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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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“GLI ARABI CONDANNANO QUESTO CRIMINE”

Bonino: anche ai Paesi fratelli non conviene un Iraq instabile di Francesca Paci “Il futuro dell’Iraq non si costruisce sui cadaveri degli innocenti”. La leader radicale Emma Bonino prende in prestito le parole dell’opinionista libanese Ghassan Charbel per commentare l’omicidio di Enzo Baldoni. Dal suo appartamento al Cairo, l’europarlamentare radicale legge la sfortunata sorte del reporter freelance attraverso la lente dei giornali arabi, in buona parte concordi nel giudicare “queste azioni criminali peggiori dell’occupazione”. Il numero di giornalisti e operatori dei media uccisi in Iraq dall’inizio della guerra è salito a 39. Come commenta? “C’è un editoriale di Ghassan Charbel pubblicato sul quotidiano arabo Dar al-Hayat che mi piacerebbe aver scritto perché ne condivido interamente il messaggio. S’intitola “Le esecuzioni non impediscono la stampa” e spiega che questa sedicente resistenza irachena responsabile di sequestri e delitti non rappresenta alcuna bandiera. Non è questione di quanti sono i giornalisti caduti ma di qual è l’obiettivo reale dei killer, ossia rendere l’Iraq un’arena di guerra permanente preclusa a qualsiasi futuro. Charbel mette in guardia chi tacitamente sostiene i terroristi: fare fuori i cronisti internazionali significa eliminare i testimoni, una pratica che non prelude nulla di buono. Anche per ché è stato proprio un giornalista americano a denunciare gli orrori del carcere di Abu Gharib”. Sullo sfondo della morte di Baldoni c’è il duplice agguato al convoglio della Croce Rossa. Dopo l’Afghanistan, dove l’omicidio di cinque volontari ha convinto Médecins sans Frontières a ritirarsi, l’Iraq sta diventando un terreno minato per le agenzie umanitarie? “E’ già accaduto con l’attentato alla sede delle Nazioni Unite, dove morì Sergio Vieira de Mello. Le agenzie umanitarie sono ovviamente bersagli per chi non si cura della popolazione civile. Lo dimostra il fatto che la maggior parte delle vittime è irachena, come quei poveracci che si arruolano nella polizia. In Iraq è in corso una guerra civile tra Islam moderato ed integralisti teorici del “tanto peggio tanto meglio”. All’inizio i paesi fratelli, dalla Siria all’Egitto, hanno fatto il tifo per gli strateghi del caos. Basta pensare che la Lega araba non cedeva ai rappresentanti del nuovo governo di Baghdad l’ex poltrona di Saddam Hussein perché, sosteneva, non erano stati democraticamente eletti. Capito la coerenza?” Ritiene che la situazione stia cambiando? “Direi di sì. Prendiamo la Siria. Il presidente Hassad ha appena ricevuto il premier iracheno Allawi. Alla lunga un Iraq instabile non conviene a nessuno. Saddam forniva a Damasco petrolio quasi gratis attraverso l’oleodotto poi chiuso dagli americani. Inoltre, la permeabilità delle frontiere che permette ai terroristi d’infiltrarsi in Iraq comincia a preoccupare i governi confinanti, il virus della guerriglia potrebbe anche essere contagioso”. Quali sono le forze attualmente in campo in Iraq? “Ho l’impressione che agiscano molti gruppi. Sciiti radicali, ex saddamisti, predoni, ma soprattutto freelance del terrorismo interessati a destabilizzare il paese con azioni indipendenti e senza strategia comune. Uno scenario che la folle decisione del proconsole americano Bremer di smantellare l’esercito baathista ha fortemente alimentato. Accanto a questo però, vorrei ricordare la pressione positiva esercitata dalla società irachena. A luglio, durante l’assemblea consultiva di tutte le tribù, una donna sciita di Najaf attaccò duramente l’imam ribelle Moqtada Al Sadr raccogliendo il lunghissimo applauso degli oltre mille delegati. E poi c’è la mia amica Khzaj che sta mettendo su un partito misto di sciiti e sunniti, uomini e donne, per presentarsi alle prossime elezioni”. Cosa ne pensa delle ambizioni espansioniste dell’Iran? “Mi sembra che le azioni iraniane siano in ribasso. Lo sciitismo che sta faticosamente avendo la meglio in Iraq è l’opposto di quello iraniano. L’ayatollah al Sistani è sempre stato nemico di Khomeini, il primo teorico della divisione tra potere temporale e religioso e portavoce della scuola tradizionale, l’altro modernista e sostenitore della dittatura teocratica. L’Iran appoggiava, seppure velatamente, l’avanzata di al Sadr. Le ambizioni di Teheran sono state ridimensionate dal rientro sulla scena di al Sistani”. Inciderà sul futuro iracheno la rielezione del presidente americano George W. Bush o l’eventuale vittoria del democratico Kerry? “No, nel senso che chiunque vinca le elezioni non abbandonerà il paese tanto facilmente”.





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