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INTERVENTO DELLA COMMISSARIA EUROPEA
EMMA BONINO AL 37° CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE
7 aprile 1995
A. Testo pronunciato dalla tribuna congressuale
B. Testo scritto e distribuito
SOMMARIO: [Viene seguita la traccia del testo
effettivamente pronunciato (A). Per quel che riguarda il testo B -
quello scritto, cioè, e distribuito - non ne diamo il sommario, ma
avvertiamo che i temi che vi sono svolti corrispondono a quelli
esposti dalla tribuna, con ovvi mutamenti e variazioni, formali e di
disposizione ma non sostanziali]. All'apertura dei lavori del 37^
Congresso del PR (Hotel Ergife di Roma, 7/9 aprile 1995) Luca
Frassineti leggeva la relazione introduttiva, che recava la firma di
Emma Bonino dimessasi dalla segreteria nel gennaio per incompatibilità
con l'incarico, appena assunto, di Commissaria all'Ue. Alla fine della
stessa mattinata, Emma Bonino interveniva personalmente al Congresso
nella sua veste di Commissaria. Dopo aver porto il suo saluto ai
congressisti, Emma Bonino sottolineava l'importanza di quel "desiderio
di Europa" che dichiarava di avvertire sia in Europa che in altre
parti del mondo: è il desiderio - ha detto - di una Europa forte e
politicamente attiva, non di un'Europa solo mercantile. Per questo è
importante che si arrivi all'Europa autentico soggetto politico:
occorre dunque vigilare che la Conferenza intergovernativa del 1996
non eluda il problema. Bonino ha messo poi il luce come l'Europa sia
oggi il maggior erogatore di aiuti nel mondo, anche se questo primato
non le è riconosciuto. Ma la politica degli aiuti umanitari, ha
avvertito la Commissaria, esige una politica estera comune, come anche
l'utilizzo unitario e concordato delle strutture e dei servizi che
l'Europa dedica alla difesa senza però utilizzarli appieno. Ancora
sulla politica degli aiuti, Bonino sottolineava quindi come si avverta
la necessità di tornare a idee che furono proprie del PR e della
campagna contro lo sterminio per fame nel mondo; e cioè che gli aiuti
non servono, se non in parallelo accordo con una politica di sviluppo
dei diritti civili. Occorre che il PR di oggi tenga fede a quelle sue
antiche scelte, valide anche nei confronti delle NU e dei suoi
problemi. Per poter meglio crescere e affrontare questi problemi, il
PR deve oggi saper correre il rischio di una profonda
riorganizzazione. Bonino avverte tra l'altro che, in parallelo con
quanto accadde con radio radicale negli anni '70, è necessario oggi
reinventare i modi della partecipazione politica, aprendosi alle nuove
tecnologie dell'informatica.
A. Testo pronunciato dalla tribuna congressuale
Cari amici
radicali,
Anche se a molti di voi italiani - immagino lettori del "Corriere" o
della "Repubblica", del "Messaggero" o del "Giornale", utenti della
Rai o anche della rassegna stampa di Radio Radicale - può sembrare che
io sia stata in vacanza per tre mesi (suppongo alle Bahamas, o non so
dove) tengo a informarvi che non è così. E' vero che "nemo propheta in
patria", però credo che siamo arrivati a dei limiti e a delle soglie
di intollerabilità preoccupanti. In realtà sono qui tra voi dopo una
breve ma intensa esperienza fatta nelle istituzioni europee; e non
solo negli uffici di Bruxelles o di Strasburgo ma nelle situazioni più
diverse - da Sarajevo a Kigali, a Rennes - dove, appunto, il compito
che mi è stato assegnato mi ha portato. Ed un filo conduttore c'è e si
trova, nel perché ho visitato tutti questi posti o nel perché ho
incontrato determinate persone, siano esse europee o non-europee; il
filo conduttore è uno, grande e potente: un enorme bisogno di Europa.
Un enorme bisogno di chiarezza europea, di decisioni europee, di
presenza europea.
L'assenza dell'Europa, della sua voce, delle sue possibilità, delle
sue prerogative credo sia una delle cause della instabilità,
dell'inquietudine, delle difficoltà che non solo gli Stati membri
dell'Ue ma credo il mondo intero sta attraversando.
Sono qui tra voi per un dialogo e un confronto che spero possa essere
utile a me e a voi. Questo mio intervento sarà diviso in due parti:
una, su quel che io penso della situazione politica, europea e non, a
livello internazionale; e una seconda su come rivedere e rileggere una
serie anche di successi che pure abbiamo ottenuto in questi ultimi
anni, e quindi sui compiti, i doveri, le sfide, i rischi, le
possibilità, ma anche la necessità, del Partito (di 'quale'
partito...).
Di analoghi dialoghi sulla situazione europea, e sulla 'carenza'
europea, molti vorrei averne, a Parigi o a Londra o dovunque i
problemi dell'Europa sono oggetto di attenzione. Meglio se questi
dialoghi potrò farne anche con e tra 'non' radicali. Perché di voi
l'Europa sa che siete suoi amici fedeli, ma oggi è necessario far sì
che altre energie, altre potenzialità, altre risorse si muovano, non
solo a sua difesa ma a sua costruzione. I tempi, infatti, stringono: e
vi dico subito che, al di là delle questioni relative al mio mandato
di Commissario e alle mie specificità, c'è un problema e una scadenza
che non è affatto una scadenza da ultima spiaggia ma certo è
importante, e che è nostra responsabilità, in qualche modo, non far
finire nel burocratese o nel nulla. E' la Conferenza del 1996. Una
Conferenza che dovrebbe essere di revisione del Trattato di
Maastricht, e che corre il rischio profondo di essere una Conferenza
puramente intergovernativa o diplomatica; una semplice Conferenza di
analisi dello status quo o di descrizione dello status quo, per
perdere invece qualunque connotato di spinta, foss'anche solo un
millimetro di spinta, verso la costruzione di un'Europa federalista;
lo dico da spinelliana, come si è stati tutti quanti negli ultimi
vent'anni.
