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MGF: CHE COSA SONO...
Le mutilazioni genitali femminili (MGF)
sono una pratica tradizionale presente in 27 paesi dell’Africa
Sub-sahariana e in Egitto, che consiste nell’ablazione totale o
parziale del clitoride, delle piccole labbra e – nella forma nota con
il nome di infibulazione – nelle cucitura delle grandi labbra in modo
da restringere l’apertura vaginale lasciando solo un piccolo foro per
il passaggio del flusso mestruale e dell’urina. L’UNFPA, Fondo delle
Nazioni Unite per la Popolazione, stima che siano già state sottoposte
alla pratica 130 milioni di donne nel mondo e che 2 milioni di bambine
siano a rischio ogni anno. Le MGF hanno gravi conseguenze sul piano
psico-fisico sia immediate – con il rischio di emorragie a volte
mortali, infezioni, shock- che a lungo termine, quali cisti,
difficoltà nei rapporti sessuali e nel parto con il rischio di morte
per la madre o per il bambino. Eppure le MGF sono ancora ritenute una
tappa essenziale per il passaggio della bambina alla condizione di
adulta e per l’inserimento della donna in un contesto sociale e
culturale di tipo patriarcale, in cui il controllo della sessualità
femminile costituisce elemento essenziale. Per questo motivo, 20 anni
di lavoro fondato quasi esclusivamente sulla sola prevenzione delle
conseguenze sanitarie non hanno portato a un significativo decremento
della pratica. Lo dimostrano i rapporti di valutazione
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e i risultati dei sondaggi
demografici e sanitari realizzati in 14 paesi africani. Esistono
quattro tipi di MGF che vanno dalla circoncisione (I tipo), che
consiste nella resezione del prepuzio clitorideo con o senza
l’escissione di parte o dell’intera clitoride, all’escissione (II
tipo), ovvero la resezione del prepuzio e della clitoride e la
rimozione parziale o totale delle piccole labbra, alla infibulazione o
circoncisione faraonica (III tipo), la forma di mutilazione
genitale tipica dei paesi del Corno d’Africa e che consiste nella
escissione parziale o totale dei genitali esterni. I due lati della
vulva vengono poi cuciti con una sutura o con spine, riducendo in tal
modo la dimensione dell’orifizio della vulva e lasciando solo un
piccolo passaggio nell’estremità inferiore, per l’emissione del flusso
mestruale e dell’urina. Il quarto tipo include varie pratiche
di manipolazione degli organi genitali femminili, piercing, pricking,
incisione della clitoride e/o delle labbra; allungamento della
clitoride e/o delle labbra; cauterizzazione per ustione della
clitoride e dei tessuti circostanti; raschiatura dell’orifizio
vaginale (angurya cuts) o taglio della vagina (gishiri cuts);
introduzione di sostanze corrosive nella vagina per causare
sanguinamento oppure immissione di erbe allo scopo di restringere la
vagina. Le MGF si applicano a tutte le donne di un determinato gruppo
etnico o di una determinata società e si svolgono secondo tempi e
periodicità stabilite. In genere le bambine vengono operate in una
determinata stagione o mese dell’anno secondo scadenze periodiche, che
variano da una etnia all’altra. Anche l’età in cui vengono fatti gli
interventi cambia a seconda delle etnie e del tipo di mutilazione.
Schematizzando molto si può dire che la clitoridectomia viene
praticata nel epriodo della primissima infanzia (dal 3° al 40° giorno
di vita) soprattutto nelle società cristiane, ma anche in alcune
società animiste e musulmane, e tra i 4 e i 14 anni nelle società
musulmane e animiste. L’età dell’infibulazione varia invece dai 3 ai
12 anni e rari sono i casi di interventi nel periodo neo-natale.
Origine delle MGF
Nonostante questa pratica sia spesso attribuita ai dettami della fede
musulmana o cristiana, le MGF precedono storicamente l’avvento di
queste religioni e non possono quindi trovare giustificazioni in esse.
Secondo alcune ipotesi, l’escissione risale all’antico Egitto, ma la
si ritrova anche a Roma, dove era praticata sulle schiave e appare
legata ad aspetti patrimoniali del corpo femminile. Sempre a Roma
troviamo l’infibulazione – un termine d’origine latina – che
inizialmente designava un’operazione esclusivamente maschile. Si
trattava di una specie di spilla - fibula – che veniva applicata ai
giovani per impedire loro di avere rapporti sessuali. Ma il centro
della diffusione dell’infibulazione femminile sembra che sia stao
l’Egitto faraonico come attesterebbe la denominazione di
“circoncisione faraonica”. Comunque ad oggi l’origine delle
mutilazioni dei genitali femminili sembra destinata a restare
indeterminata. L’unica cosa certa è che non è stato l’Islam a
introdurre in Africa le mutilazioni dei genitali femminili che erano
già presenti in loco assai prima della sua diffusione. Si tratta
infatti di usanze indigene profondamente radicate nelle società locali
o preesistenti alla penetrazione dell’Islam nell’Africa Sub-sahariana
e centro –orientale.
