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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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IL TERZOMINDISMO DEL VECCHIO CONTINENTE

Gli aiuti agli stati dittatoriali hanno contraddistinto la politica comunitaria voluta da Romano Prodi di Giovanni Seu L’orientamento terzomondista dell’Unione Europea ha conosciuto in occasione della crisi in Iraq il momento più evidente. Resta invece ancora avvolto nel mistero come Bruxelles declina la sua politica in favore dei paesi che un tempo venivano definiti in via di sviluppo. L’ex eurodeputato radicale Maurizio Turco ha dedicato gran parte del suo mandato per fare luce su un aspetto scandaloso che trova scarsa eco sulla stampa: gli aiuti agli stati dittatoriali. Fiumi di denaro affluiscono in Africa, nel Medio Oriente e nel Sud Est asiatico a sostegno di economie arretrate o per soccorrere popolazioni colpite da carestie o da eventi naturali di carattere devastante. Queste operazioni in alcuni casi finiscono con i convogli abbandonati in qualche porto o si risolvono in uno straordinario puntello per il dittatore locale: sono rari i casi in cui c’è un commissario come Emma Bonino che nel ’97 bloccò gli aiuti umanitari in un Afghanistan soggiogato dal regime dei Talebani. La prassi di solito è diversa: la Commissione Europea stabilisce quanto dare e chi dare senza subire alcun intoppo. La logica politica che presiede all’erogazione dei fondi Ue è incentrata sull’obiettivo di modernizzare e quindi favorire la democrazia nei paesi del terzo mondo. Tra il bastone e la carota si è scelta quest’ultima, magari con l’ambizione incoffessabile che un comportamento di favore verso stati complici o promotori del terrorismo internazionale possa risparmiare al vecchio continente la tragedia dell’eversione internazionale. Esistono anche obiettivi più nobili come quello di stimolare lo sviluppo locale per impedire che sull’occidente si riversino ondate immigratorie incontrollabili. I recenti avvenimenti però dimostrano come questa linea si sia rivelata inefficace: “Siamo di fronte a situazioni che denotano il fallimento degli aiuti – spiega Turco -. Cito il Sudan e il Vietnam che beneficiano di considerevoli risorse europee: il Sudan è uno stato teocratico in cui vige la Sharia e dove è in corso un genocidio dell’etnia di fede cristiana mentre in Vietnam continua la persecuzione dei Montagnards contro cui abbiamo presentato denunce documentate. Occorre invertire il sistema, ossia subordinare gli aiuti ad una reale evoluzione democratica ed a un effettivo riconoscimento dei diritti umani”. Le risorse arrivano ai paesi del terzo mondo tramite gli aiuti umanitari, alimentari e con gli accordi di cooperazione. Gli aiuti umanitari e alimentari vengono disposti in casi eccezionali: si tratta di medicinali, alimenti, coperte, strutture abitative inviati in genere in caso di calamità naturali o di crisi economiche in cui vengono a mancare i beni di prima necessità. I tempi di decisione e di trasferimento degli aiuti sono rapidi in considerazione dell’emergenza che li sollecita. Il carattere più o meno democratico dei regimi interessati non costituisce un ostacolo. Diverso il discorso sugli accordi di cooperazione. Sono preceduti da incontri bilaterali in cui le delegazioni dalla commissione europea e dei regimi locali fissano tempi, criteri e dimensioni degli aiuti. Per il via libera dovrebbe essere verificato il rispetto della clausola dei diritti umani: secondo quanto deciso dallo stesso Parlamento europeo non si possono stipulare accordi laddove non esiste il riconoscimento e la tutela dei diritti umani. Sinora però questa clausola non è mai stata rispettata, basta scorrere l’elenco dei 28 stati che hanno beneficiato degli accordi di cooperazione fornito dal think thank americano Freedom House: si va dall’Angola al Laos, da Haiti al Ruanda, dall’Eritrea al Pakistan. Manca solo Cuba ma non si può dire che l’isola dei Caraibi sia dimenticata: i rapporti commerciali con i paesi europei, non ultima l’Italia sono forti. Le cifre contribuiscono a capire quale sia il volume di interessi che si muove dietro queste intese. Al Vietnam sono arrivati, dal 2002 al 2006, 162 miliardi di euro, alla Cambogia dal ’92 al 2004 ben 320 miliardi. Il Pakistan ha ottenuto