Anche da dentro le istituzioni, ogni giorno, mi si conferma la
necessità di un'Europa politica e federale; di un'Europa cioé che
sappia in qualche modo superare il campo, il limite economico in cui
sembra avvilupparsi ed essere condannata. Perciò la Conferenza non è
un appuntamento da ultima spiaggia (nessun appuntamento l'abbiamo mai
visto così) ma certamente la preoccupazione c'è ed è forte tra i
cittadini europei. La domanda di Europa di cui ho parlato deve trovare
dunque, deve riuscire a trovare forza, organizzazione e quindi sbocco
intanto in questa Conferenza.
Vi farò solo qualche esempio per farvi capire da quale punto di vista
guardo al problema. Ho parlato di 'bisogno' d'Europa: ma solo di
un'Europa economica? Davvero siamo in una situazione in cui i
cittadini si muovono solo in base al loro portafoglio? Io non nego
affatto l'importanza di questo volano, ma credo che la persona umana
sia più complessa del suo puro e semplice conto in banca; credo che
anche bisogni, valori e ideali facciano parte della persona e della
vita in quanto tale. Da questo punto di vista la costruzione attuale,
quella della moneta unica, del mercato unico, del libero scambio e
circolazione dei capitali o delle persone, seppure è un successo
ovviamente da non sottovalutare, è appunto un inizio; ma manca l'altra
Europa, un'Europa che pensi di voler essere una potenza economica per
poter e saper essere più aperta e più solidale verso chi nei confini
dell'Europa non è.
Faccio l'esempio a partire da alcune esperienze di questi mesi.
Un'indagine svolta dall'Eurobarometro dimostra, per esempio, che la
stragrande maggioranza dei cittadini europei pensa che l'Europa debba
essere più presente, più generosa, più efficace in ciò che riguarda
l'aiuto umanitario. La stessa percentuale di persone, l'80%, non sa
che l'Europa già lo fa, tutto questo, che l'Europa è il primo donatore
mondiale di aiuto umanitario, in Ruanda così come a Sarajevo, in
Cecenia così come ad Haiti, sotto le bandiere della Croce Rossa,
dell'HCR, di Medicin sans Frontières, della Caritas, di tutte queste
sigle. La gente non sa che il lavoro pregevole e difficile che molti
nostri compatrioti fanno in quelle zone lo fanno grazie allo sforzo e
alla generosità appunto dell'Unione, dell'Europa. Gli stessi cittadini
europei continuano a pensare che i più generosi in aiuto umanitario
siano gli Stati Uniti, il Giappone, l'HCR, la Croce Rossa, ecc. E
questo merito dell'Europa, che attiene ad alcuni valori veri di difesa
della vita, della solidarietà, di aiuto e di protezione alle
popolazioni in pericolo, questo merito, che pure c'è, non è conosciuto
e non apprezzato. Tant'è che, ad esempio, nell'intero Trattato di
Maastricht l'aiuto umanitario non è neppure menzionato; non c'è
neanche il termine, la parola, cosicché poi non si capisce a quale
titolo dal punto di vista legale oltreché politico, e perché, nel
bilancio dell'Unione Europea figurino 1.600 miliardi di lire per
l'aiuto umanitario.
Questa è una Europa che i cittadini non conoscono, che certo reclamano
ma che non conoscono. E' invece la visione di una Europa tutta
tecnocratica, burocratica, madre cattiva o matrigna che vive nei
corridoi di Bruxelles, a forgiare oggi l'identità e l'immagine
europea.
Mi sembra che questo solo esempio smentisca in pieno l'idea che
l'unico modo per costruire l'Europa sia far leva sugli interesse
economici: smentisca cioè che sia l'economia a precedere la politica.
E' stato l'approccio cosiddetto funzionalista, l'approccio di Delors,
l'approccio secondo il quale una 'economia unita', o una 'economia
unica' o meglio un 'mercato unico', si tirerà dietro - per necessità -
l'Europa politica, l'Europa democratica. Io credo che la cosa non sia
affatto così automatica: credo che se non si organizza e non si
potenzia il bisogno forte di una Europa politica, questa non verrà: né
per necessità, né per miracolo, né per trascinamento. La scadenza del
'96 è una delle prime a porci una scelta: tra l'Europa del Mercato
unico e l'Europa di una politica estera comune e quindi di una
politica di difesa comune. Credo che se il dopo '89 ha detto ben
chiaro che non si può più affidare la difesa né agli Stati Uniti né
all'Unione Sovietica - perché questo bipolarismo è caduto - ci ha
anche dimostrato, altrettanto chiaramente, che non la si può affidare
a sistemi nazionali; e che quello che è in gioco non è difendibile
(anzi sarebbe risibile se pretendessimo, o se ancora pensassimo che
può essere difeso o affermato) in ambito, o con strumenti
semplicemente nazionali.
Mi sono sempre chiesta, e continuo a chiedere - ma forse queste
domande bisognerebbe avere e organizzare la forza per porle con
insistenza - perché non solo c'è l'Unione Europea così com'è e come
l'ho in qualche modo sommarizzata, ma perché è stata pure creata, a un
certo punto, l'Unione dell'Europa Occidentale in termini militari.
Forse banalmente, io continuo a chiedermi perché mai parte di questi
strumenti che pure ci sono e paghiamo (parlo della logistica ad
esempio, parlo del trasporto marittimo, ma potrei parlare del
trasporto aereo, dei sistemi di comunicazione che pure esistono e che
paghiamo) non possano essere utilizzati in una guerra 'nonviolenta',
appunto, per i trasporti, per quanto riguarda il trasporto degli aiuti
umanitari.
