
L'Unità - 11 giugno 2010
di Emma Bonino*
In Uganda sta per concludersi la Conferenza di revisione della Corte Penale Internazionale. L'avvenimento è più o meno passato sotto silenzio, eppure è stata un'occasione importante, sia per le vittime di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio, che per quanti si battono nel mondo per porre un limite all'impunità e affermare che non può esserci pace senza giustizia. Ancor più importante è che la conferenza si sia tenuta in Africa. In effetti la Corte è spesso accusata di essere uno strumento "di stampo coloniale", di Nord contro Sud. Non è così. Da Commissaria UE, verso la fine degli anni Novanta, passavo più tempo su e giù per la regione dei Grandi Laghi che a Bruxelles, non solo per far fronte all'emergenza umanitaria eredità di due genocidi che hanno sconquassato la regione in quel decennio, ma anche per battere a tappeto le capitali, alla ricerca di ratifiche. Il partito radicale trasnazionale era attivo in Asia o in America Latina e alla fine, in soli quattro anni, nel 2002 la Corte ha preso a funzionare. La determinazione degli Stati Parte a dare corpo al principio del no all'impunità sì alla giustizia penale internazionale, emerge oggi rafforzata, anche in termini di opinione pubblica. Ancora una volta sono gli Stati africani a giocare il ruolo di punta. L'Uganda ha deferito alla Corte il caso del leader dei ribelli del Lord's Resistance Army, latitante nel Nord del Paese, lo stesso hanno fatto Congo e Repubblica Centrafricana per altri criminali. Il Consiglio di Sicurezza ha deferito alla Corte il caso del presidente sudanese Bashir e la Corte, di propria iniziativa, ha aperto un'inchiesta sul Kenya Troppo poco, diranno gli scettici, troppo lento, dicono gli impazienti, troppo politicizzata, dicono gli accusati, ma intanto la Corte esce rafforzata. Il Bangladesh ha appena ratificato e la Malesia ha annunciato la ratifica. Certo, mancano "grandi" potenze, ma in molti cominciano a riconoscere l'utilità della Corte. Kampala si è battuta per essere la sede di questo appuntamento, in segno di supporto alla Corte e al principio della giustizia internazionale, e per l'occasione ha chiesto a Non c'è Pace Senza Giustizia di preparare un evento che mettesse insieme vittime di guerra, delegati e protagonisti della Corte. Così è stata organizzata una partita di calcio tra due squadre miste, capitanate dal Segretario Generale dell'Onu Ban Ki-moon e dal presidente ugandese Museveni. Nel ruolo di terzino, il ministro della giustizia italiano Angelino Alfano. E' stato un momento di condivisione emozionante, e quando ho fischiato la fine del match, con orgoglio ho visto vittime e ministri sedersi sul prato a discutere, come mai prima era avvenuto.
Radicale, Vicepresidente del Senato