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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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BONINO: RIFORME A META', ORA TUTELE PER I PIU' DEBOLI

Il Messaggero - 17 agosto 2007 di Virman Cusenza ROMA - Ferragosto in ufficio per Emma Bonino. A fare slalom tra i giocattoli difettosi della Mattel, le batterie a rischio della Nokia e il “Risiko” della maggioranza di governo alle prese con riforme drastiche come quella del mercato del lavoro o delle pensioni. Il tutto con l’amaro in bocca, per il ministro del Commercio Estero, riformista ante litteram, di non veder popolato il nascente Partito democratico dei suoi cavalli di battaglia. Come dire le ferite della globalizzazione, da una parte e la battaglia italica dei soliti campanili. «Il punto è - sbotta la Bonino - Che ne pensa il nascente Pd delle questioni cruciali su cui sbattono il muso governi e cittadini? Stiamo coi piedi per terra. Questo ultimo caso del ritiro dei giocattoli della Mattel, per esempio, è adatto ad evitare la solita confusione sulla Cina». Proprio lei è pronta ad assolvere Pechino? «Al contrario. La Cina deve superare ancora mille standard per quanto riguarda libertà, democrazia e migliorare le condizioni dei suoi lavoratori. Ha ancora davanti una strada lunga, lo sappiamo perfettamente e dobbiamo insistere in questa direzione. Ma stiamo attenti a isolare anche le responsabilità delle multinazionali quando delocalizzano. Il 90% degli ultimi giocattoli ritirati non aveva il difetto della verniciatura come gli altri. Erano immaginati e disegnati con dei piccoli magneti che se staccati e inghiottiti possono causare anche ferite intestinali fatali per i bambini. Di questo hanno la responsabilità non tanto la manifattura cinese quanto gli ingegneri americani che le hanno disegnate. Il pericolo ci sarebbe stato anche se li avessero costruiti in qualunque altra parte del mondo». A proposito di lavoro: Rifondazione vuole quasi abrogare la Biagi. Il ministro Damiano è pronto al confronto e annuncia che verrà tolto il cosidetto staff leasing. Teme che Prodi si rimangi il protocollo sul Welfare? «C’è una battaglia in corso sul Welfare del Duemila. E’ un bene che oggi sia un problema della intera società italiana, non solo di un premier di un ministro e dei sindacati e quattro ministri. La società fordista degli anni ‘70 è finita, non possiamo ternerci quelle norme in piena globalizzazione. Per questo dico che i sindacati a forza di voler salvare lo status quo ante alla fine rischiano di diventare reazionari. Come è accaduto con la pensione a quota ‘57, quando la Germania punta a quota 67. Allora il punto è: chi sono i deboli oggi del nostro sistema?» Appunto, chi sono? «Partiamo dai fatti. Abbiamo una spesa del pacchetto previdenziale già alta: il 15 del Pil. Di questo il 61% va in pensioni. Il 32% in assistenza sanitaria, medie tutte più alte degli altri Paese europei. Resta solo il 6% per tutto il resto: ammortizzatori sociali, asili, anziani, malati di lungo decorso sostegno alle donne. Non è pensabile dunque aumentare la spesa pensionistica e non dare soluzioni ai veri deboli del nostro sistema». Perché allora lei difende il protocollo sul Welfare se lo trova tanto difettoso? «Intanto le critiche alla Biagi di Giordano e Diliberto - che sono la sinistra comunista, qui i radicali siamo noi - sono prive di ogni fondamento come dimostrano unanimi giuslavoristi di ogni orientamento politico e gli indicatori statistici sul mercato del lavoro che registrano negli ultimi anni una crescita sostanziosa dell’occupazione e una percentuale di lavori a tempo determinato al di sotto della media europea. Il collega Giordano, immagino, sa perfettamente che la Legge Biagi, per quanto riguarda il quadro giuridico dei contratti non standard, ha perfezionato la riforma Treu prevedendo, per esempio per i co.co.co., limiti più incisivi per impedire un loro utilizzo abusivo. Basti ricordare che questa tipologia di contratti è diminuita di 50.000 unità e che per contrastare l’uso