Quando uno deve organizzare un sistema di difesa, ebbene, si ponga
anche il problema di qual'è il nemico, in modo che il sistema sia
adeguato. Io continuo a non capire: a me pare che oggi l'avversario,
il nemico, non sia sicuramente all'interno, o ai confini, dell'Unione
Europea. Mi pare che altro è alle porte: una microconflittualità
diffusa e uno stato di inquetudine, di insicurezza, di incertezza, di
tensione in molte parti del mondo, in Europa orientale non meno che in
Africa. Di fronte a questo scenario a me pare che l'attuale
costruzione europea sia completamente inadeguata. Nei e dei conflitti
attuali difficilmente l'Europa parla con una sola voce; normalmente,
parla con quindici voci, spesso diverse e conflittuali e
contradditorie tra di loro. Lo abbiamo visto nel caso dell'ex
Jugoslavia, lo vediamo nel caso Ruanda-Burundi, ad esempio, in un
dramma di impotenza che è l'impotenza, l'incapacità di una scelta
politica precisa. Sicché il rischio vero è quello dell'alibi, che
sento molto presente: dal momento che non abbiamo il coraggio né la
volontà politica di una politica estera, di una politica di difesa
comune, bene, allora consoliamoci offrendo gli aiuti umanitari.
Su questo voglio essere molto chiara, anche scendendo all'interno di
un confusissimo dibattito internazionale sulla diplomazia preventiva,
sul diritto umanitario di ingerenza; tanti begli slogan, ma che
difficilmente riescono a fare chiarezza. E' tutto giusto: la
diplomazia preventiva, il diritto di ingerenza, ecc.; tutto giusto; ma
necessita - necessiterebbe - di una volontà politica e una politica di
difesa e una politica estera comune, perché non attiene all'aiuto
umanitario, non attiene agli strumenti della solidarietà: attiene agli
strumenti della politica. E finché non si vorrà avere una politica
estera comune, una politica di difesa comune, credo che sia un
elemento di chiarezza (andando magari contro corrente) dire che non
attiene all'intervento umanitario supplire a carenze altrui, a
mancanze di volontà politiche altrui. Io non so se quello che sta
succedendo in questi ultimi anni a livello internazionale ha potuto o
potrà mai far riflettere i cittadini (certamente!) ma anche i governi
(o i cittadini e quindi i governi). Quello che è indubbio è che mi
pare un dato di anarchia completa, in cui non esiste più il vecchio
sistema ma stenta a nascere il nuovo. Stenta a farsi largo soprattutto
- credo - il concetto che la pace è un valore e, come tale, costa.
Stenta a farsi largo una concezione che dice che non si deve volere la
pace a tutti i costi, specie quando i costi li pagano gli altri. Una
concezione che dice appunto che la difesa del diritto e della pace ha
dei costi, è un valore e quindi come tale ha dei prezzi, delle
necessità, delle responsabilità. Parlo di costi umani, parlo di costi
finanziari veri e propri, parlo di costi politici. La predica alla
pace, la mera predica alla pace può dare forse buona coscienza a buon
mercato ma certamente non aiuta alla chiarezza di quello che sta
succedendo.
Ho fatto questo esempio (altri ne potrei fare, evidentemente) che mi
aiuta ad introdurre il secondo elemento di riflessione. Ho parlato del
bisogno di Europa tra i cittadini europei. Ma quanto bisogno d'Europa
c'è tra i non europei! Tra chi è nato da poco in mezzo a rivoluzioni,
travagli e sangue, ai primi passi di una democrazia o di un tentativo
di democrazia, e molto ha sperato dall'Europa in termini di difesa di
regole, di diritti e di diritti di base; e forse molto si era illuso,
e in ogni caso, certamente, poco ha avuto. O a volte molto ha avuto in
termini di aiuti economici (parlo soprattutto degli amici dell'Europa
dell'Est: i programmi 'phare tacis', i programmi allo sviluppo per
l'Europa dell'Est sono ingenti...) ma credo che poco invece abbia
avuto in termini di affermazione di un minimo di diritto basilare,
universale ed uguale per tutti. Sicché anche nelle tragedie che sono
alle nostre porte abbiamo assistito di volta in volta a un
oscillamento, a un altalenare che aveva un ritornello semplice, uguale
per tutti: "Vogliamo la pace a tutti i costi". Ma in tal caso, spesso,
i costi in loco, appunto, sono pagati da altri.
Queste sono state le conseguenze della dismissione di responsabilità
dell'Europa. Noi abbiamo esportato di tutto, dicevo pochi giorni fa:
abbiamo esportato - all'Est come al Sud - di tutto, dalle mine a
qualunque tecnologia più o meno vecchia e non, ai rifiuti più o meno
pericolosi o radioattivi: ma c'è una cosa che non abbiamo mai neanche
tentato di esportare, forse perché è la cosa più cara, più difficile,
più costosa ma anche forse quella, a medio termine, più utile. Non
abbiamo mai tentato di esportare democrazia, o perlomeno di aprire un
dialogo forte e convinto di confronto tra i vari modelli. Siamo
passati dalle demagogie più bieche ad un puro e semplice entrismo
economico.
Voi
ricorderete forse - i radicali che sono qui, i più antichi radicali
ricorderanno sicuramente - quell'incredibile campagna del Partito
radicale degli anni '80 contro lo sterminio per fame nel mondo, che si
è posta sulla scena internazionale in modo abbastanza originale e fu
battuta come linea politica; passò invece (negli anni '70/'80) la tesi
che i Paesi in via di sviluppo sono troppo poveri e che la democrazia
è un lusso dei Paesi ricchi. Si pensò, o si pretese di dire, che chi
ha fame non può occuparsi di libertà civiche o di diritti civici.