Significati e simboli
Al di là delle origini lontane, le MGF sono un istituto tuttora molto
attivo nel determinare la vita di relazione e di scambi su cui si basa
l’organizzazione sociale di gran parte delle società africane. Il
profondo radicamento delle MGF è dovuto a una complessa costellazione
di fattori che pur variando da un’etnia all’altra presentano alcuni
tratti comuni. Si tratta del ruolo fondamentale che tale tipo di
pratiche tradizionali ha nella costruzione dell’identità di genere e
nella formazione dell’appartenenza etnica, oltre che nella definizione
dei rapporti tra i sessi e le generazioni. Per le pratiche
tradizionali si intende quegli atti abituali, di uso comune, che sono
stati trasmessi dalla generazione passata e che con molta probabilità
saranno passati a quella successiva. Le mutilazioni dei genitali
femminili sono però un tipo particolare di pratiche tradizionali. Con
esse siamo infatti nell’ambito dei riti di passaggio, ovvero di quelle
pratiche cerimoniali che guidano, controllano e regolamentano i
mutamenti di status, di ruolo o di età delle persone e così facendo
scandiscono le varie fasi del ciclo di vita trasformandole in un
percorso ordinato e dotato di senso. In particolare le mutilazioni dei
genitali femminili sono una componente fondamentale dei riti di
iniziazione attaverso cui nelle società tradizionali si diventa
“donna”. Donna infatti non si nasce, a questo provvedono i riti che
trasformano l’appartnenza sessuale legata al sesso biologico in una
“essenza sociale”: l’essere appunto donna. Naturalmente questo non
accade solo in Africa. Con sfumature diverse ogni società trasforma la
sessualità biologica in una costruzione culturale differenziando il
maschile dal femminile per decidere della sua appartenenza di genere.
Le mutilazioni dei genitali femminili sono anche la porta di accesso
alla propria comunità, sono un rituale di ingresso come lo è ad
esempio il battesimo per i cattolici, e come tali costituiscono un
punto di non ritorno, che separa chi è dentro da chi sta fuori. Questo
vale per tutti i membri di una comuntià, uomini e donne, anche se
vigono modalità di accesso distinte. Nelle società africane non sono
infatti solo i corpi femminili a essere segnati o mutilati, ma anche
quelli dei giovani maschi.
L’importanza del contesto
Il contesto che conferisce senso alla pratica culturale delle
mutilazioni dei genitali femminili è un sitema complesso di strategie
matrimoniali, fondate sul prezzo della sposa, a cui si accompagnano
una serie di tratti secondari che variano da un’etnia all’altra. Per
prezzo della sposa si intende il compenso che la famiglia del futuro
marito versa alla famiglia della futura moglie in cambio non di una
donna qualsiasi, ma di una donna illibata, intatta, vergine
possibilmente chiusa oppure escissa a dovere in modo da scoraggiarne
desideri e rapporti prematrimoniali – tutte condizioni indispensabili
pena il rinvio della malcapitata alla sua famiglia di origne la prima
notte di nozze. E’ questo il compito a cui sono delegate le MGF che,
assicurando il controllo della sessualità femminile, ne garantiscono
quella purezza indispensabile allo scambio matrimoniale. In altre
parole le mutilazioni dei genitali femminili sono una componente
fondamentale del matrimonio in Africa, poiché contribuiscono a
regolare la gestione delle risorse e la rete complessa degli scambi e
delle relazioni sociali. Tenere presente questo complesso sistema
economico-simbolico significa smettere di guardare alle mutilazioni
dei genitali femminili come a una pratica culturale
decontestualizzata,a una stravaganza esotica in grado solo di
rimandarci alla gategoria dei “fenomeni culturali”, facendo il gioco
di quanti cercano di dare sostanza alle differenze culturali per poi
poterne fare oggetto di discriminazione
Qualcosa sta cambiando
L’origine oscura delle MGF è resa ancora più oscura dal silenzio
che le ha sempre circondate e che ha contribuito a farne un argomento
tabù per le genti africane, ma anche a proteggerle dalla curiosità
indiscreta di noi occidentali. In questo silenzio rientra anche la
tacita complicità dell’Occidente che con il colonialismo prima e con
le politiche di cooperazione allo sviluppo poi, ha preferito in
maniere diverse ignorare le MGF, trincerandosi dietro una inusuale
forma di rispetto delle tradizioni locali. Oggi però, qualcosa è
cambiato. Il muro di omertà e di indifferenza che per secoli ha
relegato le MGF fuori dalla storia ha cominciato ad incrinarsi. da
qualche anno a questa parte il silenzio ha lasciato il posto a una
proliferazione di discorsi che stanno trasformando le MGF in una nuova
questione sociale legata al rispetto dei diritti umani e alla
salvaguardia della salute delle donne e delle bambine. Questa
fuoriuscita dal cono d’ombra è il risultato di anni di campagne di
sensibilizzazione promosse da organizzazioni non governative,
internazionali e africane, e dalle varie agenzie delle Nazioni Unite,
ma è anche il risultato dei provvedimenti legislativi presi da alcuni
governi locali. In un’ottica più generale è il segnale che anche
questa pratica arcaica e segreta è ormai entrata nell’area dei
processi di modernizzazione di molte popolazioni africane. |