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UN FIORE PER LE DONNE DI KABUL
Nel
settembre 1997, Emma Bonino, allora Commissario europeo, guida una
missione ufficiale a Kabul e a Faizabad, in Afghanistan. Da quando
hanno preso il potere, esattamente un anno prima, i Talebani, che
controllano due terzi del paese, impongono un regime oppressivo sulle
donne, tagliandole fuori sdal mondo del lavoro e dall’istruzione, e
impedendo loro di usufruire dell’assistenza sanitaria. Le donne
afghane non sono autorizzate a uscire di casa senza indossare il burqa
né a parlare in pubblico, a testimonianza di una discriminazione
spinta all’estremo. Hanno perso la libertà e non godono più di alcun
diritto: di fatto diventano invisibili. A Kabul, una volta capitale
liberale dove le donne partecipavano alla vita pubblica come
studentesse, libere professioniste, funzionarie dello stato e,
perfino, come parlamentari, decine di migliaia di loro sono ora
condannate a dipendere dagli aiuti umanitari, che non possono essere
consegnati direttamente a causa delle restrizioni imposte nei contatti
con le donne. Non si tratta né di un problema religioso né di
tradizioni culturali locali. In passato, le autorità religiose
dell’Afghanistan non si arrogavano il diritto d’imporre i precetti
religiosi, con il risultato che la popolazione interpretava i codici
di condotta islamica in maniera non univoca pur convivendo senza
problemi. Di ritorno a Bruxelles, Emma Bonino, con il coinvolgimento
del Parlamento europeo, lancia la campagna “Un fiore per le donne di
Kabul” per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul destino
delle donne afghane, come simbolo anche delle lotte femminile in corso
in tutto il mondo. La campagna avrà il suo culmine in occasione della
Giornata internazionale della donna dell’8 marzo 1998 con
manifestazioni a Bruxelles, Roma, Mosca e New York. L’intento è quello
d’indurre le Nazioni Unite a fare pressioni, a sua volta, sulle
fazioni in guerra in Afghanistan, e in particolare sul regime
talibano, affinché siano ripristinati i diritti umani di base e si
permetta di distribuire gli aiuti umanitari senza discriminazioni, in
conformità alla Carta delle Nazioni Unite e delle altre convenzioni
internazionali pertinenti. Kabul diventa così la metafora
rappresentativa di tutti i luoghi dove si stanno violando i diritti
delle donne.
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