Questo è stato un dato che ha pervaso tutti i rapporti internazionali
degli anni '70/'80. Oggi tutto ciò è di nuovo in discussione: oggi
forse c'è spazio per ricominciare a dire che nell'aiuto umanitario la
protezione dei diritti delle vittime è altrettanto importante che la
distribuzione di cibo o di acqua. Oggi forse c'è uno spazio, perlomeno
di riflessione, per provare a dire che la difesa dei diritti della
persona è parte integrante della possibilità anche dello sviluppo. E
questo potrebbe forse farci uscire, noi radicali, da un isolamento di
dieci anni, per ciò che concerne la centralità dei diritti civili e
del diritto, delle regole e delle sanzioni, mentre tutti i rapporti
interstatuali sono ancora oggi gestiti in modo completamente diverso.
Tutti i giorni lo vediamo: esistono convenzioni, accordi, regole che
si firmano e tutti i giorni si vedono violazioni delle stesse regole e
delle stesse convenzioni: tutto poi si risolve nel modo tradizionale o
si tenta di risolverlo nel modo tradizionale, con accordi diplomatici
che nulla hanno a che vedere col diritto iniziale, violato o no. Si
cerca quasi sempre un modo, sostanzialmente, di trovare un accordo,
comechessia.
Io non so se noi saremo adeguati o no a questa urgenza di rimettere il
diritto, e il diritto internazionale, al centro del dibattito degli
Stati e tra gli Stati, non so se saremo adeguati per raccogliere e
rilanciare questa sfida. Poco fa il compagno portoghese diceva che
delle tre gambe della rivoluzione francese forse quella che è stata un
po' dimenticata è la gamba della libertà, dove per libertà s'intende
la "libertà civica". Al di là del nome c'è - credo - un problema vero:
il problema della prima gamba che ho detto, la quale può funzionare e
potrà funzionare solo in un sistema internazionale che non sia
anarchico come oggi è; e dunque rimanda all'altra ossessione del
Partito Radicale transnazionale degli ultimi anni, quella delle
Nazioni Unite, della riforma delle Nazioni Unite: perché in questa
anarchia complessiva a livello internazionale è persino difficile
trovare i punti di riferimento di diritto, di diritto di base.
E anche qui, secondo il metodo del Partito Radicale, senza pretendere
cioè la riforma complessiva (quella che non verrà mai) ci siamo dati a
Sofia alcuni obiettivi non marginali, simbolici certo, sulla comunità
delle Nazioni come la vorremmo. Da una parte, dicevamo a Sofia,
servono e serve un qualche elemento di democratizzazione delle Nazioni
Unite. A Sofia parlavamo di una Assemblea parlamentare in ambito
Nazioni Unite, eletta direttamente dai cittadini: possiamo anche
andare gradualmente, come con il primo Parlamento Europeo eletto dai
parlamenti nazionali, ma è indubbio che l'avanzamento di credibilità,
di fiducia dei cittadini rispetto all'organismo Nazioni Unite passa
attraverso una loro rappresentanza lì dentro. La seconda gamba che
avevamo individuato - su cui abbiamo fatto forse qualche passo in
avanti in più - è quella della giurisdizione internazionale, della
presenza di un primo elemento sanzionatorio rispetto a una qualche
Convenzione esistente. E' stata l'ossessione nostra, quella
dell'istituzione del Tribunale internazionale permanente, simbolo di
un modo di procedere che noi vorremmo vedere saldamente costituito.
Un Tribunale internazionale permanente con poteri effettivamente
sanzionatori, non una pletora di tribunali ad hoc! Non solo perché i
tribunali ad hoc vengono istituiti post-genocidio, sono quindi privi
di qualunque elemento di deterrenza; ma perché una pletora di diversi
tribunali ad hoc, magari con diverse legislazioni, non ha il carattere
di una regola comune di applicazione di una Convenzione: come quella,
per esempio, contro il genocidio, che è una Convenzione comune,
firmata da quasi tutti gli Stati delle Nazioni Unite. Un Tribunale
permanente, dunque, ancorché senza la pena di morte, per inserire
nella costruzione del mondo che vorremmo (o delle regole di questo
mondo) alcuni elementi cardine di una giustizia intesa non come
vendetta ma come regolatore dei rapporti fra gli Stati.
Ho cercato di descrivere la situzione un po' come la vedo a livello
internazionale e le cose che abbiamo cercato di fare da Partito
transnazionale. A me pare che è proprio l'assenza di diritto, la
negazione del diritto che impediscono alla persona anche l'accesso al
sapere, persino alla tecnica, o peggio riescono ad asservire la
tecnica e i saperi ad obiettivi di distruzione e di morte. Sembra che
lo facciamo apposta a costruire ed inventare sempre più strumenti di
morte invece che strumenti di vita.
Dico queste cose qui, in un congresso radicale, perché è tra voi, tra
i radicali - con le loro battaglie e la loro strenua difesa del
diritto e dei diritti - che io le ho capite, le ho imparate ed ho
imparato ad amarle. E da una parte rivolgo il mio ringraziamento a voi
tutti, al Partito Radicale, perché mi ha posto oggi nelle condizioni
di portare questa esperienza al servizio degli europei, dell'Europa e
dell'Europa verso gli altri. Ma dall'altra avverto che il problema
quale ci si pone oggi è un altro: come sapete, nella relazione che è
stata letta questa mattina da Luca Frassineti io ho fatto una proposta
per il Partito; in pratica ho proposto a tutti voi di correre il
rischio di crescere: che può anche essere il rischio di schiantarsi.
Credo che dovremo avere il coraggio di ridiscutere e di ripensare
anche il modello organizzativo: senza nulla togliere, ovviamente, ai
successi che abbiamo ottenuto in questi anni partendo da un
radicamento e da una generosità soprattutto italiana, e al lavoro di
quanti quei successi hanno conseguito e fatto conseguire; ma anzi
facendo tesoro di questi sforzi, di questa dedizione dei compagni che
in questi anni e soprattutto dall'Italia hanno saputo tenere viva,
alimentare la costruzione, farla vivere giorno per giorno, renderla
concreta, in qualche modo appetibile ai cittadini.
