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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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QUANDO I VELI SI TRASFORMANO IN ALI

Sono le donne musulmane il motore che può far volare la libertà nei paesi islamici. Ed Emma Bonino è pronta a scommettere: Baghdad non è che l’inizio. di Stella Pende Fiume di veli neri davanti alle urne dell’Iraq. Le donne irachene hanno votato a Baghdad e Najaf, nel nord di Musul e nella profonda Bassora. Hanno sfidato le bombe e vinto la paura per gridare insieme la loro fame di libertà. Ma saranno proprio le donne islamiche le traghettatrici della pace nelle terre dell’Islam più violento? Saranno le donne musulmane le ali capaci di far volare la nuova democrazia nei paesi arabi? Emma Bonino, che di «voli» e di coraggio sa molto, risponde da Gibuti, dove presiede la conferenza internazionale contro le mutilazioni genitali femminili. «Quelle grandi e piccole donne in fila: il pollice sporco d’inchiostro alzato come una medaglia di libertà. Una grande commozione! Sono state minacciate, spaventate. Ma loro sono arrivate a milioni, dalle città e dalle campagne con i loro bambini e gli asini. Vecchie e giovani, tutte dentro i loro veli: un piccolo esodo mosso dalla speranza e dalla voglia di verità. Oggi, inutile negarlo, sono le donne dei paesi arabi a sorprenderci di più. Sono loro le attrici irriducibili sul palcoscenico della storia dei loro paesi. Guardi l’Afghanistan, il Marocco, la Turchia. Dovunque la faccia della libertà è femminile. Ma è soprattutto in momenti di guerra e di crisi, è nei momenti fatali che le arabe segnano il tempo e le rivoluzioni. Sarà meglio che il premier iracheno Iyad Allawi e i suoi se ne rendano conto. In Occidente, certo, non potranno passarci sopra come hanno fatto con le donne afgane. In Afghanistan il presidente Hamid Karzai ha chiesto alla sua rivale Massuda Jalal, uscita dai seggi con vero trionfo di voti, di diventare la sua vice. Ma lei ha gentilmente rifiutato. Karzai, che è più furbo di certi nostri politici, ha capito. E poi la stampa internazionale, dopo qualche foto, era volata sul fatto: il rischio era che la grande risposta delle donne alle elezioni potesse aiutare troppo la campagna elettorale di George W. Bush. Le donne irachene sono andate a votare velate. Due mondi che si incontrano per un giorno: la democrazia e il velo dell’Islam. Sono le donne ombra dell’Islam, recluse, mute, lapidate, che mi feriscono, non i loro veli: il velo per molte è una bandiera di identità e di resistenza. Coperte possono lavorare vicino agli uomini. Possono pensare. Lo butteranno quando avranno vinto le loro battaglie. L’importante è sapere che le donne arabe vivono oggi un cambiamento epocale. Dalle battaglie sociali sono passate a quelle politiche. A sfidare fortemente e passionalmente le istituzioni. Ma oggi lei e le sue donne siete a Gibuti a lottare ancora una volta per una causa sociale, quella delle mutilazioni genitali. Le ricordo però che queste leader africane e arabe non chiedono solo voce, ma nuove leggi e seri impegni dei governi. Usano il sociale per incidere e muovere la politica, capisce? Capisco. Ma fin dove vogliono e possono arrivare? Arriveranno in fondo alla loro strada. Perché corrono. Per ora hanno fissato tre tipi di impegni: diritti politici, diritti sessuali e quelli economici. Nel prossimo Arab international forum di Bruxelles parleremo di eredità, di conti bancari e pure di amministrazione casalinga. In Arabia Saudita però le candidate donne sono state all’ultimo momento costrette a ritirarsi. E la faccenda mi ha irritato non poco. Ma quando poco tempo fa abbiamo ricevuto a Bruxelles i signori parlamentari sauditi, nessuno di loro ha osato risponderci che la rinuncia obbligata delle loro candidate arrivava da motivi di cultura o di sesso. Anzi, i suddetti signori, che soltanto un anno fa evitavano gentilmente di stringermi la mano, ci hanno spiegato che si trattava di difficoltà logistiche: troppo complicato organizzare votazioni divise per sesso. Ho fatto presente ai signori che anche in Cile e in Ecquador donne e uomini votano divisi. Anzi, ho proposto di organizzare per loro corsi intensivi di elezioni rapide e sicure. Sono le donne che porteranno e faranno vincere la democrazia a Baghdad come negli altri paesi arabi? Quelle donne sono certamente motori potenti per l’automobile che deve intraprendere questo lungo viaggio. Sarà una democrazia lontana però dai parametri occidentali: una democrazia dal vestito iracheno. Le rispondo con le parole di Amr Moussa, segretario delle Lega araba, che dice: non esiste una democrazia africana, occidentale o araba; esiste soltanto la democrazia. Salman Rushdie dice nel suo ultimo libro che le donne arabe più segrete, più misteriose, più appassionate rischiano di superare in fascino e potere le donne occidentali. Può darsi che le previsioni di Salman siano lungimiranti. Le donne arabe usano il corpo come riscatto e come pegno insieme. La loro sensualità offesa e proibita è certamente più intensa e più devota di quella delle donne occidentali. So solo che una donna occidentale è libera di fare del suo corpo e del suo cervello quello che vuole, quando vuole. Una donna araba, invece, è ancora lontana da questa libertà estrema. Quello che mi interessa di più, però, è che le arabe oggi rimangono poderose, ancorché imperfette, incubatrici di idee. Qualcuno ha scritto a proposito delle elezioni irachene che saranno ancora le donne a seminare la pace in Iraq. Mi piacerebbe che la pace, parola abusata, fosse accompagnata da riflessioni a misura: la donna palestinese vuole la pace, ma anche l’israeliana la desidera. Si tratta però di due paci diverse e rivali. La donna cecena vuole la pace e la Cecenia. Ma anche la russa vorrebbe la Cecenia insieme alla pace. Marguerite Yourcenar diceva: la donna non è capace di amare la guerra perché la guerra ce l’ha sempre addosso e dentro. È vero. Le donne tendono alla pace perché nessuno come loro conosce l’oppressione e il silenzio della libertà. Ogni volta che non arrivo a toccare un obiettivo, ogni volta che mi sfugge un progetto o un sogno, penso alla lettera struggente che mi scrisse la mia amica Aung San Suu Kyi (dissidente birmana, premio Nobel per la pace nel 1991, ndr). Finiva con una frase che diceva così: «Per favore usate la vostra libertà per farci trovare la nostra libertà».





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