La Repubblica (Ed. Milano) - 25 luglio 2010
di Oriana Liso
Il 31 marzo del 2008 era a Parigi, a lottare per conquistare voto su voto la vittoria di Milano per Expo 2015. Oggi, davanti allo stallo, alle lotte peri terreni, ai ritardi, la senatrice radicale Emma Bonino è preoccupata quanto incredula: «Non vorremo mica fare anche questa figuraccia? Come se a livello internazionale non ne avessimo già fatte abbastanza. Se Expo si blocca non ne risente solo l'immagine di chi litiga, ma di tutta l'Italia».
Senatrice Bonino, come ricorda quella vittoria?
«Come il frutto di un grandissimo impegno comune, una campagna sostenuta in pieno dal governo Prodi e dall'allora ministro degli Esteri D'Alema, nonostante la Lombardia e Milano avessero un altro colore politico. Questo a riprova del fatto che quando c'è un grande obiettivo si può lavorare in squadra e portare a casa il risultato».
I fasti della vittoria sembrano lontani. A Milano si litiga ancora per decidere come acquisire i terreni su cui sorgerà l'Esposizione, volano schiaffi tra Formigoni e la Moratti.Â
«Non voglio e non posso dare pagelle, ma posso dire che per Expo ho lavorato molto bene con il sindaco Moratti. Oggi dovremmo già essere nella fase in cui si parla solo del tema dell'evento, e non ancora di terreni. Expo può essere una grande occasione per tutto il Paese, si può discutere se farlo in un modo piuttosto che in un altro, tradizionale o innovativo. Ma con tutta evidenza si sono arenati ben prima di arrivare apensare a questi aspetti».
Non sono mancate le polemiche, finora. Come le ha seguite da Roma?
«Prima le grane sulla possibile nomina del braccio destro della Moratti, Glisenti, poi il fiume di critiche sul doppio incarico dell'onorevole Stanca, poi l'irritazione della presidente Bracco: anche a livello di immagine non ne escono bene. E i giornali italiani - forse qualcuno lo dimentica - li leggono anche all'estero, e si formano un'opinione di conseguenza».
Ad ottobre il Bie vuole una soluzione sui terreni. E chiede che non venga toccato il dossier di candidatura.Â
«L'Italia, di solito, sa fare miracoli solo quando intravede l'orlo del baratro, purtroppo il concetto di programmazione non è nella nostra cultura. Detto questo, mi sembra che si sia ormai in zona Cesarini: l'Expo è ancora salvabile, ma solo se si riforma lo spirito di squadra. Senza toccare il dossier, perché quello che ho "venduto" in giro per il mondo e che è stato approvato dal Bie mi sembrava ben fatto».
Appunto: come avete fatto, due anni fa, a fare squadra tra mille differenze? Oggi litigano anche due istituzioni dello stesso colore politico.
«Ce l'abbiamo fatta perché guardavamo all'obiettivo, sapevamo che l'Expo poteva essere un'occasione di ripresa per l'Italia, che ne ha bisogno:la risorsa da sfruttare è l'export, non possiamo risollevare l'economia solo con i consumi interni, quindi l'attenzione alle imprese straniere è fondamentale. Expo è una vetrina anche per questo, non possiamo renderla poco attraente. Il discorso vale anche per i finanziamenti: quelli pubblici servono, ma la grande sfida è trovarne dai privati. Con questi rallentamenti, quale imprenditore sarà disposto a investire?».
C'è un'altra possibilità : rinunciare ad Expo. Da Tremonti a Bossi, c'è chi non ha molto entusiasmo per questo evento.Â
«A loro e a chiunque sia iscritto al partito dei disfattisti - o di chi finora non si è impegnato, come il premier Berlusconi - dico due cose. Primo: è tardi, e non credo che Smirne, se anche i regolamenti lo consentissero, sarebbe disposta a rientrare in gioco. Ma soprattutto: la nostra credibilità  internazionale non ha già subito abbastanza colpi? Io non credo ci serva anche la rinuncia ad Expo per consolidare una fama di inaffidabili».