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STORIA E TEORIA DEL FEDERALISMO
di Angiolo Bandinelli
SOMMARIO. La storia del "Manifesto" di Ventotene deve
essere fatta risalire agli anni bui del dopoguerra e della crisi
europea, quando gli intellettuali liberali e democratici furono
costretti ad avviare un profondo processo di revisione del loro
bagaglio ideale e programmatico: "come salvaguardare, nello Stato, il
diritto alla o alle libertà, in presenza di una esigenza montante di
maggiore eguaglianza e parità di opportunità?" Liberali e marxisti si
lacerarono nella ricerca di una armoniosa conciliazione tra le diverse
priorità, cercando di avvicinare un ideale di "libertà compiuta", non
solo formale, per tutti. Ma Benedetto Croce prende atto che è finita
l'epoca della "fiducia nel soggetto trascendentale", mentre la
politica dispiega il suo volto più strumentale: la libertà, oggi, è
solo nel "trascendente mondo della Storia", dove le contraddizioni si
armonizzano. In questa condizione, la libertà si rifugia anch'essa nel
trascendentale: la "religione" della libertà. In politica, si
individuano tre modelli di soluzione alla crisi: il modello americano,
quello italiano e quello sovietico...In tutti e tre, lo Stato è al
centro del sistema, e il Bene è definito in funzione dello Stato. A
sua volta, il Bene è ristretto nella sfera dell'Economico, e tutti i
valori devono rapportarsi a questo. Lo Stato fascista e quello
sovietico sono tra loro più simili, ma anche nel modello democratico
americano vi sono punti di simiglianza. La seconda guerra mondiale
tenderà ad avvicinare ancor più i tre modelli e le loro realizzazioni,
fino alla bomba atomica. Spinelli e Rossi risalgono alle origini del
processo, e individuano il nocciolo profondo nel formarsi storico
degli Stati nazionali, che hanno finito nell'essere travolti dalla
Volontà di Dominio nel contempo e per conseguenza trasformandosi in
padroni di "sudditi" costretti ad operare in vista della massima
"efficienza bellica". Perfino il movimento operaio si piega alle
esigenze dello Stato-nazione, la lotta di classe si trasforma in uno
scontro "corporativo" per l'appropriazione del massimo dei beni
disponibili. La proposta di Rossi e Spinelli, a questo punto, è la
"distruzione" del Behemoth statale "in quanto centro di concentrazione
assoluta di potere". A questo fine non è certo sufficiente la
creazione della Società delle Nazioni (o dell'ONU): ciò che occorre, è
creare un "sistema politico" che superi gli inconvenienti dello Stato
"assoluto", nazionale. Solo lo Stato federale può contemplare e
favorire al suo interno la persistenza di altri "sistemi originari"
creatori di diritto" e quindi di una pluralità di fedeltà che sia
davvero garanzia di libertà per tutti e ciascuno. (LA PALLACORDA,
bimestrale, Torino, 2 semestre 1984 - Ripubblicato in "IL RADICALE
IMPUNITO - Diritti civili, Nonviolenza, Europa", Stampa Alternativa,
1990)
La storia del "Manifesto di Ventotene" viene da lontano, anche da
più lontano che non siano gli anni nei quali, nel cerchio forzato
dell'esilio in patria, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli gettavano giù
quelle poche pagine di appunti e riflessioni. Certo, già allora esse
apparvero fastidiose, incomprensibili e pericolose, se costarono
all'uno e all'altro l'isolamento dagli altri detenuti politici (pochi
dei quali vollero sottoscriverle) e il distacco reciso dai comunisti,
che le condannarono aspramente e senza appello. Ma le radici della
loro diversità affondano in quel travaglio di idee con il quale, dopo
la crisi del 1921 che separava le due anime del socialismo europeo -
comunisti e riformisti - con un solco non più destinato a chiudersi, a