illegale dei collaboratori a progetto nel call center, il ministro Damiano ha utilizzato proprio la legge Biagi». E lei come propone di tutelarli meglio i lavoratori? «Innanzitutto vedo l’urgenza di una riforma degli ammortizzatori sociali per completare le riforme Treu e Biagi con un sistema di tutele universali per i disoccupati che copra ogni tipologia di lavoro e non solo il 28 per cento delle persone in cerca di lavoro, come accade oggi in Italia. Tutti gli altri non hanno nulla». Lei sta scrivendo il programma di un nuovo governo. «Quello che c’è può ancora darsi da fare. Cominciando da un tema sempre più drammatico: la perdita del potere d’acquisto dei salari, che pare non interessare i sindacati posto che questi che rappresentano solo le categorie protette del mercato del lavoro, come gli impiegati pubblici, che hanno mantenuto intatto il potere d’acquisto dei loro stipendi. Negli ultimi quindici anni i redditi da lavoro dipendente sono calati, in termini reali, del 10%, le quote dei salari sul reddito netto disponibile è calata vistosamente rispetto alla quota dei profitti e circa il 20 per cento delle famiglie italiane oggi vive al di sotto della soglia di povertà o rischia di caderci. Come mai in Italia il reddito lordo annuo da lavoro è inferiore di 7.000 euro rispetto alla Francia e di 18.000 rispetto alla Germania? Ai sindacati non interessa?» E’ un altro ultimatum a Prodi? «Se malaguratamente Prodi dovesse accettare le modifiche chieste da Giordano al protocollo sul Welfare, è evidente che si porrà una grave crisi politica. Ma, sia ben chiaro: non per nostra responsabilità. Ma spero e credo che Prodi terrà fede ai tre pilastri con cui è nato il governo: risanamento, crescita ed equità. A quelli dobbiamo attenerci». Delusa dal bilancio riformista del governo? «Sapevo quando sono entrata in questo governo che non era l’esecutivo della Thatcher e che la strada sarebbe stata in salita...Ma qui non conta quel che chiede la Bonino, ma quello che ci chiederanno gli italiani se non presentiamo una finanziaria coi fiocchi. Spero che a nessuno venga la splendida idea di “migliorare” le pensioni alzando la pressione fiscale. Questo non lo sopporterebbe la Commissione europea, ma soprattutto il Paese». Che cosa manca al Pd per dirsi davvero riformista? «Senza una vera ambizione aggregante, c’è il rischio che si trasformi nella semplice fusione delle due oligarchie di Ds e Margherita. “L’espulsione” nostra e di Pannella in particolare ne è la dimostrazione. Vedo l’assenza di una ambizione a riformare complessivamente la nostra politica, cosa che avrebbe provocato sussulti anche a destra. Non vedo un grande dibattito sui contenuti ma su come si fanno le liste regionali con varie contestazioni su regole e procedure. Anzi c’è da chiedersi se non sia piu saggio ricominciare da capo. Ma non è questo che può coinvolgere milioni di elettori ad andare a votare». Tra i candidati Veltroni, Letta e la Bindi non ce n’è nessuno che la convinca? «Avevo trovato interessante il primo intervento di Veltroni a Torino. Poi poco ho sentito. Della Bindi apprezzo il carattere e l’autonomia, ma spesso non mi trovo d’accordo con le sue tesi. Sull’economia ho affinità con Letta, ma non condivido il suo appello sulla natalità. Ma il punto è un altro: che ne pensano questi candidati e quindi i loro elettori di un tema come la laicità?». Sta lanciando una sfida? «Io ho la mia idea. Ma finora ho sentito solo slogan: superare le contrapposizioni ottocentesche. Del resto, un partito che vuole nascere con un correntone cattolico che mi possa aspettare? Per esempio, sulla fecondazione assistita che intende fare il Pd alla ripresa d’autunno? La vuole cambiare la legge 40? E il divorzio breve o del testamento biologico? Tutta la parte dei diritti civili è abbastanza nebulosa. E le nozze gay che per esempio hanno visto un bel confronto tra i democrats americani? Io per esempio sono: per coppie sì, matrimonio no. Ma magari non tutto il mio partito condivide...».




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