in aiuti umanitari nell’arco del 2003 per 1 miliardo, l’Angola 22 milioni, il Congo 44, lo Zimbabwe 25 mentre al Sudan dal ’99 al 2003, quando le informazioni sul genocidio dei cristiani circolavano in occidente, sono giunti 81,2 milioni. Sotto forma di aiuti allo sviluppo è stato elaborato un piano per il periodo ‘95-2007 che prevede l’assegnazione di 273 milioni all’Angola, 419 al Camerun, 296 alla Guinea, 380 alla Costa d’Avorio, 249 allo Zimbabwe. Il Libano invece, uno stato a sovranità limitata o meglio ancora eterogovernata, per il rapido periodo ‘97-2003 dovrà accontentarsi di “appena” 1,8 miliardi. Un aspetto inquietante è rappresentato dalla trasparenza. O meglio dall’assenza di trasparenza. Secondo Maurizio Turco cercare di capire quale sia l’esatto movimento di fondi è impresa pressoché impossibile: “La commissione europea – fa i bandi dopo aver trovato l’accordo con lo Stato. Questo bando, che in teoria è aperto a tutti, viene gestito a Bruxelles. Dal momento dell’assegnazione in poi si perdono le tracce, non si riesce più a capire come procede l’esecuzione dell’accordo. Il fatto più grave è che i dati non sono pubblici come dovrebbe essere visto che si tratta dell’utilizzo di denaro pubblico”. Un problema strutturale, a parere dell’esponente radicale, è dato dalla frammentazione con cui si gestiscono gli aiuti: in ogni paese del terzo mondo c’è un ufficio dell’Unione Europea ma a Bruxelles le diverse direzioni procedono senza coordinamento. Manca una centralizzazione del bilancio che possa presentare dati, cifre e resoconti di queste attività: in teoria basterebbe rivolgersi ad un ufficio della Ue di Milano e di Roma per ricevere informazioni dettagliate, in pratica neppure le istanze presentate presentate da un parlamentare europeo hanno viaggiato su corsie preferenziali né sono state coronate da successo. La burocrazia europea, rinomata per la sua asfissiante, ai limiti della pedanteria, attività legislativa si trova impreparata nell’affrontare un capitolo decisivo, come quello dei sussidi economici, della sua politica estera. Neppure quando in passato sono scoppiati scandali sugli accordi di cooperazione si è voluta apportare qualche correzione. Anzi, sono continuati di cooperazione a mancare i controlli non solo su come gli aiuti vengono gestiti ma perfino nell’accertare se sono giunti a destinazione. Un casi su tutti: quelli arrivati ai palestinesi. Nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese, si sa, a Bruxelles è sempre stata molto generosa. L’unica forma di controllo è stata nel verificare il carico delle merci e lo scarico una volta giunti in Medioriente. Un sistema – denunciato dai radicali – come del tutto inefficace nell’appurare che progetti vadano a buon segno. Il sospetto è che sovente i dittatori locali riescano a dirottare le risorse o comunque a presentare le opere realizzate con i soldi europei come realizzazioni del regime e quindi a consolidare il sistema di potere autoritario. I rimedi indicati dai radicali sono in primis la sospensione degli accordi di cooperazione qualora si constati con attenta verifica che i diritti umani non vengono rispettati. E’ recente la tragedia degli Altopiani Centrali del Vietnam dove si sono compiute migliaia di morti: un eccidio di cui il regime comunista ha sempre negato l’esistenza e ha impedito che si operasse qualsiasi tipo di controllo. Ciononostante non è stata avviata nessuna revisione degli accordi stipulati dall’Ue con il regime comunista. Inoltre occorre incoraggiare la collaborazione delle organizzazioni non governative indipendenti: secondo i radicali solo queste ultime hanno l’interesse a fare le pulci. Tant’è che sono temute dai regimi locali. Il Vietnam, dopo la campagna del Partito Radicale per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sul mancato rispetto dei diritti umani nel paese indocinese, ha chiesto e ottenuto che i radicali fossero espulsi dal Comitato Economico e Sociale delle Nazioni Unite: un organismo dell’Onu in cui è riconosciuto alle organizzazioni non governative il diritto di partecipare ai lavori. Per Bruxelles aprire alla collaborazione delle Ong indipendenti potrebbe essere un primo passo per garantire maggiore trasparenza sulle politiche internazionali.





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