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LA DOPPIA STRATEGIA PER USCIRE DALLA RAGNATELA

Il Corriere della Sera - 11 febbraio 2014

Roma pronta ad affiancare l'azione politica a quella giudiziaria: verso il ricorso alle corti internazionali

di Danilo Taino

L'Italia ha ora più possibilità di uscire dalla ragnatela nella quale la giustizia indiana la avvolge da due anni, sulla vicenda dei marò trattenuti a New Delhi. La formalizzazione dell'accusa contro Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, avvenuta ieri, da parte della Procura generale dell'India apre una strada politica e giudiziaria che la difesa dei due militari italiani può percorrere: l'utilizzo della legge antiterrorismo Sua Act ha un livello di gravità tale da aprire un ventaglio di possibilità. Da una parte, l'iniziativa diplomatica che il ministro degli Esteri Emma Bonino ha sviluppato ancora ieri a Bruxelles e che già da oggi potrebbe avere nuovi sviluppi. Dall'altra, le contromisure legali da portare avanti in parallelo all'obiettivo di districarsi dalla giurisdizione indiana. Innanzitutto, la Corte Suprema. È l'istituzione probabilmente più rispettata in India e gode di grande potere. Non è scontato che nell'udienza del 18 febbraio si limiti a mettere il proprio timbro sulla decisione di usare nel processo il Sua Act. Quando, nel gennaio 2013, ordinò l'istituzione di un tribunale speciale per giudicare i due fucilieri di Marina non citò la legge antiterrorismo/antipirateria ma il Codice penale, il Codice di procedura penale, la legge sul Diritto del Mare dell'ONU (Unclos) e la legge indiana sulle zone marittime. Non si può affatto escludere che tra una settimana emetta un ordine simile a quello di un anno fa.
Questa ipotesi, però, non attenua la gravità dell'accusa fondata sul Sua Act, una legge che Delhi ha varato in ottemperanza a una Convenzione internazionale del 1988 finalizzata alla repressione del terrorismo e della pirateria (nella cui stesura, tra l'altro, ebbe un ruolo preminente il giurista italiano Luigi Ferrari Bravo). Il fatto che il governo indiano abbia dato il via libera alla Procura generale affinché la usi assume un significato politico non indifferente. E' improbabile che l'India consideri seriamente l'Italia e i suoi militari responsabili di azioni di terrorismo o di pirateria: ciò nonostante, si comporta come se lo ritenesse. Così facendo, crea un caso diplomatico serio che non riguarda solo Roma e Delhi ma diventa un fatto di corrette relazioni internazionali disprezzate. Ben più di uno sgarbo, che sarebbe solo un problema tra le due parti: un comportamento inaccettabile nella comunità delle Nazioni. Inoltre, il concetto che due militari in missione antipirateria siano considerati terroristi è un regalo ai pirati e un indebolimento globale della sicurezza dei mari di cui tutti i Paesi dovrebbero preoccuparsi. Il «gruppo marò» di ministri e esperti costituito presso la presidenza del Consiglio, che probabilmente si riunirà domani, dovrà decidere come reagire. In tempi brevi, si va dalla convocazione alla Farnesina dell'ambasciatore indiano a Roma, Basant Gupta, per protestare, a una serie di iniziative diplomatiche da prendere a Delhi. Da una parte, per tenere alta la pressione sulla Corte Suprema in vista dell'udienza del 18 febbraio. Dall'altra perché le iniziative diplomatiche sono utili alla riattivazione della controversia con l'India sulla giurisdizione in vista di ricorsi alla giustizia internazionale: dimostrare che si sono tentate vie diplomatiche senza successo può essere essenziale quando si va a chiedere un arbitrato. Nel frattempo, il «gruppo marò» dovrà anche decidere se ricorrere subito alla Corte arbitrale dell'Aja e al Tribunale internazionale per la Legge del Mare delle Nazioni Unite, con sede ad Amburgo, oppure se aspettare la decisione della Corte Suprema. L'orientamento prevalente nell'organismo di coordinamento del governo, ieri, sembrava quello di attendere. Allo stesso tempo, però, sembra si stia formando un consenso sulla necessità di uscire dalla ragnatela della giustizia indiana - attraverso l'internazionalizzazione del caso - anche se la Corte Suprema dovesse decidere che il Sua Act non sarà usato. La strada potrebbe essere doppia: ricorrere a un arbitrato - che ha tempi piuttosto lunghi, tra i due e i quattro anni e nel frattempo chiedere al tribunale Onu di Amburgo di permettere a Girone e Latorre di lasciare l'India per un Paese terzo - giudizio che potrebbe essere espresso in alcune settimane. Per molti versi, la decisione di Delhi è inspiegabile. Vero che la campagna elettorale in corso può spingere il governo a non volere sembrare «debole» nei confronti dell'Italia. Ma è anche vero che il caso marò sta diventando per l'India fonte di imbarazzo internazionaie. Tra l'altro, in parallelo a una disputa diplomatica complicata anche con gli Stati Uniti. La speranza nascosta dell'esecutivo indiano potrebbe risiedere nella risposta della Corte Suprema: nella confidenza che sia essa, martedì prossimo, a depotenziare il caso.





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