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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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L’AFRICA DI CAINO E ABELE

di Sergio D’Elia La strada che porta alla prigione di Makala non deve aver visto asfalto dai tempi dell’Indipendenza e lo stuolo di ragazzini che si stacca dalle misere baracche del piccolo commercio di frutta e uova che si svolge sul ciglio, non ha difficoltà a rincorrere le due macchine di lusso che procedono lentamente nella teoria infinita di buche di fango secco e qualche scampolo di vecchio catrame. I bambini di strada a Kinshasa pare siano decine di migliaia: più deboli e introversi, sono stati accusati di “stregoneria” dalle loro mamme, un modo per abbandonarli senza rimpianti e potere di più sfamare e dare un futuro agli altri. In città, si affaccerebbero ai finestrini, chiamerebbero “papà, papà” e si metterebbero a piangere per ottenere qualche franco. Qui, sulla strada per Makala sembrano più incuriositi che altro nel vedere passare due macchine di rappresentanza invece delle solite jeep della polizia con a bordo ladri, truffatori e piccoli banditi diretti alla prigione o gli scassati pulmini senza finestrini pieni zeppi di persone che vanno a colloquio. Il Centre pénitentiaire et de rééducation de Kinshasa consiste in undici baracche a due piani che non ce la fanno a tenere gli oltre duemila detenuti presenti. Un muro di cinta alto tre metri col filo spinato le circonda. Più che una prigione sembra una caserma dell’esercito. Il via vai è quello che puoi vedere a Poggioreale il giorno di colloqui. All’ingresso, sotto un porticato, decine di donne attendono il loro turno con i loro miseri pacchi di carne cotta, legumi e banane da dare ai detenuti. Se porti qualcosa da mangiare, a Makala puoi entrare tutti i giorni: cinque alla volta, controllano il cibo, prendi un gettone e vai direttamente in sezione a fare colloquio. Le misure di sicurezza sono invece quelle di un mandamentale. La porta carraia è sempre aperta, nel primo cortile vedi detenuti impegnati in piccoli lavori, i soldati sono stravaccati qua e là. Dopo un altro cancello saresti già nel padiglione 1, quello dei militari condannati per l’assassinio del Presidente Laurent Kabila. “Obbedienza, disciplina, rieducazione”, è scritto in grande nel cortile, parole grosse che vista la situazione non sai a chi riferire: se ai detenuti o ai loro guardiani. Per la sezione speciale servono due gettoni, uno rilasciato dall’autorità civile, l’altro dall’esercito. Il colloquio qui è uno alla settimana, il sabato: il detenuto viene portato al cancello, ha diritto a cinque minuti, il tempo per farsi lasciare il cibo e salutare a cinque metri di distanza. L’arrivo della nostra delegazione (con me ci sono Emma Bonino, Elisabetta Zamparutti, l’ambasciatore Salvatore Pinna e Philly Compagnie del Gruppo Jeremie molto presente nelle prigioni ) è un grande evento per tutti. Il giovane direttore del carcere ci riceve nel suo ufficio. Dietro la scrivania ci sono le foto di alcuni truffatori recidivi, tra cui una donna che, dice lui, “ha venduto la casa trenta volte”. “Sono gli habitué della prigione,” spiega. “Li ho messi lì per identificarli meglio.” Alle spalle ha due manifesti, uno contro la tortura, l’altro contro la pena di morte: un cappio con la scritta grande “no alle esecuzioni”. “Qui non si giustizia nessuno,” dice con fierezza e si fa regalare il poster della campagna “We, on death row” di Oliviero Toscani che appende subito alla parete. I detenuti vanno all’aria tutti insieme, dalle 8 di mattina fino alle 4 del pomeriggio, anche i 63 del padiglione di “massima sicurezza”. Sono lontani i tempi della rivalsa dopo l’uccisione del Presidente quando questi detenuti non facevano un minuto d’aria ed erano tenuti a pane e acqua: un litro e mezzo al giorno da bere e per lavarsi. “Siccome siete dei