Noi viviamo oggi in Italia, ma anche in Europa, in una situazione di
introversione totale. Ogni paese, ogni opinione pubblica, ogni classe
di governo è terribilmente introvertita su se stessa. Oggi ero un po'
stupefatta: aprivo i giornali italiani e lì c'è solo questo "dramma"
straordinario che è la legge sulla par condicio. Visto da qualche
chilometro di distanza questo dibattito è preoccupante, ma
preoccupante solo perché è vecchio, perché è antico, perché è
obsoleto, perché non c'entra nulla, perchè è davvero un rigurgito di
vecchiume. Io amo molto le cose antiche e amo anche conservarle, ma
questo è solo e semplicemente qualcosa di "vecchio". Ci avviamo verso
una società multimediale e l'intera classe dirigente nel nostro Paese
si dilania su una cosa vecchia; non dico che non sia importante, dico
semplicemente che il problema di cui si discute in Italia è un dato di
passaggio; cosicché mentre tutti se ne stanno così introvertiti a
discutere su 'Tempo Reale', il 'Terzo Polo' e non so che altro, sfugge
loro -, non foss'altro a livello di comprensione - che tra poco tempo,
pochi anni e probabilmente pochi mesi, tutte queste cose non
esisteranno più e ognuno da casa sua, spingendo un paio di bottoni,
vedrà altro, vedrà il programma che vuole. E allora, 'par condicio' di
che, di che cosa?
Ci troveremo in un mondo dove - mentre noi avremo tutto regolato dalla
'par condicio' nel senso che se Buttiglione sbadiglia bisogna far
vedere pure lo sbadiglio di Prodi - l'informazione passerà per altre
strade che non saranno state regolamentate perché nel frattempo
nessuno se ne sarà occupato. Così come è grave la mancanza di
riflessione (che io invece vorrei sottoporre al partito) dell'utilizzo
della nuova tecnologia nella società dell'informazione; oggi se ne
parla su tutti i giornali, nazionali o anche mondiali, ma solo per
quel che riguarda il suo impiego nell'economia, mentre non c'è
riflessione su quale risvolto avrà questa nuova tecnologia
nell'organizzazione del dibattito politico, democratico,
nell'organizzazione di un partito o organizzazione politica; su cosa
cambierà nel modo di comunicare politica e valori. Tutto questo
risvolto è completamente avulso da un dibattito tecnologico che invece
è apertissimo per il suo aspetto economico o commerciale. Da radicali
abbiamo sempre cercato di non lasciare la tecnica o la scienza a
disposizione della sola economia. Persino in campo telematico credo
siamo stati antesignani. L'abbiamo forse dimenticato in questo ultimo
anno, e per questo rischiamo probabilmente di avere un tesoro di
saperi e di conoscenze che non riusciamo, non per cattiverie
soggettive ma come corpo collettivo, a far crescere e a mettere a
disposizione dei valori, appunto, per i quali ci battiamo. Io credo
che tutto questo dobbiamo "ri-riflettere": l'organizzazione del
partito, il modello del Partito. Su come abbiamo potuto, in Italia,
organizzare un gruppo politico senza sedi e strutture, su quale è
stata, in fondo, la rivoluzione del gruppo italiano degli anni
ottanta, e cioè su Radio Radicale. Superando la logica del segretario
di sezione del Comune, o della Provincia o della Regione - logica su
cui era costruito gerarchicamente ogni altro partito politico, con
tutta la pesantezza della burocrazia di partito - il nostro modo di
organizzarci è stato quello di portarci alla conoscenza diretta
dell'ascoltatore e quindi del cittadino. La vera rivoluzione del
modello di partito è stata la nostra Radio Radicale. E io credo che
oggi sarebbe irresponsabile non fermarci un attimo a pensare come, a
livello transnazionale, le nuove tecnologie ci possano aiutare in una
direzione simile. Forse non ci abbiamo riflettuto abbastanza neppure
noi, ma è sicuro che non si può continuare a comunicare al di fuori di
queste tecnologie che avanzano. Non lo fa più neppure il più piccolo
imprenditore privato. Nell'ambito economico chiunque, qualunque
piccolo imprenditore non comunica più ormai né via fax né via
telefono, perché è troppo caro, perché è insopportabile, perché è
antieconomico, ecc. E perché mai la politica, o l'organizzazione
politica, deve avere criteri diversi o principi diversi? Perché deve
rifiutarsi categoricamente di fare attenzione, invece, a come
sfruttare al meglio per le sue battaglie, per i suoi valori, per la
comunicazione e per l'informazione, questi nuovi strumenti di accesso
che già ci sono? Sicché la proposta che io fatto nella relazione, di
Commissario o commissariamento - o quel che sarà - vuole andare
esattamente in questa direzione.
Io credo che nello scenario internazionale quale è quello che
brevemente vi ho esposto, con la situazione che ci capita ora di avere
(il mio nuovo incarico) e che è una situazione più stabile dal punto
di vista anche delle strutture, e tra l'altro presenta anche una sua
priorità politica (così come ho cercato di descriverla per quanto
riguarda l'Europa e Bruxelles) sia necessario riuscire a coagulare
altre energie, aggiuntive rispetto ad una presenza italiana oggi
preponderante o determinante. Questa presenza, io non la sottovaluto
per niente, non è questo il problema, dico però che nella nostra
storia ogni certo numero di anni abbiamo avuto la forza e il coraggio
di azzerare tutto - o quasi - per ripartire daccapo. Abbiamo avuto la
forza e il coraggio di non conservare l'esistente ma metterlo in
discussione per tentare di creare il probabile. Non il certo, ma il
probabile. Allora è importante, io credo, che riusciamo ad uscire da
schemi che sono stati utili e necessari negli anni scorsi, e vedere se
si riesce ad aggregare altro, a partire da una nuova classe dirigente,
aggiuntiva rispetto all'attuale. Che sia in Francia, che sia in
Portogallo, che sia nell'Est Europeo, che sia in Africa, che sia negli
Stati Uniti, ad esempio, ripensare come comunicare con queste persone,
come riuscire a comunicare col mondo in termini che siano anche
finanziariamente adeguati. Tutto questo è l'oggetto della nostra,
vostra riflessione. Non è affatto, a mio avviso, la rimessa in
discussione di una analisi politica che anzi ogni giorno mi si
riconferma, cosicché io stessa mi riconfermo con forza in quei giudizi
che hanno dato origine all'idea stessa di un partito transnazionale.
