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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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BONINO: PACIFISTI, COSI’ SI RISOLVONO LE GUERRE DIMENTICATE

“Niente foto. Niente emozioni. Niente interventi”. Emma Bonino, pasionaria delle battaglie radicali, riassume così l’immobilismo europeo di fronte alle decine di crisi umanitarie dimenticate che attraversano il pianeta. “La più grave ora è quella nella regione sudanese del Darfur”, spiega Bonino. “Il governo di Khartoum, con l’aiuto delle milizie janjaweed, musulmani arabi, cerca di cacciare dalla regione i musulmani africani. Vengono bruciati villaggi. Ci sono stupri di massa. Un milioni di sfollati, 100 mila rifugiati in Ciad. E nessuno sembra intenzionato a far nulla”. “I pacifisti pensano ad altro”, ha detto la stessa Bonino di recente. Lei cosa propone? “Vorrei che si intervenisse usando tutti i possibili strumenti politici per fermare il governo di Khartoum e arrivare a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu”. Anche un intervento armato? “Non escludo mai il ricorso alla forza. Ma come risorsa finale. In Sudan invece non sono stati attivati nemmeno i dispositivi iniziali di pressione. Comunque è difficile che gli occidentali intervengano in Africa: lo ritengono un logo in cui la loro sicurezza non è minacciata. E poi manca tutto l’apparato di immagini che emozionano i cittadini del Nord del mondo. E’ un meccanismo che le dittature hanno imparato a gestire: in Sudan non possono entrare né i giornalisti né gli interventi umanitari”. Si parla poco anche delle tragedie che coinvolgono zone in cui l’Onu è già presente. “Le crisi dimenticate sono decine, dallo Zimbabwe al Congo, fino alla Costa d’Avorio, la Cecenia e la Corea del Nord”. Sulla Corea del Nord, lo storico Pierre Rigoulot ha appena scritto un libro (sottotitolo “Fame e atomica”, editore Guerini e Associati) e Bonino ne ha curato la prefazione denunciando le molte violazioni dei diritti umani. Anche lì si dovrebbe intervenire? “Sì. Ma in Nord Corea gli intrecci politici sono più complicati che in Sudan: c’è un problema di atomiche e non sappiamo come si schierano Cina, Giappone e Sud Corea”. REPORTAGE: ANIME PERSE NEL DESERTO “Ferma, ferma”. Hassan Omar, la guida accanto all’autista, Issaku, strappa con tutta la forza il freno a mano e blocca la grossa 4x4. “Non prendere quella pista”, ordina. “E’ minata! Di qui non si può passare, meglio tornare indietro”. Issaku fa un lungo giro lasciando Tiné per tentare di attraversare il confine tra Ciad e sudan e poi, dopo quasi sei ore di fuoristrada “scassaossa”, ci rinuncia e torniamo al campo base. Ci vorranno altri due giorni per riuscire a trovare una strada più sicura. Alla fine ci riusciamo ma molto più a nord, in una zona arsa dal sole che perfino i profughi in fuga non utilizzano. Troppo impervia e senza pozzi d’acqua. Il deserto è costellato da decine di carcasse di animali morti, probabilmente di sete. Da oltre un anno il Darfur, provincia del Sudan occidentale, una delle regioni più inospitali del pianeta, è sconvolto da una silenziosa, ma cruenta, guerra civile, che finra ha provocato almeno 500.000 morti e oltre un milione e centomila tra sfollati e profughi. Una guerra tra “fratelli” musulmani per il controllo delle scarsissime risorse. Da una parte la popolazione araba, formata da pastori nomadi, legata ai clan al potere a Khartoum; dall’altra i sudanesi di origine africana, contadini, stabilitisi su queste terre parecchi secoli prima che i califfi importassero l’islam a colpi di scimitarra, considerati però all’interno della società sudanese cittadini di serie B (“In fondo”, pensano gliarabi, “sono i discendenti degli schiavi”). Islamici sì, ma fedeli alla loro cultura africana che, fino a prima della guerra, si esprimeva con il sorriso, la gioia di vivere, i mercati multicolori e le danze sfrenate. In Darfur il pretesto religioso, musulmani contro cristiani, non si può adoperare (come per esempio nella vicina Nigeria) per mascherare l’antagonismo economico, la lotta, cioè, per la conquista delle terre che non possono essere utilizzate contemporaneamente da contadini e pastori. Ciononostante è evidente, come da mesi denunciano organizzazioni indipendenti per la difesa dei diritti umani, che nella regione, nel silenzio più assoluto, si sta compiendo un vero genocidio contro le popolazioni africane. Dopo aver subito per anni prepotenze e vessazioni, i non arabi hanno dato vita a due movimenti ribelli: l’Sla (Sudan Liberation Army, laico) e il Jem (Justice and Equality Movement, islamico). “La guerra ha provocato 180 mila rifugiati fuggiti in Cias”, denuncia Hélène Caux, che lavora nella sede di Abéché dell’Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr), l’ultima città ciadiana a sei ore di pista dal confine con il Sudan, dove si coordinano i soccorsi, “e, soprattutto, un milione di sfollati all’interno del Darfur”. Sono questi ultimi a preoccupare di più perché, fino a pochi giorni fa, il governo sudanese impediva, avanzando futili pretesti burocratici, l’accesso degli aiuti. Ora, grazie alla forte pressione internazionale, le maglie si sono leggermente allentate, ma la gente in fuga si è dispersa sul terriorio e non è facile raggiungerla con i soccorsi. Omar Malik è il comandante dell’Sla che, con un pugno di uomini, ci prende sul confine e ci porta qualche chilometro all’interno del Sudan a visitare un paio di villaggi cannoneggiati, bruciati e abbandonati: “Gli attacchi degliarabi seguono tutti lo stesso copione”, racconta. “Prima l’aviazione governativa bombarda a tappeto e fa le prime vittime. Poi attaccano i janjaweed, i miliziani arabi che si spostano in gruppi – un centinaio di uomini – a cavallo o in cammello. Hanno riscoperto le scimitarre, ma utilizzano anche armi automatiche: rapiscono i bambini, ammazzano gli uomini, violentano le donne, bruciano i villaggi e i campi e, per evitare che gli scampati possano tornare, avvelenano i pozzi”. Secondo le testimonianze indipendenti, i janjaweed sono armati e organizzati dal governo di Khartoum che li addestra nei campi dell’esercito regolare. Il loro compito è sterminare i fur (da cui il nome della regione), gli zaghawa, i masalit, i berti, i midoub, cioè tutti gli africani. Tenta di scollarsi di dosso l’etichetta di “Paese canaglia” e non può permettersi l’accusa di fomentare un genocidio. Il presidente Omar Hassan Al Bashir, che dal 1989 guida il regime militar-islamico al potere, nega infatti qualunque relazione con i miliziani: “Sono bande spontanee che sfuggono al nostro controllo. Non sappiamo chi siano.” Ma una altro comandante dell’Sla, Adam Ali, accusa: “I janjaweed sono semplicemente dei mercenari. Ne abbiamo catturati alcuni che hanno ammesso di essere pagati 4.000 dollari al mese, olte, naturalmente, al bottino delle razzie. Molti sono sudanesi, ma Khartoum li recluata anche tra le popolazioni arabe di tutti i Paesi del Sahel: Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria e Ciad. In nome della comune origine e di un consistente compenso, i fratelli arabi vengono così a sterminare gli “appestati” africani”. Hadja Jenne Hamid ha 65 anni e tiene stretto al petto il suo nipotino, Mohammed, che ne dimostra tre. “La mamma e il papà sono stati uccisi dai janjaweed che hanno attaccato il nostro