Mai-Mai, ve ne dobbiamo dare poca poichè potreste sparire nell’acqua,” li prendevano in giro, con riferimento alla leggenda, i soldati dello Zimbabwe che li custodivano. Ora l’aria è cambiata, stanno meglio, non mostrano segni di maltrattamento e hanno un cortile dove giocano a pallavolo e fanno giardinaggio. Quando entriamo fanno tutti capannello intorno a Emma e come accade in questi casi si affollano piccole e grandi lamentele. C’è chi esagera, chi filosofeggia e chi parla con cognizione di causa. Dei 31 condannati a morte a gennaio per l’assassinio di Kabila, 11 si sono dati alla macchia, gli altri sono tutti qui. Tra questi c’è Eddy Kapend, il capo di stato maggiore particolare del Presidente e Rocky Byamungu che aveva progettato di uccidere il giovane Kabila il giorno dei funerali del padre. Tutti si proclamano innocenti. “La Corte d’Ordine Militare che ci ha condannati è stata sciolta ma noi siamo ancora qui.” Il loro cruccio è non averli fatti rientrare nell’amnistia decisa da Joseph Kabila il 15 aprile scorso. “L’hanno fatta anche per genocidio,” esagera uno ed Eddy Kapeng è costretto a intervenire e spiegare ai suoi con l’aria di quello che dice: quante volte ve lo devo dire. “L’amnistia è stata concessa per atti di guerra, per atti contro la sicurezza dello stato e per reati d’opinione. Noi, semmai, potremmo rientrare nella seconda categoria.” Uscendo, incontriamo cinque detenuti che devono a Joseph Kabila la commutazione della loro condanna a morte. Ci tengono a esprimere la loro gratitudine verso il Presidente. Ma non sono solo i detenuti a parlarne bene. “I giovani si riconoscono in lui perché è giovane e bello, e poi mantiene le promesse,” dice Philly Compagnie. All’inaugurazione nel maggio scorso di un grande mercato a Masina, le ragazze lo hanno atteso e acclamato come una star della musica rock. Il Presidente non ama comparire in televisione, dichiarare ai giornali e non è un demagogo. É molto riservato, quasi timido ed è geloso della sua vita privata. Ama ascoltare più che parlare, è riflessivo, non reattivo e brutale come invece era suo padre. Non l’hanno mai visto in giro in divisa, non è raro invece vederlo in jeans e maglietta allo stadio quando giocano i Simba, i leoni della nazionale. Emma Bonino non lo aveva mai incontrato prima come non aveva mai conosciuto personalmente suo padre. Ma una volta le loro strade si sono incrociate. Era la fine del ’96 e, con scopi opposti, tutti e tre procedevano a tappe forzate nelle foreste del Congo verso la capitale: i Kabila con i soldati ruandesi a caccia di Hutu in fuga, Emma Bonino Commissario europeo a tentare di salvarli. Il mondo occidentale era ancora in pena per il genocidio subito nel ’94 dai Tutsi e faceva finta di non vedere. Emma ha denunciato al mondo il contro-genocidio in corso. Nel ’98, è arrivata poi la volta dei Tutsi, cacciati da Kabila come loro avevano cacciato gli Hutu. Alla fine è toccato al vecchio Kabila, assassinato come molti suoi nemici. E’ ancora presente il rischio che la storia si ripeta e il desiderio di scongiurarlo ha contribuito senz’altro a farci incontrare. Il giovane Presidente ci ha ricevuto sotto una veranda fresca, davanti a un prato verde e ordinato sotto il cielo plumbeo della stagione secca di Kinshasa. Gli abbiamo chiesto di salvare gli assassini di suo padre condannati a morte e stabilire una moratoria delle esecuzioni. Per porre fine alla catena perpetua della vendetta e a una storia, quella di Caino e Abele, che in questa terra ha avuto forse la sua rappresentazione più tragica e attuale. Il Presidente ha risposto con saggezza e parlato di impunità, di giustizia, di perdono. Occorre aiutare questo presidente giovane, timido e ben disposto all’ascolto non solo ad avere speranza e un futuro per sé ma a essere lui stesso, per la sua gente e per noi, speranza e futuro.





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