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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

Interventi audiovideo di Emma Bonino (da RadioRadicale.it)

SUD, ALL’AGRICOLTURA SERVE PIU’ MERCATO

da La Gazzetta del Mezzogiorno Oggi, alle 10 all’hotel Delfino, in occasione del quinto Congresso nazionale dei medici ginecologi del Cecos, si terrà una conferenza stampa dei candidati alle elezioni europee Emma Bonino, Maurizio Turco, Srgio D’Elia e Rita Bernardini di Emma Bonino In Europa, da anni, si discute animatamente del bilancio dell’Unione europea. Si tratta di un bilancio modesto in percentuale, 1,17% del PIL europeo, ma rilevante in valore assoluto, 100 miliardi di euro. Bene, cioè male perché tutto il dibattito si concentra sul dato quantitativo: la Commissione chiede che le prospettive finanziarie 2007/2011 prevedano un budget pari al 1,27% del PIL europeo, il massimo consentito dai Trattati. Dall’altro lato dello spettro invece, alcuni paesi contributori netti, tra cui la Germania, vogliono limitare il budget al 1%.
Per me, tuttavia, il problema non è la quantità di risorse che si spendono a Bruxelles, ma la qualità della spesa. La discussione se il budget comunitario debba essere dell’1% o del 1,2% non mi appassiona e non mi appassionerà fintanto che la metà di questo bilancio sarà utilizzato per finanziare la Politica Agricola Comune, vale a dire un sistema di sussidi e di protezionismi agricoli costosissimo per i consumatori europei, che mortifica le speranze di affrancamento per milioni di persone dei paesi poveri produttori e che spinge l’Unione europea perennemente sulla difensiva nei negoziati in sede OMC. Ovviamente, qui da noi, sono proprio i prodotti sovvenzionati ad “andare male”, cioè a non essere competitivi. Che senso ha continuare a ripetere, come un mantra, che nel vertice di Lisbona del 2000 ci siamo impegnati, nientedimeno, a fare dell'Europa l'economia basata sulla conoscenza più competitiva al mondo entro il 2010, se poi, con insistenza perversa, continuiamo a sovvenzionare i nostri produttori di zucchero, magari in Estonia, per proteggerli dalla concorrenza, che so, del Mozambico? Insomma, la PAC è il paradigma di un’Europa che, pur di fronte ai paventati rischi di declino, non ha il coraggio, la fantasia e la forza di rinnovarsi, che perde la sfida della competitività sul fronte internazionale, che si fa prevaricare dalle lobbies agricole, nonostante queste rappresentino ormai una componente marginale della produzione e dell’occupazione.
Per questo, noi radicali al Parlamento europeo, chiediamo da tempo che questi fondi siano dirottati verso settori più innovativi: per esempio la ricerca, le nuove tecnologie, le infrastrutture… L’estate scorsa un gruppo di esperti di alto livello, incaricati dalla Commissione e guidati dal Professor Sapir, ha presentato il suo rapporto conclusivo, intitolato “Europa: un’agenda per la crescita”. Il Rapporto Sapir sostiene che per rilanciare la crescita economica dell’Unione sarebbe sufficiente un bilancio al 1%, ma radicalmente rivisto, a partire dall’eliminazione delle spese agricole. Il Rapporto è stato duramente criticato dalla Commissione medesima – guarda caso in primis dal Commissario all’Agricoltura Franz Fischler – e subito riposto nel cassetto più inaccessibile. Questo comportamento è francamente autolesionista perché la politica commerciale è una delle poche politiche pienamente comunitarie: potrebbe essere una leva importante per la credibilità dell’Unione sul piano diplomatico/economico internazionale; invece, proprio a causa del protezionismo agricolo, è uno dei tanti talloni d’Achille, un fattore di debolezza anziché di forza…
Vedete, quando affermiamo che la PAC va abolita o drasticamente ridimensionata o rinazionalizzata, non manchiamo di realismo politico, non proponiamo astratte fughe in avanti. Soprattutto non significa disfarsi dell’agricoltura ma, al contrario, di promuoverne l’anima imprenditoriale in un contesto di libero mercato. Recentemente ho sentito il Ministro degli Esteri Frattini congratulare se stesso per essere riuscito a mantenere il nostro Mezzogiorno all’interno delle aree Obiettivo 1 della Comunità europea: ebbene, il mantenimento di questo status è la dimostrazione più eloquente del fallimento della politica degli incentivi e dei trasferimenti, oltre al fatto che non mi pare sia motivo di giubilo che l’Italia, dopo quasi cinquant’anni di adesione alla Comunità ed un fiume di denari, abbia ancora regioni “assistite”. Già da qualche anno i radicali propongono una riduzione delle tasse sul reddito delle imprese del meridione d’Italia in sostituzione degli incentivi che sono usati in maniera inefficiente, oltre che creare distorsioni sul mercato. Quest’impostazione configura una fattispecie non prevista dai Trattati? Credo l’argomento valga la pena di essere seriamente approfondito. Come ritengo vada meditata, sul piano politico, la nostra proposta di nominare, nel prossimo esecutivo comunitario, un Commissario europeo per il mediterraneo.




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