villaggio, Kabkabya. Sono rimasti lì tre giorni e mi hanno risparmiata perché sono vecchia. Avevo nascosto Mohammed sotto le coperte. Li ho visti bene quei maledetti. Non c’erano solo arabi. Tra loro ci sono anche dei cristiani: parlavano una strana lingua, avevano orecchie enormi, non pregavano e mangiavano carne d’asino (vietata dall’Islam). Per arrivare in Ciad abbiamo camminato 10 notti al buio: avevamo paura di essere intercettati da altri gruppi di assassini”. Di queste testimonianze ce ne sono parecchie, tant’è che a N’Djamena (la capitale del Ciad) alcuni diplomatici avanzano l’ipotesi che il governo di Khartoum abbia trasferito in Darfur i miliziani ugandesi dell’Lra (Lord Resistence Army, cristiani fondamentalisti infarciti di magia nera), i più feroci ribelli che operano in africa. Hanno le basi in Sudan e combattono (con l’aiuto di Khartoum) contro il governo di Kampala. Usano le stesse tecniche dei janjaweed: ammazzano, stuprano, rapiscono i bambini e li costringono a tornare a casa e ammazzare i genitori. “Abbiamo documentato in un rapporto di 77 pagine inviato all’Onu la responsabilità diretta del governo sudanese nella pulizia etnica”, sostiene Peter Takiarambudde, direttore per l’Africa di Human Rights Watch che ha viaggiato per 25 giorni nella regione. La stessa commissione Onu per i diritti umani parla di atrocità commesse contro la popolazione e di “regno del terrore in atto”. Ma il Consiglio di Sicurezza, che ha discusso la questione a inizio maggio, non è andato oltre a un “Monitoriamo la situazione. E stiamo allerta”. “I janjaweed hanno ricevuto casse di mine e hanno infestato piste e sentieri che portano al confine per impedire alla popolazione di scappare”, denuncia Hamed Jabeer, incaricato dal governo del Ciad di verificare la situazione mine alla frontiera. “Gli ordigni non sono stati piazzati in territorio sudanese bensì nel nostro. Sconfinano e razziano gli animali dei rifugiati e quindi prima di rientrare a casa si lasciano alle spalle campi minati”. A testimonianza di quello afferma Hamed ci sono le continue scaramuccie cui è impegnato l’esercito ciadiano per difendersi. Dall’ottobre dell’anno scorso Medici Senza Frontiere ha dislocato gruppi di assistenza sanitaria al confine col Ciad. Nathalie è una giovane infermiera belga che ha organizzato l’ambulatorio di Tiné: “I casi di malnutrizione sono in drammatico aumento. I profughi hanno pochissimo da mangiare e spesso ricorrono a radici e erba. Gli animali muoiono e le loro carcasse sono pericolose, perciò dobbiamo raccoglierle e bruciarle per evitare che contaminino i pozzi e diffondano malattie”. Ma anche Msf è preoccupata, soprattutto per quello che sta accadendo all’interno del Sudan: “Le riserva d’acqua, legna e provviste sono state saccheggiate o distrutte negli attacchi contro i villagi”, denuncia il coordinatore Ton Koene. “I contadini non hanno avuto la possibilità di effettuare alcuna semina e nessun raccolto è previsto da qui a fine anno. L’intera popolazione sta soffrendo la fame e, senza una massiccia distribuzione di cibo, la carestia imminente avrà conseguenze davvero catastrofiche. Tanto più perché la gente in fuga è indebolita dalla fatica e dalle sofferenze. Quindi è aumentata la vulnerabilità lle malattie più semplici. Una leggera diarrea o un raffreddore può uccidere. Con l’arrivo dell’imminente stagione delle piogge, torneranno le patologie comuni come malaria e colera e stavolta saranno mortali. Se il mondo non si sveglia e non sposta gli occhi dall’Iraq, anche per poco, la tragedia sudanese presto raggiungerà proporzioni catastrofiche”. Massimo A. Alberizzi





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