seguito della vittoria dei fascismi europei, al cospetto della
profonda trasformazione delle strutture statuali determinata
dall'industrializzazione, e in mezzo agli scontri sempre più aspri fra
le Potenze sul terreno della divisione dei mercati e dell'egemonia
mondiale, politici e intellettuali dovettero avviare la revisione del
loro bagaglio di teorie e di ipotesi. In Italia sono gli anni dei
Rosselli, di "Giustizia e Libertà", del liberalsocialismo, che
ereditano i dubbi e le sconfitte degli Amendola come dei Nitti, dei
Salvemini, dei Gobetti e dei Matteotti, sconfitti e massacrati non
tanto dalla mano omicida di qualche sicario, ma da una violenza più
profonda, drammatica e grandiosa, che investiva e liquidava certezze e
garanzie, diritti e "forme-Stato", con una facilità irrisoria, una
burbanza e una sicurezza che davano adito a sospetti profondi circa il
sostegno reale che ne guidava e reggeva la mano assassina. Il mondo
democratico più avvertito cominciò a porre mano ad una revisione che
non poteva non essere difficile, mentre i tempi stringevano e una
nuova e più sconvolgente resa dei conti si avvicinava. Una lettura di
prima approssimazione di questi tentativi ci pare possa dirci che il
gran tema in discussione è sul come, dinanzi alle trasformazioni e
agli sconvolgimenti in atto, si possa salvaguardare, nello Stato, il
diritto alla o alle libertà, in presenza di una esigenza montante di
maggiore eguaglianza e parità reale di opportunità e di conseguimenti:
per tutti i membri della comunità sociale e per ciascuno di essi. I
due termini appaiono inconciliabili, o quasi. Pareggiare le
opportunità per tutti - e non solo le opportunità, ma i conseguimenti
reali - non significa sviluppare armoniosamente la vecchia, grande
intuizione e affermazione liberale secondo la quale occorre appunto
poter garantire a tutti e ciascuno l'accesso, o le possibilità di
accesso, a quell'agone sociale nel quale poi ciascuno possa far valere
le proprie capacità. Le sinistre marxiste sbeffeggiano questa fiducia
e la denunciano come una truffa messa in atto dal mondo borghese ai
danni del proletariato: la corsa che si svolge sull'agone sociale è
già truccata in partenza, non bastano le assicurazioni d'un
allineamento corretto sulla linea di partenza; il garantismo formale è
il sigillo d'una farsa che il proletariato non può più accettare.
L'uguaglianza deve essere non formale, ma sostanziale, il proletariato
deve impossessarsi (per gestirlo in proprio, in quanto classe) del
sistema della produzione. E' un progetto di grandezza storica, che
mira scopertamente alla sovversione non dei tempi, ma del tempo in sé
che, una volta che la rivoluzione avrà vinto, sarà qualitativamente
altro da quello che oggi misura la durata interiore della coscienza
dell'uomo, fordianamente parcellizzandola e impedendole di svilupparsi
armoniosamente e "totalitariamente". Se questa è la risposta marxista
al quesito, essa non è apparsa convincente a molti, i quali però non
riescono a fornire al problema una diversa soluzione, che appaia
ugualmente persuasiva. I più, in realtà, balbettano concettini
informi, se non deformi. Ma, d'altra parte, il tentativo più
aulicamente solenne e vigoroso, quello compiuto da un Benedetto Croce
che di nuovo affronta i grandi temi filosofici troppo a lungo
accantonati, approda ad una dichiarazione di sconfitta. Benedetto
Croce prende atto, proprio in questi anni, che un'epoca della storia
si è chiusa, l'epoca della fiducia nel soggetto trascendentale, attore
e protagonista del movimento della libertà (1). Il soggetto portatore
delle categorie trascendentali è sconfitto, almeno sui piano
dell'agire, sul piano della politica. La politica è il luogo della
