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L'ARIA FRITTA DEL NAZIONALISMO
Altiero Spinelli
SOMMARIO: «Non c'è, dico, grande problema che possa
essere ancora affrontato seriamente con criteri e con strumenti
nazionali». Con queste parole Altiero Spinelli, il padre del
Federalismo europeo, dal Manifesto di Ventotene del 1942 al progetto
di trattato dell'Unione europea, lasciava al Partito radicale il suo
testamento politico, nel corso del Congresso del PR del 1985 a
Firenze. Dopo pochi mesi da quel suo intervento al Congresso del Pr
Altiero Spinelli moriva. ("Numero unico" per il 35 Congresso del
Partito Radicale - Budapest 22-26 aprile 1989 - Edizioni in Inglese,
Ungherese e Serbocroato) (Notizie Radicali n 265 del 28 novembre 1985)
Cari amici del Partito Radicale, nella difficile azione che il
Parlamento europeo sta conducendo per ottenere una riforma seria della
Comunità europea, Marco Pannella si è impegnato in prima linea con
chiarezza. Voglio pensare che il Partito radicale approvi questa
azione del suo leader e si proponga di seguire il suo esempio. E'
questa la ragione per cui ho accettato l'invito che mi aveva rivolto
Negri e sono venuto qui anche se il tema non è nemmeno iscritto
all'ordine del giorno del vostro congresso. Non starò qui a ripetervi
le ragioni politiche, economiche, militari, culturali che militano a
favore dell'Unione europea. Se ne parla tanto e da tanto tempo che
suppongo che esse siano note a tutti voi. Permettetemi solo di
aggiungere a queste ragioni una che è di gran peso ma normalmente è
accuratamente ignorata: si dice spesso che se l'unificazione europea
non dovesse riuscire - ed è evidente che ci sono grossi ostacoli e che
talvolta si è quasi indotti a credere che non riuscirà - sarebbe
inevitabile il ritorno ad un rinnovato nazionalismo; anzi, che questo
nazionalismo già riemerge in tutti i paesi.
DUE SOLE ALTERNATIVE
Le tendenze alla boria nazionale, al protezionismo, alla
xenofobia, al razzismo, e ad altre simili virtù generate dalla
mitologia dello Stato nazionale sovrano si fanno sentire in vari Stati
ed anche da noi. Ma questa rinascita nazionalistica non è in realtà
che aria fritta, che molti uomini politici agitano nei loro discorsi
perché mancano loro idee e criteri per giudicare la realtà nella quale
stanno vivendo. Il fatto è che non c'è oggi più alcun grande problema
concernente l'economia, la moneta, il collegamento sociale del nostro
sviluppo con quello dei paesi poveri del mondo, la difesa, l'ecologia,
lo sviluppo scientifico e tecnologico, l'universalità della cultura,
non c'è, dico, grande problema che possa essere ancora affrontato
seriamente con criteri e con strumenti nazionali. Perciò, malgrado le
restaurazioni nazionali che sono state fatte dopo la guerra, al di là
dei superficiali rigurgiti di sentimenti nazionalisti a cui assistiamo
-e soprattutto di parole nazionaliste a cui assistiamo- noi vediamo
che in Europa quasi tutti questi problemi sono già affrontati di fatto
sui piani che superano quelli nazionali. Ci sono essenzialmente due
metodi che sono contemporaneamente in opera; c'è il tentativo che fa
perno intorno alla Comunità e a tutti i suoi successi ed insuccessi, e
c'è il tentativo di un'Europa che sia fatta dagli europei. E c'è
contemporaneamente il tentativo di un'Europa che sia fatta dagli
americani. E vorrei che non ci sdegnassimo inutilmente, e in fondo non
seriamente, di questa seconda alternativa. L'unità imperiale sotto
l'egida americana è certo anche assai umiliante per i nostri popoli ma
è superiore al nazionalismo perché contiene una risposta ai problemi
delle democrazie europee, mentre il ritorno al culto delle sovranità
nazionali non è una risposta. L'unità fatta dagli europei è in realtà
la sola, vera alternativa all'unità imperiale. Il resto è schiuma
della storia, non è storia. Le due forme stanno procedendo insieme e
noi le vediamo sotto i nostri occhi; e guardate, non si può abolire
l'una nella misura in cui si sviluppa l'altra. Perché l'una corroderà
alla lunga l'altra; ma è attraverso queste due che l'Europa va
muovendosi. Sta di fatto che nella misura in cui non si sviluppa o
regredisce una di queste forme, si sviluppa l'altra.
