina con il corpo, del singolo o
del piccolo gruppo attivo. Essa chiama il singolo ad assumere
responsabilità individuali, sue e non di altri. Per questo molti
accusano la nonviolenza di “disgregare” la società in nome di un
esasperato individualismo. E’ falso. Noi, in Italia, lo abbiamo
sperimentato e ne siamo convinti. L’assunzione di responsabilità
da parte del singolo, dell’individuo, rafforza anzi la coesione
sociale e comunitaria. Se per società intendiamo la amorfa
compattezza che soffoca le opinioni e la creatività individuale,
certo questo timore è vero: ma se noi intendiamo la società come
un complesso armonico, creativo, di soggetti che nel dialogo
comune realizzano anche la propria personalità -e viceversa -
allora l’accento sulla responsabilità individuale che la
nonviolenza richiede diventa uno strumento di crescita anche per
la società, la comunità. L’accentuazione della responsabilità
individuale fa crescere il senso di responsabilità di tutti. Il
cittadino che affronta da nonviolento il confronto diretto, nel
corso delle manifestazioni, con la polizia, o anche accetta il
processo, sollecita il ragionamento, la riflessione, di coloro che
sono spettatori, e li rende più consapevoli di se stessi, delle
loro stesse possibilità e diritti. Nelle vecchie guerre
guerreggiate, i soldati si muovevano serrati in ranghi
strettissimi, gomito a gomito, per sostenersi reciprocamente,
perché si trattava di soldati non dotati di spirito individuale di
resistenza: oggi ad ogni singolo soldato è richiesto di muoversi
autonomamente nello scontro, ed è responsabile di quello che lui
stesso fa, dei propri compiti. Il paragone non sembri strano,
anche il nonviolento è chiamato ad una sorta di battaglia,
condotta con armi diverse ma non meno efficaci, se utilizzate
bene. Le nostre società (parlo anche della mia, quella italiana)
sono ancora poco capaci di responsabilizzare l’individuo Occorre
risvegliarle, dare loro una nuova coscienza, plasmarle secondo le
necessità del mondo contemporaneo, se non vogliamo che esse ne
restino sopraffatte. Non si tratta di trasformarsi e quindi
perdere la propria identità, ma di arricchire la propria identità
con linguaggi adeguati al tempo, al confronto globale che a tutti
si impone. La società non può non trarre beneficio dall’iniziativa
nonviolenta. La responsabilità individuale sollecita una maggior
consapevolezza dei doveri e dei diritti di ciascuno dei cittadini…
La nonviolenza è storicamente nata come un concetto negativo,
privativo: quel “non” significa assenza: assenza di violenza. Ma
nel positivo, cioè nel “reale” della storia, ciò che si deve
affermare come la forza che si oppone alla violenza è il diritto.
Non basta “astenersi” dalla violenza, per mettere in campo una
iniziativa nonviolenta: occorre sempre richiamare in primo piano
il diritto, la legge. Il nonviolento stimola la legge, la legge
della società in cui vive ed opera, a rivendicare il proprio
primato. E’ infatti il diritto che cementa la società,
appropriandosi della violenza e trasformandola in “forza” comune,
per il bene di tutti. Dunque, l’iniziativa nonviolenta,
nell’opporsi alla violenza, cerca di restaurare il diritto,
ogniqualvolta esso venga negato o violato.
Quale diritto? Credo che tutte dobbiamo convenire che la sfera dei
diritti della persona è enormemente mutata, ampliandosi in misura
fino a ieri inconcepibile. Basti pensare ai diritti delle donne,
la cui conquista sta diventando centrale in ogni società, sia pure
con forme e formule diverse, a seconda delle diverse esigenze. Ma
è certo che oggi molto accomuna la donna di un paese come l’Egitto
alla donna di un paese occidentale, o hindu, o africano, eccetera.
Le donne di questi diversi paesi, con esigenze, problemi, contesti
assai diversi, in realtà sono accomunate dalla ricerca,
dall’affermazione di diritti che sono simili o identici in queste
diverse realtà. Sono quelli che noi conosciamo come diritti umani
e diritti civili. Le loro forme sono assai simili anche attraverso
le frontiere. E non si tratta, come spesso si ripete, di diritti
reclamati in nome di valori “occidentali”, lontani da quelli che
sono percepiti dome diritti in un paese, poniamo, islamico. Anche
l’occidente ha opposto resistenze all’affermazione dei diritti
femminili. In Italia, molti diritti delle donne sono stati
conquistati negli ultimi decenni, e a prezzo di sforzi e lotte che
noi conosciamo bene, per esperienza personale. Dunque, i diritti
umani e civili che si affermano oltre le diverse frontiere possono
essere definiti come diritti naturali, quale che sia il nome che
alla fine vogliamo dare loro. Ecco perché lo strumento della
nonviolenza è così attuale, ed ha un linguaggio potenzialmente
universale. Perché esso non appartiene, non è di proprietà di
nessuno, ma appartiene a tutti e a tutte. Quando si lotta per i
diritti civili, si è cittadini e cittadine del mondo, non solo e
non tanto del mondo occidentale. La validità dei diritti
rivendicati viene percepita in modi non dissimili in tutto il
mondo, parla una lingua universale: Sapere comprendere questo,
saper modellare l’iniziativa nonviolenta su questo linguaggio
universale è dunque essenziale al suo buon successo. Anche qui in
Egitto, o magari – perché no? – in Palestina (tra parentesi, e
molto seriamente: siamo sicure che l’Intifada sia lo strumento più
adeguato alla lotta dei palestinesi e delle palestinesi?). Come è
essenziale comprendere che questa lotta è lotta per la vita, con
armi di vita, e non di morte. Perché, e qui posso utilizzare anche
parole gandhiane, la nonviolenza è anche “amore dell’altro, amore
della vita” Nel mondo in cui viviamo, che è un mondo di
transizione, può essere anche la strada per aprire nuovi rapporti
democratici, interstatuali, transnazionale e internazionali. Noi,
almeno, così l’abbiamo intesa e praticata.
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