funzione (funzione/finzione) cui il soggetto viene sacrificato in una
separatezza e divisione di sé da sé e dal tutto che non pare possa
essere, nel contingente, reintegrata. La libertà è altrove: è nel
trascendente mondo della Storia, nel cui occhio, che si apre e si
dilata dopo e al di sopra dell'evento, si ricompongono e si
armonizzano gli avvenimenti che nel contingente si svolgono come
fotogrammi d'un film, in una successione che non ha connessioni
interiori. La libertà, dall'altra parte, si interiorizza: fai il tuo
dovere, è l'imperativo del quotidiano; afferma dinanzi al foro della
tua coscienza solitaria il valore e l'etica, anche quando essa non può
dettare le sue leggi nel mondo del fattibile, dove si svolge la
vicenda umana. Se la politica è funzione, manipolazione strumentale,
come si può paragonare, mettere a raffronto il suo prodotto, quale che
esso sia e quale che siano le sue pretese, con la libertà che,
identificandosi con l'etica, si pone come categoria, quindi nel
trascendente, misura delle cose dalle quali essa non può, per
definizione, essere misurata? Dunque, prosegue Croce, la coniugazione
di libertà con giustizia è un impossibile logico, un assurdo
concettuale e filosofico. Lo Stato operi per disporre del bene
economico con la massima equità possibile nel contingente; ma non per
questo pretenda di realizzare nella sua completezza l'ideale, la
sostanza (substantia, proprio) della libertà matrice della storia e
dello stesso Stato. La risposta di Croce condivisibile o meno che sia,
si iscrive nel suo tempo con grande precisione, e ne dà una sua
interpretazione che per certi rispetti - e pensiamo alla definizione
dell'attività politica - si incontra perfettamente con altre che
pretendono una maggiore modernità (Luhmann). Ma se gli sforzi teorici
dei democratici e dei liberali non producono soluzioni soddisfacenti,
i politici architettano tuttavia, e realizzano, tre ipotesi. Negli
anni '30, in America come in Unione Sovietica, come in Italia, si
disegnano modelli grandiosi di rapporto tra bene e libertà, e quindi
tra cittadino (suddito) e Stato, che in gran parte si distaccano l'un
dall'altro ma che hanno anche alcuni tratti in comune. Per tutti e tre
i modelli, lo Stato è al centro del sistema, e la politica è
l'attività centrale cui tutte le altre, compresa la sfera
dell'economico, sono subordinate: è quello che si chiama il primato
del politico. Il bene è definito, in tutte le sue valenze, in funzione
dello Stato. Nulla può sfuggire al circolo di valori che lo Stato
impone ai suoi cittadini/sudditi, non vi è diritto di natura che possa
imporre allo Stato e alle sue ragioni un limite qualunque. Ogni bene
si appiattisce e regredisce alla condizione dell'economico, e
l'economico è il solo metro del rapporto tra i beni: ma tutto,
ripetiamo, è governato dentro la sfera del sistema politico, e per il
bene superiore dello Stato. Lo Stato sovietico e quello fascista sono
i più simili tra di loro nello spingere alle estreme conseguenze
questo modello sistematico. In parte, resta più elastico il modello
statuale delle democrazie occidentali, a partire da quello americano.
Non c'è dubbio, qui una serie di garanzie vengono frapposte, o
lasciate sopravvivere, tra i poteri propri allo Stato e i diritti
rivendicati dal cittadino. Si accetta (e si impone) la distinzione tra
pubblico e privato, a diminuire e svelenire iI condizionamento
massiccio di quella riduzione del soggetto trascendentale a funzione
che però non viene del tutto negata: anche questi Stati sono
proiezioni di società industrializzate e altamente specializzate, e
proprio qui anzi si inventa e si esalta quello che sarà il paradigma
stesso del sistema, quello che viene chiamato fordismo o taylorismo.