EUREKA DICEVATE?
Vi dò solo due esempi. Gli europei hanno tentato, ad un certo
momento, di darsi un esercito comune. Non ci sono riusciti; ebbene,
noi abbiamo una serie di eserciti apparentemente nazionali inquadrati
sotto il comando americano e nel sistema imperiale americano. E la
responsabilità fondamentale della difesa dell'Europa ce l'hanno oggi
gli americani. Noi formiamo truppe di ausiliari. In questi giorni si
discute dappertutto che l'Europa deve fare un grande sforzo per le
tecnologie avanzate: è stata trovata subito una bella parola greca
«eureka», ma non hanno trovato niente. Perché quello che ci hanno
proposto è semplicemente che vari Stati si mettano d'accordo per
vedere quali di questi Stati è d'accordo con qualche altro per questo
o quel programma e, appena hanno stabilito il programma, ciascuno
inizia a tirarsi indietro, a voler mettere il meno possibile. E'
un'esperienza che abbiamo fatto per una trentina d'anni e non è stato
possibile sviluppare la politica della ricerca e dello sviluppo
scientifico europeo. Oggi la si ripropone come l'aver trovato qualcosa
di nuovo che ci metterà alla pari con gli americani e con i
giapponesi. Contemporaneamente gli americani che sviluppano la loro
politica di ricerca e sviluppo fanno una cosa molto semplice. Offrono
a tutte le società, le ditte e i centri di ricerca la possibilità di
fare dei contratti con loro per ricerche. Quale sarà il centro di
ricerca, quale sarà l'impresa che dirà di no, quando ci sono proposte
di questo genere? Cioè, il fatto di non avere affrontato in modo serio
il che cosa bisogna fare per avere veramente una politica di ricerca e
sviluppo scientifico fa sì che noi diveniamo sempre di più satelliti
americani. Ora, ad entrambe queste forme di superamento della nazione
noi vediamo che c'è una resistenza nazionale. Contro tutte e due. Ma
in un certo senso essa è più loquace quando deve fare polemica con gli
americani; in realtà essa è assai più forte quando agisce contro la
prospettiva europea che quando agisce contro la prospettiva imperiale.
In questo secondo caso, dopo le irritate esclamazioni, si accetta
molto più facilmente quello che il fratello maggiore vuole. E perché è
più forte contro la prospettiva europea? Perché la prospettiva
imperiale ha il suo centro di potere che già esiste, che è forte, che
può più facilmente dare soddisfazione alle vanità nazionali dei
vassalli complimentandoli, facendo omaggio alla loro bandiera, ai loro
capi, offrendo piccoli privilegi, tollerando anche modesti sgarbi. Il
centro del potere europeo, invece, deve essere costituito, ed è
inizialmente ancora debole, e può essere sviluppato solo a patto che i
paesi si uniscano, s'impegnino formalmente, chiaramente, a trasferire
questo o quel pezzo di sovranità nazionale al centro europeo.
IL VERO OSTACOLO
Noi vediamo come è forte la tentazione, nei nostri governi, a
riprendere con una mano quello che hanno dovuto ridare con l'altra.
