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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> Il Corriere della Sera


AYMAN, IL DISSIDENTE CHE SPAVENTA IL CAIRO

In carcere il fondatore del partito «Domani». Ha soltanto sei deputati, ma attrae i giovani di Magdi Allam In politica un leader autoritario e astuto avrebbe tutto l'interesse a confrontarsi con un'opposizione debole e magari divisa, perché legittimerebbe comunque il suo potere e salvaguarderebbe l'immagine di una democrazia formale. Ma non è il caso di un gigante dai piedi d'argilla, l'Egitto di Mubarak, che nonostante controlli il 95% dei 454 membri del Parlamento, ha deciso di infierire e delegittimare il solo oppositore politico «non addomesticato». Eppure il quarantenne Ayman Nour, a soli tre mesi dalla nascita del suo Partito El Ghad (Il domani), dispone complessivamente del sostegno di sei parlamentari, vale a dire del 1,3%. Il 29 gennaio scorso, nel giro di poche ore, con una messinscena degna dei più cupi regimi dittatoriali, Nour è stato privato dell'immunità parlamentare senza essere interpellato, arrestato e aggredito dai poliziotti, gettato in carcere dove resterà per almeno 45 giorni di detenzione preventiva. L'accusa, respinta da Nour, è la consegna di circa 2 mila firme false per ottenere la legalizzazione di El Ghad da parte di un comitato monopolizzato dal Partito Nazional-democratico di Mubarak. Perché così prevede la legge. In Egitto è il partito che ha il 95% dei seggi a decidere se un altro partito abbia diritto o meno di esistere. Se si dà uno sguardo alla piattaforma politica di El Ghad (www.elghad.com ), che si presenta come «Partito liberal-democratico egiziano», non si scopre nulla di rivoluzionario. El Ghad vuole la trasformazione dell'Egitto in Repubblica parlamentare, l'elezione diretta del capo dello Stato per non più di due mandati. Non mancano i pregiudizi nei confronti di Israele e degli Stati Uniti. Si afferma, ad esempio, «l'impegno a compattare il fronte arabo per fronteggiare il nemico sionista, l'alleanza dell'America al fianco di Israele, l'ostilità nei confronti degli arabi dopo gli eventi del World Trade Center». Perché Ayman Nour fa paura? Forse perché attrae l'interesse e l'entusiasmo dei giovani, che rappresentano il 64% dei suoi aderenti, mentre le donne costituiscono il 37%. La leader radicale Emma Bonino si è fatta promotrice di una interpellanza alla Commissione europea e di una raccolta di firme degli europarlamentari. Anche il Dipartimento di Stato americano ha espresso la sua «inquietudine» per l'arresto di Nour. Ma un dirigente del Ghad, Wael Nawara, ha avvertito: «E' un problema interno tra gli egiziani, rigettiamo qualsiasi interferenza esterna anche se in buona fede». Probabilmente è ancora fresco il ricordo della pesante condanna di sette anni inflitta a Saad Eddine Ibrahim, militante per i diritti civili, perché avrebbe utilizzato dei fondi dell'Unione Europea per «diffamare l'Egitto e fomentare la guerra confessionale tra musulmani e copti». Ebbene Ibrahim, che ha la cittadinanza egiziana e americana, è stato accusato di essere un «traditore» anche dall'opposizione. Forse ha ragione Hafez Abou Saada, segretario dell'Organizzazione egiziana per i diritti umani: «Non mi attendo nulla da Washington se non la condanna verbale. Il loro interesse è salvaguardare l'alleanza con Paesi come l'Egitto». Sarebbe sconsolante all'indomani del voto di otto milioni di iracheni che hanno sepolto la dittatura e sconfitto il terrorismo. Per l'America e l'Europa è un test per confermare da che parte stanno veramente, se intendono o meno impegnarsi affinché i valori della libertà e della democrazia diventino un patrimonio comune dei popoli del mondo arabo. Compresi quelli che si autocensurano per paura della vendetta dei dittatori al potere.





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