Si accetta comunque (o si tollera) l'obiezione di coscienza; si
delimitano spazi di libertà per le chiese e per la sfera del
religioso, anche quando esso non coincide col privato (ma la Chiesa
cattolica non accetterà mai tale delimitazione e, rivendicando a sé la
pienezza del potere - in quanto Stato in sé perfetto - arriverà
tutt'al più ad accettare situazioni di fatto determinate dai rapporti
di forza o a contrattare, in alcuni casi, la delimitazione delle sfere
di competenza); si erige a canone di interpretazione del fenomeno
politico il sistema statistico, attraverso il quale, nella misurazione
dei rapporti di forza tra gruppi di potere concorrenti, si arriva
anche a individuare i percorsi della funzione di libertà (il che
equivale a dire, ancora una volta, che la libertà non è valore
trascendente, né forma dell'infinito processo storico, ma funzione,
rapporto, definibile come "forma" delle esigenze strutturali proprie a
ciascuno dei gruppi di forze concorrenti nell'ambito del sistema: che
è sistema chiuso, non infinito). E' il massimo di libertà concepibile
e realizzabile all'interno dello Stato moderno; ed è sicuramente
sufficiente a determinare, nella crisi del 1939, la spaccatura
mondiale, tra progresso e reazione. Ma, con gli occhi dei posteri,
possiamo vedere oggi che anche in questa occasione alcuni equivoci
vengono tollerati: la partecipazione alla guerra antifascista dà
all'Unione Sovietica una formidabile legittimazione come paese
democratico. Nonostante le denunce che proprio durante gli anni '30
vengono rivolte al "Dio che è fallito" in un dibattito che avrà un
influsso enorme sugli sviluppi della cultura per oltre trenta anni, il
socialismo reale viene accolto tra le esperienze positive della
società e degli Stati moderni nel cammino faticoso verso la soluzione
del problema storico in cui si dibattono: il rapporto, ripetiamo, tra
giustizia e libertà. Le risultanze di questo dibattito e di queste
gigantesche esperienze vengono messe in causa proprio dalla seconda
guerra mondiale. E questa l'occasione nella quale il sistema dello
Stato moderno, lo Stato del Politico e della "funzione", si sbarazza
di tutte le garanzie che ha dovuto accordare alle esigenze di libertà
e si erge di nuovo, come mostruosa Ipostasi, in tutta la sua
spietatezza. L'economia dello Stato sociale, mettendo in mostra tutte
le sue capacità e le sue potenzialità nel momento in cui si trasforma,
con immensa facilità, in economia di guerra, rivela quali siano le
fondamenta reali, fin qui restate celate, su cui essa si basa.
Nell'obiettivo della vittoria "giusta" tutte le garanzie di libertà
sono sospese, ogni cedimento è tradimento, l'individuo viene di nuovo
ricondotto, totalitariamente, alla condizione di funzione del sistema,
in alienazione assoluta. Anche gli Stati democratici assumono parecchi
degli aspetti dello Stato totalizzante e totalitario, che erige la
propaganda a valore di verità. Il processo pare ineluttabile. Quando
si pensa alla vittoria sull'avversario la si pensa in termini, ormai,
di annientamento. Come è noto, i veri obiettivi militari da
distruggere per avvicinarsi alla vittoria non saranno le divisioni
nemiche sul campo di battaglia ma le popolazioni civili delle città,
di cui si cerca di spezzare i tessuti e i gangli nervosi, e i bersagli
su cui saranno gettate le bombe atomiche saranno ancora una volta
città, popolazioni di donne, vecchi e bambini. La bomba atomica
realizza la definitiva silloge del sistema statuale e sancisce, con la
perpetuazione della sua minaccia incombente, la condizione etica del
mondo moderno. Non è poi tanto un caso se i piloti che la sganciarono
impazzirono: l'uomo della strada non aveva ancora maturato le difese
contro l'orrore dell'annientamento dell'etica, divenuta succube della
funzione, allo stesso grado cui invece erano giunti gli scienziati
atomici, eredi di una lunga e complessa storia culturale che aveva già
elaborato teorie (o sofismi) giustificatori e assolutori... Non
saranno in molti coloro che osservando questa mostruosa degenerazione
dei sospetti e delle speranze cercheranno di porre il problema su basi
nuove, diverse. Credo che si possano annoverare tra di essi i due
antifascisti che elaborarono il "Manifesto di Ventotene", Ernesto
Rossi e Altiero Spinelli. Il "Manifesto" si apre con questa lapidaria
affermazione, insieme assioma e tesi da dimostrare: "La civiltà
moderna ha posto come fondamento il principio della libertà, secondo
il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un
autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto
imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della
vita sociale che non lo rispettassero". Come si vede, siamo nel cuore
stesso del dramma moderno. Il ragionamento che segue alla premessa è
lineare. Quel principio di libertà si è sviluppato grazie
all'affermarsi dell"'eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi
in Stati indipendenti". L'ideologia che ne è conseguita, quella
dell'indipendenza nazionale, è stata indubbiamente molla di progresso.