Chi abbia occhi per vedere, ed orecchie per sentire, si accorge che
noi oggi stiamo assistendo, come vi ho detto, e partecipando allo
sforzo parallelo di rafforzare l'Unione europea fatta dagli europei e
l'Unione europea fatta dagli americani. Direi che in questo sta il
nostro grande vantaggio rispetto al sistema imperiale stabilito
nell'Europa orientale: il nostro impero è, almeno in Europa, un impero
liberale, che perciò permette che lo si critichi, che si cerchino
alternative. Non sappiamo per quanto tempo potrà rimanere con queste
caratteristiche. Ed è sicuro perciò che bisogna battersi seriamente
per una costruzione europea. Suppongo che voi siate senz'altro per
un'Europa fatta per gli europei e dagli europei; e vorrei che ci
chiedessimo dove sta l'ostacolo maggiore. Facciamo attenzione, perché
è un ostacolo un po' diverso da quelli che si incontrano di solito
nella vita politica. Praticamente non è nel mondo economico; il mondo
economico è aperto, in momenti più difficili è un po' più timoroso, in
momenti di sviluppo più coraggioso; ma il mondo economico, in genere,
è aperto. Non è nel mondo culturale. Non è nel mondo politico. Non c'è
nella coscienza media dei cittadini una grossa resistenza ed infatti
tutti i sondaggi che periodicamente si fanno in Europa -ad eccezione
della Danimarca che si chiude in sé stessa- dimostrano che in tutti i
Paesi, anche in quelli che si dice siano i più reticenti, la
maggioranza è favorevole alla costruzione europea. L'ostacolo, il vero
ostacolo sono le grandi amministrazioni nazionali, che gestiscono
buona parte del potere anche politico, che sono fatte per gestire
politiche nazionali, ed in particolare le diplomazie che sono fatte
per determinare se e in che misura occorre cooperare con altri Stati,
mantenendo però la gestione delle politiche in mano ad esse stesse. Le
amministrazioni riescono ad essere dominate dalla direzione politica
se questa ha grandi e forti visioni di quel che si deve fare, delle
riforme da introdurre e via dicendo. Ma se le ideologie si riducono a
come sono ridotte oggi, a poco più che slogan per i piccoli militanti
così necessari ai grandi partiti per le grandi occasioni elettorali,
se prevale il desiderio di andare al potere per gestirlo così come è
-sia pure dichiarando che si vogliono fare altre cose fino al momento
in cui si arriva al governo- quando si arriva al governo si gestisce
quel potere. Allora il peso culturale e pratico delle amministrazioni
pubbliche è enorme ed è quasi insormontabile ed ha per sua natura
un'influenza immobilizzante e conservatrice. E vi dò l'esempio della
crisi istituzionale europea; della Comunità nel suo momento attuale.
Il Parlamento europeo rendendosi conto come tutti che non è possibile
sviluppare l'Europa con queste fragili e deboli istituzioni che sono
state fatte trent'anni fa per un'Europa di sei paesi -adesso sono
dodici-, per problemi economici abbastanza semplici -ed oggi sono
molto più complessi-, ha presentato un suo progetto che ha elaborato
ed ha dimostrato che europei, che corrispondono in fondo alla
coscienza media dei nostri paesi nelle più varie famiglie politiche,
sono capaci di pensare insieme un progetto che è un progetto valido.
Fatto questo i governi, cominciando da Mitterrand, hanno dichiarato
che la cosa gli interessava. Ed hanno immediatamente messo la cosa in
mano ad un comitato di loro esperti, i quali hanno fatto un rapporto
un po' riduttivo, dopodiché sono arrivati al Consiglio di Milano e lì
hanno deciso di fare una conferenza. In questa conferenza diplomatica
il Parlamento ha chiesto di voler esaminare, poiché esso ha fatto il
progetto, che cosa la conferenza fa e di non arrivare a firmare il
progetto fino a quando ci sia un accordo fra la conferenza ed il
Parlamento. La conferenza in questi quasi sei mesi non riesce a fare
un passo avanti in niente. In un solo punto si sono trovati d'accordo;
nel rispondere al Parlamento no. «Noi vi informeremo ma voi non avete
più niente da dire in questa faccenda». Cioè l'organo che rappresenta
i cittadini europei, che ha mostrato di essere capace di dare la
formula costruttiva, non deve aver nulla da dire. Tutti questi
funzionari (poiché sono i funzionari: i ministri non vanno o assistono
alla prima mezz'ora della riunione e poi se ne vanno via) sono stati
fatti non per fare l'Europa ma per mantenere il più possibile le loro
strutture nazionali. Sono l'elemento della continuità con il passato,
non della costruzione del futuro.
