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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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"SOLO IL NOSTRO SOSTEGNO EVITERA' LA SUA MORTE"

di Cinzia Zambrano Una sentenza, quella che condanna Amina alla lapidazione, frutto “dell’oscurantismo e della traslazione politica della religione”. A parlare è l’eurodeputata radicale Emma Bonino, da anni impegnata nella lotta per la difesa dei diritti umani nel mondo, secondo cui “solo la mobilitazione internazionale” può salvare Amina dalle pietre. La sentenza di Amina in un paese democratico come la Nigeria è un’ennesima flagrante violazione dei diritti umani. “Dopo Safiya, quella di Amina è il secondo caso in Nigeria, di quelli che ovviamente conosciamo perché ce ne saranno forse decine di cui non sappiamo nulla. Safiya è diventata un testimonial della pena di morte su reati applicati alle donne, per questo il 24 settembre, invitata dall’associazione Nessuno Tocchi Caino, sarà a Strasburgo per presentare al Parlamento europeo il rapporto mondiale sulla pena di morte relativo al 2001. Dire che la condanna di Amina è una violazione dei diritti umani, della Carta universale dei diritti umani, ma aggiungerei anche della Dichiarazione dei paesi africani sui diritti umani, è poca cosa. La condanna rispecchia l’oscurantismo, la manipolazione, o meglio la traslazione politica di dati supposti derivare dal Corano”. Qual è allora il rapporto che c’è tra Islam e la democrazia? “E’ un rapporto complicato. Io continuo a ritenere con alcuni altri arabi e musulmani che il rapporto più serio che ci potrebbe essere tra Islam e democrazia è quello dell’astrazione della religione dalla politica. Non a caso molti intellettuali arabi stanno studiando seriamente la laicità dello Stato, il codice civile, la storia delle battaglie civili europee, per evitare che la religione si faccia politica. O meglio che politici accettino per scopi elettorali di “inginocchiarsi” di fronte a dogmi religiosi. Anche l’Italia non è esente da questo: basta pensare alla procreazione assistita, alla ricerca scientifica, all’uso degli embrioni a fini terapeutici”. Come si potrebbe far capire ai giudici dei tribunali islamici che in realtà le loro sentenze sono frutto di un’interpretazione radicale della Sharia? “Uno degli elementi che ha una certa presa è che come del cattolicesimo anche del Corano ci sono decine di interpretazioni: da quelle più aperturiste a quelle più reazionarie. Tant’è che ci sono nazioni musulmane dove non c’è l’infibulazione, o il codice d’onore per adulterio, come in Tunisia. Ogni paese insomma interpreta il Corano e la Sharia come crede. E proprio perché sono tante le interpretazioni, lentamente molti intellettuali arabi cominciano ad essere più coraggiosi, chiedendo la separazione tra politica e religione. Una richiesta motivata anche da ragioni ideali, per permettere la coesistenza nel paese di diversi credi religiosi”. Safiya è stata assolta per un vizio di forma. Cosa crede che accadrà nel caso di Amina? “Credo che tutto dipenda dalla mobilitazione nazionale e internazionale. C’è per esempio il rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano del 2000 che per quanto riguarda la condizione delle donne pone la Nigeria al posto 148 su 188 Paesi che fanno parte dell’Onu. Un dato che sorprende per uno Stato che è democratico. E’ chiaro che la strada verso la democrazia è fatta anche di contraddizioni. Ma proprio per questo, per aiutare lo sviluppo democratico e migliorare la condizione delle donne in un paese come la Nigeria, credo che la pressione internazionale sia importantissima. Non si tratta di dare lezioni, ma di essere presenti con molto rigore, sostenendo tesi che oltretutto sono anche quelle della Carta africana dei diritti umani. Penso che il nostro impegno possa aiutare un presidente come Obasanjo, che vuole continuare sulla strada della democrazia, a trovare delle soluzioni. Per Amina, come per tutte le altre donne”. Dopo una battaglia vinta, quella per Safiya, ce n’è un’altra quindi tutta da combattere, quella per Amina. “Sono convinta che dobbiamo spingere per arrivare alla moratoria delle esecuzioni capitali decretata dalle Nazioni Unite. Perché non si può “solo” sostenere casi singoli. L’aiuto internazionale a difesa dei diritti umani è essenziale anche per aiutare quella parte della società civile, e riferendosi alla Nigeria persino quella parte dell’establishment, che vuole andare avanti, ma che si trova però a fare i conti con oscurantismi, tradizioni, Sharia”. Sergio D’Elia, il segretario di Nessuno Tocchi Caino, che peraltro proprio quest’anno ha dedicato il rapporto annuale sulla pena di morte al presidente nigeriano, si è detto ottimista su una presa di posizione di Obasanjo a favore di Amina. Lei è d’accordo? “Sicuramente. Quando parlo dell’establishment che in Nigeria vuole andare avanti, penso proprio ad Obasanjo”. La sentenza di Amina sembra essere anche una sfida della comunità musulmana del nord contro il potere centrale, che ha definito la Sharia contraria alla Costituzione. Secondo lei come si comporterà Obasanjo, in vista anche delle presidenziali dell’anno prossimo? “ E’ vero che si tratta di una sfida. Sarà il presidente a fare poi una sua valutazione. Certo, non sarebbe né il primo né l’ultimo dei presidenti che fanno calcoli elettorali per quanto riguarda diritti umani. Ma proprio per incoraggiarlo a “fare i suoi calcoli”, a coltivare quell’intellighenzia che esiste in Nigeria, farci trovare al suo fianco non può fare che bene. Oltretutto c’è una parte dell’opinione pubblica non solo nel sud ma anche negli stati del nord del Paese che comincia a rendersi conto che i diritti umani non sono diventati catechismo per tutti. E’ questa Nigeria democratica che va sostenuta”.





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