Tuttavia, con l'addensarsi sulla scena politica di molte Nazioni e
Stati tutti ugualmente indipendenti ha portato con sé, quale sua
conseguenza inevitabile, il formarsi di una volontà di dominio di
ciascuno Stato nei confronti di tutti gli altri, e questa volontà di
dominio si è eretta a morale universale, indiscussa e irriducibile
(tra parentesi: nello stile del "Manifesto", che indubbiamente rivela
atteggiamenti "titanistici", è già presente in nuce quel nietzchismo
che oggi torna, pressappoco identico, quale rispecchiamento e insieme
rifiuto nichilistico della cultura moderna, divenuta anch'essa, a sua
volta, totalizzante...). Quale conseguenza di questo suo sviluppo, o
ipertrofia, o degenerazione, lo Stato, da tutelatore della libertà dei
cittadini si è trasformato in padrone di sudditi "tenuti a servizio,
con tutte le facoltà, per renderne massima l'efficienza bellica". Il
processo ha investito tutte le formazioni statuali, anche se "gli
Stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più
coerente l'unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di
accentramento e di autarchia...". Una sola smagliatura sembra di poter
cogliere in questo argomentare serrato, ed è il passaggio nel quale si
afferma che gli Stati totalitari "si sono dimostrati gli organismi più
adatti all'odierno ambiente internazionale". La sconfitta dei
fascismi, sopraggiunta di li a poco, avrebbe messo in forse tale
premessa e quindi le sue conclusioni. Ma solo in superficie; il
processo di alienazione della libertà "trascendentale" dinanzi al
potere non si è allentato, in una temperie che ha comunque accantonato
ogni interpretazione della storia e della politica che si richiami a
postulati etico-politici. In ogni caso, l'argomentazione di Rossi e
Spinelli, che sembra trovare limiti e incertezze, riprende subito
fiato e coglie un altro problema essenziale. Il "Manifesto di
Ventotene" ha un avversario di fondo, ed è ovviamente il nazionalismo
della forma-Stato moderna; ma ha anche un temibile interlocutore, con
il quale polemizza a lungo, nelle ideologie delle sinistre che si
rifanno più o meno dichiaratamente a Marx, e comunque privilegiano
l'interpretazione economica della storia, in termini di lotta di
classe. Quanti hanno cercato di risolvere il problema del rapporto
libertà-giustizia utilizzando questo schema affermano che, nel momento
in cui saranno aboliti, con la lotta di classe, la proprietà privata e
il dominio dell'uomo sull'uomo, anche il problema della libertà sarà
risolto. E il capitalismo che assoggetta l'uomo e lo priva della
libertà di disporre di sé, che strumentalizza lo Stato per i suoi fini
di parte, che scatena guerre che sono, in definitiva, guerre di
dominazione capitalistica, guerre imperialistiche. Tutti questi mali
saranno sconfitti, dicono i marxisti, una volta che sia stato colpito
al cuore il sistema del capitale. Le questioni relative alla
forma-Stato sono secondarie, mero riflesso dei movimenti reali che si
svolgono a livello di struttura. La vera liberazione dell'uomo si
svolge a questo livello, ed è la lotta di classe, che attraversa
orizzontalmente gli schieramenti nazionali, sollevando ad una
dimensione infra- e internazionale la responsabilità delle masse
sfruttate: "Proletari di tutto il mondo, unitevi!" non è uno slogan
dettato da passioni e sentimenti, è il dettato di un sillogisma
teorico ferreo. Purtroppo, il sillogisma teorico non si chiuderà mai.