Credo però che noi dobbiamo oggi correre il rischio di rimescolare le
carte in termini organizzativi, per rischiare di essere più adeguati
ai valori che difendiamo, alle battaglie che abbiamo fatto e a quelle
che vorremmo fare perché ne abbiamo oggi forse la possibilità. Non
cogliere questa occasione credo sarebbe irresponsabile. Ed è per
questo che ho proposto quel che ho proposto.
Per quanto mi riguarda cercherò di difendere e di sviluppare questi
principi e valori; a voi tutti, sui quali ricadrà in modo più diretto
la responsabilità della vita e della crescita del Partito Radicale - e
non è un modo formale per dirvelo - a voi tutti il mio augurio più
affettuoso perché possiate in questi giorni lavorare su una strada non
parallela ma convergente verso obiettivi che ci sono comuni. La nostra
storia è il nostro lasciapassare, è la nostra carta d'identità. Credo
che quello che abbiamo saputo inventare e costruire negli anni scorsi
non è venuto meno, credo, nel nostro impegno e nella nostra
determinazione. Cerchiamo dunque di essere all'altezza delle nostre
ambizioni e dei compiti per i quali ci siamo organizzati. Viva il
Partito Radicale.
B. Testo scritto e distribuito
Cari amici radicali,
torno tra di voi dopo una breve, ma intensissima esperienza fatta
nelle istituzioni europee: e non solo negli uffici di Bruxelles (o di
Strasburgo) ma visitando situazioni, luoghi, problemi i più diversi.
Ebbene, desidero subito dire qui, tra voi, che dovunque - a Sarajevo,
a Kigali, o a Rennes - nella diversità dei problemi che ho incontrato,
il loro denominatore comune è lo stesso: un enorme bisogno di Europa,
di chiarezza europea, di decisione europea, di presenza europea.
L'assenza dell'Europa, della sua voce, delle sue possibilità e delle
sue competenze, è - io credo - una delle cause dell'instabilità, delle
inquietudini, delle difficoltà che il mondo sta oggi attraversando.
Sono qui tra voi, cari compagni e compagne radicali, cari amici e
amiche, per un dialogo e confronto che spero possa essere utile a voi
come a me: e allora, subito, tengo a dirvi quale sia il mio giudizio
sulla situazione europea, perché penso possa essere importante per il
vostro dibattito. Di questi dialoghi molti vorrei aprirne, a Parigi, o
a Londra o dovunque i problemi dell'Europa fanno oggetto di attenzione
e di iniziativa militante, creativa, positiva: meglio anche se tra non
radicali; perché di voi l'Europa già sa che siete suoi amici fedeli,
ma oggi è necessario far sì che altre energie, altre potenzialità,
altre risorse si muovano a sua difesa. I tempi, infatti, stringono. Vi
dico subito che, al di là delle questioni relative al mio mandato di
commissario, il problema essenziale che sono certa dovrà essere
affrontato, dentro le istituzioni ma anche fuori, è l'appuntamento
della conferenza intergovernativa del 1996. Per voi non è cosa nuova,
lo so bene: nelle discussioni che hanno preceduto questo congresso,
tra i radicali già si guardava all'appuntamento come ad obiettivo
prioritario ed anzi come ad un metro sul quale misurare la
ricostruzione, o riconversione, del partito. Dicevamo che esso avrebbe
dovuto ristrutturarsi, per i prossimi due anni, avendo l'occhio,
innanzitutto, a Bruxelles e alla Conferenza.
A Ennio Flaiano non era sfuggita la banalità insita nel notare che
"siamo in una fase di transizione": si è sempre e comunque in una fase
di transizione! Ma, a pensarci bene, lo stesso potrebbe essere detto
delle svolte decisive: si è sempre in vista di svolte decisive!
Tuttavia è questa la definizione corrente del prossimo grande
appuntamento dell'Europa, la conferenza intergovernativa del 1996.
Molti dicono che è qui che si deciderà del processo di integrazione
europea: se si andrà avanti o se si tornerà indietro, ripiegandoci
sulle vecchie pigrizie mentali - la geopolitica, gli interessi
nazionali - ora persino travestite da mode culturali.
Ma, senza nulla togliere alla importanza della scadenza e all'impegno
necessario per indirizzarla nella direzione che crediamo giusta,
desidero subito sgombrare il campo da ogni atmosfera da "ultima
spiaggia". L'Europa ha vissuto molte altre "svolte decisive", anche
drammatiche. Il processo di integrazione non è mai stato un processo
lineare e tutto il progresso che c'è stato lo si deve in fondo alla
tenacia e all'ostinazione di chi - come Altiero Spinelli - non ha mai
smesso di credere al progetto politico - lasciatemi sottolineare
questo aggettivo: POLITICO - federalista. Non ha mai smesso di
credervi, quale che fosse il risultato degli innumerevoli vertici
governativi, in cui il progetto veniva regolarmente annacquato.