IL PARLAMENTO EUROPEO
xIl Parlamento può dare la censura alla commissione, può farla
dimettere, può o respingere il bilancio o dare un bilancio diverso da
quello che dà il Consiglio. Soprattutto il Parlamento europeo, e la
Corte europea l'ha confermato chiaramente in una sua sentenza, deve
dare degli avvisi di cui, stranamente, il Consiglio non è obbligato a
tener conto. Il Parlamento europeo dovrebbe avere il coraggio di fare
lo sciopero dei suoi pareri e creare una situazione di crisi per
scoprire la cattiva coscienza nei vari partiti, nei vari governi,
perché, infine, tutti quanti hanno paura se l'Europa dovesse veramente
morire. Io ho detto varie volte che questo potere del Parlamento
corrisponde un po' al potere dei tribuni della plebe a Roma, i quali
non avevano veramente alcun potere di governo, nessun potere di fare
leggi né di governare, però avevano quella «potestas tribunica» con
cui potevano paralizzare tutto, fermare tutto. In questa maniera sono
riusciti a trasformare la «cosa nostra» dei patrizi in cosa pubblica
del popolo romano. Il Parlamento europeo può fare questa battaglia.
Però il Parlamento europeo è composto da gente che ha insieme la
fierezza di sentirsi rappresentanti dei cittadini e la paura del
sentirsi isolati perché i partiti che li hanno fatti eleggere magari
si occupano di altre cose; perché non sanno cosa ci sta dietro.
Occorre che questi deputati sentano sul collo il fiato dei cittadini,
i quali vogliono che si comportino in una certa maniera.
ALMENO TRE PAESI
Perciò c'è, in questo momento, la possibilità di un'azione che può
avere un effetto. In fondo voi avete già fatto l'esperienza al tempo
del divorzio dove c'era nel Parlamento una maggioranza divorzista. Ma
se non ci foste stati voi con la vostra azione quella maggioranza non
si sarebbe mai costituita perché avrebbe trovato altre dieci priorità
prima di occuparsi del problema del divorzio. Ora la stessa cosa
esiste oggi. In fondo voi dovete sapere mantenere su scala europea
un'azione simile a quella che ha messo insieme paura e coraggio ai
deputati europei e perciò indirettamente anche paura e coraggio in
questa materia ai partiti europeisti, ma tutti più o meno
addormentati. Questa azione non si deve fare solo in Italia; direi che
in Italia è relativamente facile e nel seno del Parlamento europeo c'è
la maggioranza o la quasi totalità che è d'accordo. Bisogna che la
sappiate impiantare. Vi dovete fare missionari, nel senso di andare a
fare quest'azione negli altri paesi e soprattutto io direi dando una
priorità a tre paesi oggi: la Francia, la Germania, e la Spagna. Bene,
io credo che troverete anche altri, altre forze, che so il Movimento
federalista; con cui farete delle alleanze, ma è un'iniziativa per
fare congiuntamente questa pressione con petizioni, con firme, con
agitazioni. Trovatele tutte le maniere, con minacce che farete pesare
alle prossime elezioni, e via dicendo. Io penso che se voi mettete un
po' dello sforzo che avete saputo mettere in varie battaglie nazionali
in questa battaglia europea, potete avere un risultato perché la
situazione è oggi aperta in questo senso. Vorrei concludere dicendo
che l'azione per la federazione europea è un'azione cui partecipano
forze di tutte le famiglie politiche europee, ma è radicata
culturalmente, è impiantata culturalmente, nel modo di pensare
radicale. E non è un caso che quello che forse è il più importante dei
vostri maestri, cioè Ernesto Rossi, sia stato anche uno dei fondatori
del Movimento federalista europeo. Sappiate dunque assumere questa
azione portando in essa il vostro fervore ad anche il vostro grano di
follia. |