Già con la prima guerra mondiale i proletari si divideranno secondo
linee di frattura nazionali. Nel ventennio successivo, le masse
operaie saranno profondamente inserite nel tessuto nazionale e
diverranno ovunque il pilastro fondamentale delle fortune dello Stato
nazionale. In America, è in questi anni (e l'episodio di Sacco e
Vanzetti ne diventerà simbolico) che viene spezzato lo sviluppo di una
sinistra marxista, mai più risuscitata dopo l'esplosione del New Deal
rooseveltiano. In Italia un grandissimo teorico, Alfredo Rocco,
getterà le formidabili basi di uno Stato nazionale, fascio dei
produttori, che assorbirà in sé, soddisfacendole nella più assoluta
integrazione, le esigenze e le aspirazioni delle masse lavoratrici. Il
movimento socialista, dovunque, perderà il suo carattere
internazionalista, e una sua notevole parte si piegherà alla difesa
del "socialismo in un solo Paese". Da questa trasformazione
strutturale del rapporto tra classe e nazione-Stato prenderà vita un
nuovo schema di lotta per il potere che sarà destinato a lunga vita,
riuscendo a dissolversi in schemi di interpretazione che saranno
esaltati persino come emblematici della perfetta democrazia. Tale
complessa trasformazione viene ben individuata dal "Manifesto di
Ventotene", anche se per definirla esso impiega un termine che non
incontrerà fortuna. Il "Manifesto" infatti definisce come
"sezionalismo" quel meccanismo che oggi noi preferiamo chiamare
"corporativismo". La lotta sociale e politica sarà soprattutto
finalizzata, in ciascuno Stato, a fissare le quote rispettive che
ciascun settore sociale, ciascuna corporazione, riuscirà a prelevare
dall'insieme dei beni a disposizione della collettività. "Si continua
a parlare della società moderna come della società capitalista. Ma se
si intende bene cosa sia una società capitalistica (...) bisogna dire
che oggi viviamo in una società (...) che è essenzialmente una società
sindacalista", troviamo scritto sul "Manifesto" e "sindacalismo" è qui
inteso, analogamente a "sezionalismo", come "corporativismo". Il
massimo di democrazia si avrà, poste tali premesse, nell'aperto
svolgimento di questo scontro per la spartizione e distribuzione dei
beni, intesi come beni di scambio, ad esclusione di altri beni, o
valori, diversi. In definitiva, anche il principio della lotta di
classe si è dissolto, rispetto alla sua pretesa di interpretare le
strutture profonde e autentiche della storia contemporanea; e allora
quale altra risposta sarà possibile alla annosa domanda, quella su cui
in tanti si sono travagliati? A questo punto, il "Manifesto di
Ventotene" avanza la sua proposta. Se il travaglio del mondo moderno
dipende (come sembra dimostrato) dallo sviluppo ipertrofico del
Behemoth statuale, la battaglia da ingaggiare è quella della sua
distruzione in quanto centro di concentrazione assoluta di potere. Non
è sufficiente che lo Stato garantisca al suo interno il libero
svolgimento della lotta politica tra le parti sociali. Lo scontro è
diseguale perché, per la forza delle cose, per i dati strutturali che
condizionano la vita dello Stato, prima o poi, e magari sotto
l'impulso della guerra (che lo Stato in quanto tale tende sempre a
promuovere), le forze che puntano alla ricostituzione dell'assolutismo
torneranno a prevalere. Per dissolverle davvero occorre dissolvere il
