
Civiltà del Lavoro - Giugno 2010
Il Nord Europa si oppone all'obbligo di etichettatura per i prodotti extra UE. E' un ostacolo da superare
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Presidente, il 99% del tessuto industriale italiano è fatto di piccole e medie imprese. Con una struttura simile in che modo si devono affrontare i mercati esteri?
La questione di come attrezzarsi al meglio per affrontare i mercati internazionali riguarda l'Europa nel suo insieme dove meno del 15% delle Pmi esportano o importano da Paesi extra-Ue. Questo dato critico si riflette negativamente soprattutto in Italia dove le Pmi rappresentano la spina dorsale del tessuto produttivo, pur con varianti regionali significative. L'enorme potenziale di sviluppo per ciò che riguarda le loro attività internazionali rimane quindi in gran parte inespresso. Come ministro del commercio internazionale, dal 2006 al 2008, ho messo la questione dell'internazionalizzazione al centro della mia azione consapevole che la globalizzazione e l'emersione di nuove potenze economiche imponevano cambiamenti epocali, comportando sì dei rischi per il nostro sistema produttivo ma anche delle opportunità . Non a caso, trovandomi candidato a presidente del Lazio nelle recenti elezioni amministrative, l'idea del Lazio come grande regione d'Europa è stata una mia idea fissa. Tra l'altro ho lanciato un Manifesto programmatico per le Pmi contenente un progetto complessivo di sviluppo regionale per l'innovazione ed il progresso economico e civile: capitalizzazione, reti dei consorzi, filiere per vincere la sfida del mercato globale, passaggio dai principi alle norme, attuazione del Small Business Act per le Pmi laziali. A livello nazionale, superata la fase più critica della crisi economico-finanziaria, occorre oggi rimettere con urgenza al centro dell’agenda politica la promozione di strumenti che incoraggino la crescita dimensionale delle imprese e la loro capacità di competere su mercati globali, favorendo la creazione e il rafforzamento di meccanismi di sostegno agli investimenti diretti esteri e alla penetrazione commerciale nei Paesi extra-Ue. Abbiamo in Italia una ricca tradizione di associazionismo – che va dai distretti industriali alle reti d’impresa – che deve essere pienamente riconosciuta e sfruttata per colmare il divario con altri Paesi le cui imprese hanno dimensioni mediamente maggiori delle nostre. Per fare un esempio, i nostri consorzi export sono un’esperienza virtuosa che andrebbe maggiormente promossa a livello europeo.
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Come giudica il negoziato in corso a Bruxelles per una risoluzione comunitaria sul “made in� Si arriverà secondo lei a una norma condivisa?
Il dossier “made in†- ossia la proposta di Regolamento Ue finalizzato ad ottenere l’obbligo di etichettatura d’origine su alcune tipologie di prodotti provenienti da Paesi extra-Ue che vengono importati per essere immessi sul mercato europeo – è un dossier importante per il nostro Paese. La discussione è in corso ormai da anni e me ne sono occupata da ministro, ma l’opposizione di alcuni Stati membri – in particolare quelli del nord Europa - non ha consentito sinora l’adozione definitiva della proposta, nonostante gli importanti pronunciamenti del Parlamento europeo in tal senso, le campagne politiche e di stampa, il fatto che altri grandi paesi nostri concorrenti a livello globale abbiamo adottato regole analoghe. Negli ultimi mesi, grazie anche ai cambiamenti istituzionali apportati dal Trattato di Lisbona – che oggi attribuisce al Parlamento europeo un ruolo decisionale in materia – la situazione è cambiata su impulso italiano e ora possiamo sperare in un esito positivo dell’iter decisionale. Proprio in questi giorni, gli europarlamentari iniziano il loro esame. Vista l’importanza strategica del dossier per le imprese, per i consumatori e i lavoratori italiani, sarà importante l’impegno delle istituzioni italiane a sostegno della proposta.
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I paesi emergenti non sono estranei a comportamenti di dumping sociale e ambientale. Quali misure l’Italia e l’Europa possono adottare a difesa da simili politiche economiche?
Certamente la concorrenza dei Paesi emergenti rappresenta, almeno da un decennio a questa parte, una sfida importante per l’industria italiana ed europea, alla quale, tuttavia, non ci si può sottrarre. È essenziale, dunque, che la politica si adoperi per creare le condizioni più favorevoli per affrontarla e vincerla. Credo che il modo migliore per sostenere le imprese a competere sul piano internazionale sia quello di rafforzare le condizioni da cui dipende la competitività di ogni sistema produttivo, ossia favorendo l’innovazione e la formazione, l’efficienza dei mercati, la riduzione degli oneri amministrativi, una migliore dotazione infrastrutturale. Questi sono i fattori da cui dipende, in prima istanza, la competitività internazionale delle nostre imprese. Accanto a ciò, è fondamentale che la competizione globale si giochi su un terreno di legalità , di trasparenza e di prevedibilità . La Commissione europea, in questo senso, dovrà continuare a vigilare affinché le regole su cui si fonda il sistema commerciale internazionale vengano rispettate da tutti i nostri partner, sia emergenti che industrializzati.
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Parliamo di contraffazione. Nel 2009 la Guardia di Finanza ha sequestrato 112 milioni di falsi. Le perdite economiche, anche in termini di mancate entrate fiscali, sono enormi. Come si estirpa il fenomeno?
La contraffazione rappresenta un altro tema di particolare rilevanza, dati i rischi che essa comporta per la salute dei cittadini e per la sicurezza pubblica, oltre che per il danno enorme arrecato alle nostre imprese. Tenuto conto delle dimensioni e della gravità del problema, che intacca ormai tutti i settori, dalla farmaceutica all’alimentare, dal tessile ai giocattoli, le risorse impiegate per contrastarlo non appaiono sufficienti. Bisognerà , pertanto, migliorare ulteriormente i controlli alle dogane e sul territorio, ma anche promuovere accordi internazionali contro la contraffazione - come l’accordo ACTA, attualmente in corso di negoziazione a livello internazionale - e organizzare campagne di informazione per sensibilizzare i consumatori. Come dimostrano i dati che lei cita, l’Italia ha maturato una significativa esperienza nella lotta al fenomeno, al punto di essere in grado di monitorarne attentamente l’evoluzione e predisporre adeguati interventi. Ma l’Italia da sola non può farcela. Occorre senz’altro un coordinamento a livello europeo e, a termine, a livello globale. Ma queste priorità che abbiamo evocato sono solo tasselli di un quadro più ampio, quello della strategia di politica economica ed industriale che dobbiamo elaborare collettivamente come sistema Paese per superare con successo gli effetti della crisi e cogliere tutte le opportunità offerte dal libero scambio globale. E' la sfida alla quale mi sono dedicata durante il mio impegno ministeriale e che continua ad appassionarmi, convinta come sono che solo attraverso il rilancio della competitività delle nostre imprese a livello internazionale, sia possibile far riprendere al nostro paese la strada della crescita e dello sviluppo.