Dico subito che noi dobbiamo continuare - come Spinelli - a perseguire
l'obiettivo di un'Europa federale, fondata sulla sovranità popolare
che esprima un parlamento con pieni poteri legislativi, quale che sia
il risultato del 1996. E, mentre giudicheremo dell'opera dei governi
europei col metro radicale di sempre - "fare comunque avanzare le
cose, fosse solo di un millimetro" - dovremo continuare, con fiducia e
tenacia, a fare appello ai cittadini, a non dimenticare mai che sono i
cittadini la ragion d'essere delle istituzioni, e mai il contrario.
Dico "noi", state attenti, non casualmente.
I cittadini. Io sono convinta che malgrado più di un governo nazionale
sembri di nuovo incline a un certo euroscetticismo - termine in voga,
qualcuno lo ricorderà, all'inizio dello scorso decennio - tra i
cittadini la domanda d'Europa c'è ed è forte. E non, come possono
pensare quanti sembrano dar fiducia solo alle questioni di
portafoglio, quando li si mette di fronte all'Europa del mercato,
della concorrenza e della moneta - per quanto importante sia tutto ciò
- ma quando essi si trovano di fronte ad alcune scelte, più
immediatamente politiche, dell'Unione.
Faccio un esempio tratto da una delle competenze attribuitemi dalla
Commissione: l'aiuto umanitario. I sondaggi d'opinione condotti
dall'Eurobarometro mostrano non solo un sostegno larghissimo agli
interventi d'emergenza (la maggioranza chiede addirittura un sforzo
maggiore): ma rivelano soprattutto che i cittadini chiedono una
maggiore visibilità dell'impegno europeo e respingono l'ipotesi di
tornare, in questo campo, a politiche di stampo nazionale.
Personalmente, leggo in questo esempio segnali che dovrebbero
incoraggiarci a proseguire nella nostra battaglia federalista. Mi
sembra infatti che esso smentisca in pieno l'idea che l'unico modo per
costruire l'Europa sia il far leva sugli interessi economici;
smentisca che sia l'economia a precedere la politica - l'approccio
detto "funzionalista" il cui risultato è però invariabilmente il
consentire ai governi di cullarsi nell'illusione che, al di fuori
della sfera economica, abbia ancora senso attaccarsi alle prerogative
nazionali.
I sondaggi invece indicano un chiaro sostegno a una scelta POLITICA
dell'Unione - l'aiuto umanitario - che va al di là dell'interesse
centrato sul proprio ed esclusivo benessere (lasciatemi anche notare,
di sfuggita, che avevamo visto lontano noi radicali quando dieci e più
anni orsono decidemmo di mettere tutte le nostre energie nella lotta
contro lo sterminio per fame nel mondo, per salvare milioni di esseri
umani, subito!).
Ma c'è anche, in queste risposte dei cittadini europei, la richiesta
di una maggiore visibilità internazionale dell'Unione. C'è, dunque,
una specie di volontà tutta pacifica di mostrare la bandiera, la
bandiera europea, nel mondo.
C'è insomma un messaggio chiaro rivolto ai governi, in vista della
conferenza del 1996: è arrivato il momento di cedere spazi di
sovranità oltre la sfera economica, di addentrarsi sul terreno
politico, di definire insomma una politica estera e di sicurezza
dell'Unione in quanto tale. Una politica estera e di sicurezza che non
sia solo il minimo comune denominatore delle politiche nazionali.
Su questo punto specifico, diversamente dalle questioni monetarie, non
ci sono criteri di convergenza misurabili su un metro diverso dalla
volontà politica di procedere, di andare avanti, mettendo in comune
informazioni, analisi, finalità e risorse. Ivi comprese quelle
militari.
Mi chiedo, ad esempio, perché le risorse delle forze armate europee -
coordinate dall'Unione dell'Europa Occidentale - non vengano ancora
utilizzate dalla Comunità nel quadro della sua politica di aiuti
umanitari. Non si tratta di mandare reparti armati. Tutt'altro. Si
tratta piuttosto di utilizzare i mezzi di trasporto aerei e marittimi,
le comunicazioni - le strutture logistiche insomma, che possono
rendere più efficiente e veloce l'arrivo degli aiuti d'emergenza
comunitari là dove c'è più bisogno. Mi sembra spesso paradossale che
il maggior donatore d'aiuti umanitari del mondo - l'Unione Europea
appunto - si affidi solo ed esclusivamente alle organizzazioni
non-governative o alle agenzie delle Nazioni Unite, senza poter
ricorrere a mezzi propri. Mezzi che pure possiede, e che finanzia
regolarmente attraverso i bilanci della difesa dei paesi membri.
C'è un altro paradosso in questo campo: il trattato sull'Unione non
prevede esplicitamente che la Comunità possa effettuare azioni di
carattere umanitario. Dunque occorre che la revisione del 1996
inserisca una disposizione specifica che preveda questo tipo di
intervento, definendone le condizioni. Ciò' consentirebbe all'Unione
di dare visibilità politica, in un quadro di estrema chiarezza, ad
un'attività che testimonia l'impegno di solidarietà dell'Europa fuori
dai propri confini.
Dicevo prima che esiste una forte domanda d'Europa. Domanda che non
proviene solo dagli europei - ai quali certamente non è sfuggito che,
se il crollo del comunismo non ci consente più di delegare agli Stati
Uniti la nostra sicurezza, ha anche reso definitivamente risibile ogni
tentativo di assicurarla, la sicurezza, su base nazionale. Una domanda
d'Europa arriva - forse ancora più nettamente - dall'esterno, da gente
che vive al di là degli attuali confini dell'Unione.
Arriva in primo luogo da chi si candida e, giustamente, preme per
farne parte. Sul principio dell'allargamento dell'Unione siamo per
fortuna tutti d'accordo, sembra: cittadini, forze politiche e governi.