centro di potere che le attila, là dove esso si costituisce: occorre,
insomma, abbattere lo Stato-nazione... In poche e sarcastiche battute
il "Manifesto" liquida la speranza che possa a questo fine essere
sufficiente la ricostituzione della Società delle Nazioni (magari con
la nuova sigla dell'ONU). Il fallimento della esperienza societaria è
sotto gli occhi di tutti. No. Il problema sarà risolto solo se si
riuscirà a costituire un sistema federale di Stati, a partire dal
punto dove la situazione è più matura e le condizioni sono più
propizie: dunque, l'Europa. Qui si dovrà tentare di costruire,
facendosi forza della crisi che attraverseranno i suoi Stati dopo la
tremenda guerra, uno Stato federale, gli Stati Uniti d'Europa, modello
e protagonista di un formidabile esperimento, rivoluzionario nei suoi
fondamenti, di costruzione di un sistema civile capace di contemperare
forza e libertà, potere e diritto, centralità decisionale e pluralità
di soggetti, artificio (Stato) e natura (preesistenze
storico-culturali), in un insieme il più possibile armonico già nella
sua struttura ideale e concettuale. Lo Stato federale europeo non è
un'utopia umanitaria, dunque; è un progetto politico che si pone un
obiettivo definito, preciso: costituire un sistema politico che non
presenti gli inconvenienti dello Stato assoluto, nazionale. Lo Stato
federale possiede questi requisiti: esso infatti, per le
caratteristiche della propria forma, non è in grado di assolutizzare e
ipostatizzare un centro di potere assolutistico, comunque
totalizzante. Il sistema federale è, per definizione, nontotalizzante;
per la sua costituzione storica non è mononazionale, e quindi fa
deperire la volontà di potenza del nazionalismo (e del razzismo); per
la sua articolazione non è bellicoso, perché portato a contemperare
spinte diverse, centrifughe. La sua forma istituzionale, sufficiente a
garantirne l'efficienza (in quanto allo Stato federale vengono
delegati alcuni essenziali poteri) non ha tuttavia carattere globale;
altri importantissimi poteri restano affidati agli Stati membri. Essa
contempla addirittura la persistenza al suo interno di altri sistemi
originari creatori di diritto, grazie ai quali è consentita al
cittadino una pluralità di fedeltà che impedisce il suo assorbimento
in un sistema monocentrico, totalizzante. Anche sul terreno
dell'economia, mentre è sufficientemente ampio, nella dimensione
europea, da poter fare sviluppare un mercato di ampiezza adeguata alle
dimensioni tecnologiche dell'industria moderna, non esige, rende anzi
impossibile, una concentrazione dei mezzi di produzione subordinata
totalmente al potere politico... Sarebbe lungo esaminare partitamente
tutti questi elementi, vagliarli, giustificarli, svilupparli (o,
magari, rifiutarli): basti qui questa prima, insufficiente
elencazione, per coglierne quanto vi era, nel momento in cui essi
venivano dettati, di congruo con i problemi del tempo, con la ricerca
teorica, con aspirazioni e bisogni di grande portata ideale. Queste
qualità non sarebbero tuttavia state sufficienti a fare del
"Manifesto" un testo così importante della cultura politica del nostro
tempo. Furono gli eventi politici ad assumere, per loro conto, un
andamento convergente con le indicazioni del piccolo testo. NOTA 1)
Benedetto Croce: "La storia come pensiero e come azione", Laterza
1938. |