
UN VOUCHER DALLE PENSIONI ROSA
Il Sole 24 Ore - 15 giugno 2010
I risparmi derivanti dall'innalzamento dell'etĂ del ritiro delle donne potrebbero tradursi in bonus per i servizi alleviando il lavoro di cura
di Emma Bonino e Valeria Manieri
Il ping pong sull’equiparazione dell’età pensionabile tra Commissione Europea e Governo italiano sembra essersi concluso, con il nostro paese costretto a corrispondere appieno alle richieste Ue, dopo anni di procedure di infrazione, promesse, condanne, resistenze, e recentissime tirate d’orecchie.
Risultato: l’età pensionabile delle donne, intanto nel pubblico impiego, verrà equiparata a 65 anni a partire dal 2012.
“La politica del giorno dopo”, che mai riesce a governare e indirizzare per tempo le riforme necessarie al nostro paese, ha offerto un variegato spettacolo, come spesso accade quando si parla di donne: il Governo, manco fosse Don Rodrigo, si è giustificato dicendo che “questa riforma non s’aveva da fare” , ma che purtroppo “l’Europa ci ha costretto a farla rapidamente, senza sentir ragioni”; altri, non sempre lungimiranti, gridano al tradimento nei confronti delle donne; in più, vi sono alcune proposte su come utilizzare i risparmi derivanti dalla manovra, che non paiono proprio improntate all’insegna del progresso e dell’emancipazione femminile.
Eppure noi radicali da qualche anno andiamo ripetendo che questa riforma è necessaria e anzi, che occorrerebbe estenderla presto anche al settore privato. Si dovrebbe a nostro parere andare speditamente verso un più complessivo e generale innalzamento dell’età pensionabile, riallocando la spesa dalle pensioni al welfare, in modo da fornire servizi di cura e assistenza che liberino il potenziale al femminile e aiutare soprattutto i giovani, con un nuovo patto intergenerazionale, con l’istituzione di un ammortizzatore unico e universale esteso a tutte le categorie di lavoratori. Possiamo iniziare dall’occasione dell’equiparazione dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego. E’ però indispensabile avere una garanzia sulla manovra: ogni soldo risparmiato dall’equiparazione dell’età pensionabile, vada alle donne e a misure che sostengano l’occupazione femminile.
 Le stime sui risparmi derivanti da tale riforma, variano tra un miliardo e 450 milioni in dieci anni (secondo il recente calcolo di Tremonti) e 2, 3 miliardi in otto anni (alcuni mesi fa annunciati invece da Brunetta, anche se le cifre che circolano sono molteplici). Quel che è certo è che dal 2020 i risparmi derivanti dalla riforma saranno pari a zero. E' necessario, quale che sia la somma esatta, che questa non sia oggi destinata a fare “cassa” perché
il tasso di occupazione femminile in Italia è tra i più bassi d’Europa e la disoccupazione femminile non se la passa bene. Ma da sempre la tenaglia delle donne in Italia è l’inattività , la vera “tomba dell’occupazione”, che tocca cifre altissime: oltre tre milioni e mezzo le donne scoraggiate che hanno rinunciato a cercare un impiego. Secondo le ultime rilevazioni sulle forze lavoro però, l’inattività femminile diminuisce, seppur in maniera contenuta, mentre aumentano le donne che cercano un impiego. Un effetto "perverso" della crisi da seguire con attenzione e in qualche misura "stimolare positivamente". Tra i motivi principali dell’inattività femminile (secondo diverse indagini) vi è la mancanza di servizi adeguati di cura e assistenza.
Dobbiamo iniziare a cambiare rotta, a partire da un utilizzo intelligente e mirato dei risparmi derivanti dall’equiparazione dell’età pensionabile.
Sappiamo che è un momento particolare anche per l'Italia, in cui ogni proposta deve essere fatta tenendo bene a mente i vincoli di bilancio e il debito pubblico. Per questo proponiamo un elemento di conoscenza e riflessione al dibattito in corso.
C’è un modo utile per usare questa non ingentissima somma, che non comporta una vera spesa, ma piuttosto una ulteriore opportunità per recuperare risorse umane e finanziarie. Ci riferiamo al modello francese dei CESU (chèque emploi service universel), i cioè "voucher universali per i servizi alla persona". In Francia questi voucher sono spendibili quasi come un buono pasto nel settore dei servizi alla persona, sono acquistabili ovunque, il loro costo viene per più di un quarto sostenuto dallo Stato con deduzioni e detrazioni e per il resto da chi acquista i servizi, in genere le famiglie che hanno bisogno di badanti, baby sitter, e assistenza alle persone non autosufficienti.