E' pero' molto strano come questo consenso non porti a riflettere
sulle conseguenze istituzionali di un'Europa non più a quindici -
com'è oggi - ma a trenta o più membri. Tanto per fare alcuni esempi:
mantenere il voto all'unanimità in seno al Consiglio in tali
condizioni significherebbe consentire a una piccola minoranza di
impedire alla stragrande maggioranza di prendere delle decisioni. Una
Commissione di quaranta o più membri sarebbe un organismo funzionale?
D'altra parte non è nemmeno pensabile che l'allargamento si traduca
nella cosiddetta "Europe à la carte", in cui si possa scegliere di
restare fuori da settori importanti - come ha fatto la Gran Bretagna
nel caso del protocollo sociale. A me pare evidente che da queste
contraddizioni si esce soltanto per la porta federalista: ovvero,
abbandonando progressivamente l'idea che ad avere l'ultima parola
siano sempre e comunque i governi nazionali.
In altri continenti poi, milioni di persone si aspettano ormai il
nostro impegno umanitario, la nostra cooperazione al loro sviluppo, la
nostra solidarietà concreta al loro tentativo di affermare la
democrazia e i diritti umani.
E' questa, secondo me, l'altra grande sfida che dobbiamo raccogliere.
Qual è l'immagine dell'Europa che vogliamo proiettare nel mondo?
Non è questione davvero di un'Europa superpotenza: semmai il rischio
corrente d'immagine è quello di un'Europa introversa, che contempla il
proprio ombelico e da questo rischia di essere risucchiata. Si tratta
allora di far crescere un soggetto politico all'altezza del proprio
potenziale civile ed economico; si tratta di mettere a disposizione
della comunità internazionale un attore, l'Europa, la cui scala
politica sia adeguata alla portata dei problemi globali che abbiamo di
fronte - portata chiaramente irraggiungibile agli Stati nazionali che
compongono l'Unione di oggi e quella di domani.
L'Europa è necessaria - agli europei e al resto del mondo. E'
necessaria ma non sufficiente. Tutto il nostro sforzo sarebbe
rapidamente vanificato se l'Europa federale che vogliamo costruire si
trovasse alla fine ad agire in un sistema internazionale anarchico, o
quasi anarchico, come l'attuale.
Di qui l'altra grande ossessione di voi, o di noi radicali: la riforma
delle Nazioni Unite. In due direzioni precise. Due direzioni che sono
- non per caso - sempre le stesse, dovunque si dispieghi l'azione
politica radicale: negli Stati nazionali, in Europa, o a livello
globale.
Prima direzione: la rappresentatività: occorrono istituzioni elettive,
scelte dai cittadini e al loro servizio. Seconda, il diritto, la
stipula di regole del gioco - del gioco democratico - accettate
liberamente dai cittadini e dai loro governi: ma - e su questo
continueremo a batterci senza mollare mai, "fosse solo di un
millimetro" - regole del gioco che siano in grado di farsi rispettare
- gli anglosassoni direbbero "enforceable". Regole del gioco che
includano un meccanismo sanzionatorio chiaro e univoco contro chi,
avendole liberamente accettate, le vìola.
Ecco allora gli assi della riforma dell'ONU per la quale ci battiamo:
un'assemblea generale che sia espressione diretta dei cittadini, senza
la mediazione dei governi nazionali; un Consiglio di Sicurezza che sia
non solo più rappresentativo di quello attuale (i cui membri siano, ad
esempio, le Organizzazioni regionali invece dei singoli Stati) ma
anche dotato di poteri di sanzione.
Questo fu il senso delle mie proposte, quando qualche mese fa il
segretario generale Boutros Ghali mi invitò a sottomettere delle
raccomandazioni sul tema dello sviluppo. Ho detto allora, nei termini
più chiari possibili, che è inutile chiedere ai Paesi ricchi uno
sforzo maggiore per l'aiuto allo sviluppo, se nessuno è in grado di
far rispettare gli impegni che questi Paesi prendono. E' l'esperienza
a dimostrarlo: solo i Paesi scandinavi (con lo 0,7%) hanno
effettivamente devoluto agli aiuti allo sviluppo quanto liberamente
stabilito a suo tempo dai membri dell'OCSE in sede ONU.
E, secondo la stessa logica, nessuna sovranità nazionale, nessun
principio di non-ingerenza negli affari interni degli Stati, potrà
essere legittimamente invocato quando i diritti fondamentali
dell'individuo vengono violati. Un sistema di regole deve avere anche
una propria gerarchia interna. E poiché le istituzioni esistono per i
cittadini e non i cittadini per le istituzioni, il diritto dell'uomo
viene prima del diritto di qualsiasi Stato all'esercizio della propria
sovranità.
Il diritto dell'uomo, dico. Occorre aver presente e fare in modo che
ogni uomo sia "cittadino", cioè persona che vive ed opera in un quadro
certo di diritti, di diritti civili ed umani. La certezza del diritto,
la vita certa del diritto assicura il diritto alla vita. La scienza,
le conoscenze, la tecnologia sono strumenti indispensabili per dare
cose importanti. Ma, come vediamo in ogni parte del mondo, è l'assenza
di diritto, l'offesa, la negazione del diritto che impediscono
all'uomo l'accesso al sapere e alla tecnica, o, peggio, asserviscono
la tecnica, i saperi, ad obiettivi di distruzione e di morte.
Se dico queste cose qui, in un congresso radicale, è perché tra i
radicali - con le loro battaglie, la loro strenua difesa del diritto e
dei diritti - io le ho capite ed ho imparato a lavorare per esse. E
per questo ringrazio voi, il partito radicale, perché mi ha posto
nelle condizioni di poter oggi portare tale esperienza a servizio
degli europei, dell'Europa.
Io, ve lo assicuro, cercherò al possibile di difendere e di sviluppare
quei principi. E a voi vada tutto il mio augurio, il mio affettuoso
augurio, perché possiate in questi giorni lavorare, su una strada non
parallela ma convergente, verso obiettivi che siano ancora comuni. E
ancora una volta - speriamolo assieme - vincenti. |