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DARFUR, IL SUDAN DICE SI ALL’ONU

Il Governo di Khartoum accetta la risoluzione – Chirac schiera 200 uomini in Ciad Khartoum. Sono bastate ventiquattro ore di riflessione al Governo sudanese. Una nottata per ragionare e mettere sul piatto della bilancia i due pesi:da un lato la Risoluzione “di richiamo” votata ieri dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dall’altro l’immediata reazione di protesta del ministro dell’Informazione al-Zahawi Ibrahim Malik. Il Sudan questa mattina si è svegliato con il rischio di sprofondare oltre che nella già impegnativa catastrofe umanitaria, in una crisi diplomatica senza precedenza per il Paese. Ma la notte porta consiglio ed è così intervenuto Osman al-Said, ambasciatore sudanese presso l’Unione Africana: “Il Sudan non è felice della Risoluzione del Consiglio, ma ci adegueremo a essa dando il nostro meglio”. Il Sudan ha trenta giorni di tempo per farlo, poi potrebbero scattare le temibili sanzioni dell’Onu, fino ad oggi rinviate. Adeguarsi perché, precisa l’ambasciatore, “noi non siamo come Israele che non ha rispettato le decisioni del mondo intero”. Il Sudan è membro delle Nazioni Unite e come tale ha accettato la presa di posizione. Quello che il governo di Khartoum non ha gradito è la tempistica e il modo con cui si è arrivati al voto. Troppo e immotivata la pressione americana, almeno per il ministro Ibrahim Malik. Concetto ribadito anche dall’ambasciatore al-Said: “Gli americani si sono interessati del mio Paese solo per compiacere l’elettorato nero in vista delle elezioni di novembre”. La critica di Khartoum fa riferimento al testo della risoluzione, incentrato sull’incapacità di reazione del Governo più che sullo stato drammatico in cui versa la regione del Darfur. Insomma i sudanesi avrebbero voluto maggiori considerazioni sulla necessità di aiuti umanitari internazionali che sulla effettiva, o meno, complicità del Governo sudanese con le milizie Janjaweed che stanno terrorizzando la zona. Il nodo della questione è il Darfur, regione confinante con il Ciad, immersa in una guerra civile. Da un lato le truppe governative e le milizie islamiche, dall’altro due gruppi ribelli che combattono per ottenere aiuti e considerazione da parte di Khartoum. L’escalation dal 2003 è stata impressionante. Le stime delle Nazioni Unite parlano di otre 50mila morti e più di un milione di sfollati, la maggior parte dei quali ammassati al confine con il Ciad. Dimenticato dalle Organizzazioni politiche internazionali, il Sudan è diventato materia di discussione dopo la visita del Segretario generale dell’Onu Kofi Annan e di quello di Stato americano Colin Powell. Di fronte all’immagine dei campi profughi nessuno dei due ha potuto voltare le spalle. Di qui la Risoluzione formulata, realizzata e infine votata in poche settimane. Il dramma umanitario coinvolge anche gli stati confinanti, tra cui appunto il Ciad ex colonia francese. Il rischio di un allargamento del conflitto ha spinto ieri il presidente francese Jacques Chirac a mobilitare aiuti umanitari e truppe. Duecento uomini si sono già stabiliti al confine con la regione per motivi umanitari “ma – ha precisato l’ambasciatore francese in Ciad J.Pierre Bercot – se le truppe dei Janjaweed dovessero attaccare uno dei campi profughi, come hanno fatto nelle settimane passate, saremo pronti a rispondere”. Lo stesso Colin Powell ieri è tornato sull’argomento mentre era in viaggio per Sarajevo. “Mi auguro che il Governo sudanese approfitti del tempo concesso per fare il possibile e mettere sotto controllo le milizie, altrimenti saremo costretti a intervenire”. I trenta giorni previsti della Risoluzione hanno provocato reazioni discordanti. Critico il ministro degli Esteri egiziano Abu al-Ghit, che arrivato a Khartoum per ribadire l’impegno di aiuto egiziano, ha ribadito “la necessità di tempo affinché il Governo sudanese riesca a rispettare l’accordo”. Di tutt’altro avviso Emma Bonino, parlamentare europea, impegnata da anni in Africa: “Troppi 30 giorni, Khartoum fino a oggi non ha fatto nulla, vanno subito perseguiti i responsabili dei crimini commessi nel Darfur”.





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