Questo modello di voucher in Italia porterebbe all’emersione almeno l’80% degli 842 mila lavoratori domestici in nero del 2007 (673 mila unità ) e determinerebbe per le casse dello Stato, solo per contributi sociali, nuove entrate per circa 1,2 miliardi all’anno. A queste occorre aggiungere le entrate fiscali per l'IRPEF difficilmente stimabili. Il calcolo del costo della proposta: 300 milioni l’anno, quasi esattamente la cifra che “avanza” dall’ equiparazione nel pubblico impiego, che sia la stima al ribasso o al rialzo. Basterebbe comunque a finanziare circa almeno 5 anni di questi Voucher.
Non solo. La riforma dei servizi alla persona sul modello francese, ha un costo di “attivazione” piuttosto modesto, produce ricchezza fino ad autofinanziarsi e porta ulteriori benefici per le casse italiane: un effetto a catena decisamente positivo e prolungato nel tempo. E grazie alla riemersione dal nero, potremmo recuperare ulteriori importanti risorse da investire in asili nido, o incentivi/detrazioni alle imprese che assumano donne o altro ancora. Ci sembra una proposta su cui riflettere attentamente.
Una opportunità per invertire la tendenza di una politica del giorno dopo, arrancante, poco capace di anticipare e governare i problemi, di disegnare occasioni di sviluppo. Una occasione per smentire la strana teoria secondo cui "in tempi di crisi non si fanno riforme". Un modo per dimostrare alle donne italiane che scommettiamo su di loro e con loro per tornare a far crescere il Paese. Dateci una leva: se non il mondo, solleveremo almeno l’Italia.
Vicepresidente del Senato e dirigente nazionale di Radicali Italiani
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ANZIANI AL LAVORO OSSIGENO AL WELFARE
Il Sole 24 Ore - 15 giugno 2010
di Marco Pannella e Michele De Lucia
Se davvero il marziano di Ennio Flaiano sbarcasse a Roma e ascoltasse recitare il mantra per cui «non si fanno riforme in tempo di crisi», potrebbe pensare che in altri e più fortunati periodi le riforme da noi abbiano rappresentato la regola. Il poveretto sbaglierebbe di grosso: dal lavoro al welfare, dalle pensioni alle liberalizzazioni, anche gli anni Duemila scorrono - con la sola, incompiuta eccezione della legge Biagi - senza quelle riforme di cui il Paese ha bisogno. Le ideologie hanno continuato ad essere un motore di corporativismi, assistenzialismi, rendite di posizione, capitalismi - di Stato e privati - inquinati da poteri incontrollati, conflitti d'interesse, dissipazioni clientelari. Si sono creati dei tabù e li si è usati come alibi per negare la stessa esistenza di problemi evidentissimi, come nel caso delle pensioni. Tuttavia oggi, proprio in materia previdenziale, il Parlamento può cogliere un'occasione per invertire la rotta. Inizia infatti alla Camera l'esame della proposta di, legge radicale "Norme per la prosecuzione del lavoro oltre i limiti di età previsti per il pensionamento di vecchiaia", che Giuliano Cazzola e Pietro Ichino hanno sottoscritto come primi firmatari. Si tratta di una proposta sperimentale (durerebbe un triennio, e al termine di ogni anno il ministro competente trasmetterebbe al Parlamento una relazione sugli effetti economici e sociali della nuova disciplina) e volontaria (deciderebbe la persona e non, d'imperio, lo Stato). L'aumento della speranza di vita, il calo demografico e il conseguente invecchiamento della popolazione pongono il problema della sostenibilità dei sistemi pensionistici e, in generale, del welfare. Poniamo, inoltre, la questione del diritto costituzionale al lavoro anche degli anziani: raggiunto il limite di età , l'obbligo alla pensione surrettiziamente abroga il diritto al lavoro, anche se si è ancora nel pieno delle forze. In più il valore delle pensioni, con il passare degli anni, si riduce e il pensionamento forzato si traduce spesso in obbligo di povertà . Se la proposta venisse approvata, vi sarebbero immediati vantaggi per tutti: 1) il lavoratore, optando per la prosecuzione dell'attività lavorativa, riceverebbe un trattamento economico superiore a quello che percepirebbe se andasse subito in pensione; 2) l'imprenditore potrebbe continuare ad avvalersi dell'opera di lavoratori con un elevato livello di esperienza a costi più contenuti, in virtù di una riduzione di due terzi del carico contributivo, e avrebbe comunque la possibilità di risolvere facilmente il rapporto; 3) quanto all'erario, il rinvio del trattamento pensionistico si tradurrebbe in un risparmio netto sul piano economico, stimabile fino a sei miliardi di euro in un quadriennio. Buon lavoro ai deputati, dunque, con un obiettivo: all'inizio degli anni Settanta, la conquista di una riforma apparentemente circoscritta come il divorzio portò ben presto alla riscrittura dell'intero diritto di famiglia. Non è detto che, quarant'anni dopo, l'obiettivo radicale per il proseguimento dell'attività lavorativa oltre i limiti di età non possa rappresentare un primo passo nella giusta direzione della Riforma sociale del Paese.
 Leader storico e tesoriere di Radicali Italiani