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IL CORAGGIO SOTTOVOCE DI GIULIANA; COMBATTIVA, UMILE, NEMICA DEI SALOTTI

Dall’Afghanistan alla Somalia, una reporter sempre in prima linea di Maria Latella ROMA - Il paradosso è che, adesso, è lei a fare notizia. Una che nei suoi cinquantasette anni ha scritto, viaggiato, studiato, senza lifting, senza inviti nei salotti dei politici e dei grandi finanzieri, senza interviste in tv e senza foto sui giornali. Giuliana Sgrena le interviste le ha sempre fatte agli altri, fedele a uno stile che qualcuno, dentro e fuori il giornalismo, considera ormai «old». In un mondo in cui l’autopromozione è tutto, in cui anche le più private vicende, dai battesimi alle corna, vengono bene per una copertina di settimanale e non si butta niente, ma proprio niente, perché se ti dimenticano sei rovinato, in un mondo in cui anche i giornalisti, talvolta, si adeguano alle regole dello star system, ecco, Giuliana Sgrena è rimasta quella che, adottato il giornalismo di guerra, non l’ha usato. Piuttosto, volendo cedere al paradosso, s’è fatta usare. Usare, sì, fino al punto di finire sequestrata dai terroristi di Bagdad che anche lei, forse, avrà considerato resistenti. Usare, come capita quando ci si dà a un mestiere con una passione vicina all’amore. Usare, sì, nel senso di non riuscire a staccarsi da mondi poveri, difficili, pericolosi che, diciamolo, prima della guerra in Kuwait e prima della guerra in Iraq, nella gerarchia delle notizie non erano certo considerati «sexy». Per la totalità della sua vita di cronista, Giuliana Sgrena ha raccontato storie di gente che viveva male e per di più in posti dimenticati, e se finivano in prima pagina, quelle storie, era perché la prima pagina era quella del Manifesto , giornale terzomondista e mai terzomondano. Come dicevano gli esperti di palinsesti tv, «gli esteri non fanno notizia». Non prima della guerra in Iraq, almeno. Il paradosso, insomma, è che una riservata giornalista è ora costretta a farsi, lei stessa, notizia. Lei, che, come dice Dacia Maraini, «non raccontava mai dov’era andata, quali pericoli aveva corso. Mai. Nessuno sapeva niente dei viaggi, dei rischi». Dovesse pescare un aggettivo nella sua ben fornita sacca di narratrice, Maraini ne estrarrebbe un paio da dedicare a Giuliana: «Combattiva e umile». Due aggettivi che pochi, forse, associano oggi al giornalismo, tanto accusato di essersi fatto domestico e narciso, beato di sé, alla ricerca di ribalte e riflettori, più interessato a raccontarsi che a raccontare. Per Dacia Maraini, invece, Giuliana Sgrena è sempre stata, ed è rimasta, cronista vecchio stile. Si conoscono da molti, moltissimi anni, gli anni Settanta dei movimenti femministi, quando la giornalista militava nel Pdup e non era ancora approdata al Manifesto . Si frequentano ancora, con Dacia Maraini, per via dell’associazione «Controparola» che riunisce una ventina tra giornaliste e intellettuali. Di sinistra era e di sinistra è rimasta, Giuliana Sgrena. «Politicamente, possiamo dissentire su tante cose, ma l’ho sempre stimata: per la serietà con cui scrive, con cui si documenta», dice Emma Bonino. Anche lei la conosce bene, «da quando venne nello Yemen per la conferenza di Sana’a. Da allora ci siamo incontrate spesso». Giuliana Sgrena è una che studia, per capire, per fare meglio. Ha studiato pure l’arabo e la prima volta, a Bagdad, c’è andata con un’organizzazione non governativa, con quel «Un ponte per» diventato familiare durante il sequestro di Simona Pari e Simona Torretta. «Non abbiamo mai cercato di farla restare a casa: il suo lavoro le piace troppo», ha confidato il padre Franco, ferroviere ottantenne e comunista, ancora oggi tesoriere della sezione del Partito dei Comunisti italiani di Domodossola. Certo che il suo lavoro le è sempre piaciuto. Dai tempi della guerra nel Golfo, Giuliana Sgrena gira per l’Africa e per il Medio Oriente, dalla Giordania all’Afghanistan, dal Marocco alla Somalia. Tornava, rivedeva il suo compagno, gli amici, i colleghi, ma senza infliggere i racconti mirabolanti e avventurosi a cui pochi inviati di guerra sanno resistere. «Nelle riunioni di "Controparola" Giuliana ha sempre discusso, eccome, ma dei temi che si affrontavano in quel momento. Non di altro. So che ha scritto tre libri, per esempio, ma me ne ha sempre parlato poco. E’ una persona schiva». Oriana Fallaci a parte, la generazione di Giuliana Sgrena, delle ragazze nate subito dopo la guerra, è stata anche la prima a sfornare reporter di guerra italiane. Un mondo a parte, quello di chi va per conflitti, un mondo che era provvisto di un filtro certamente romantico: da Hemingway ai film con Robert Redford. Poi, Ilaria Alpi del Tg3 è stata uccisa in Somalia e ancora non si sa bene da chi o per conto di chi. Poi, Maria Grazia Cutuli è stata uccisa, e poi è venuta la guerra in Iraq e i sequestri di giornalisti son diventati notizia quotidiana. Altro che lato romantico, oggi. «Oggi per fare il lavoro di Giuliana ci vuole un coraggio assoluto e quello non te lo puoi dare. O ce l’hai o non ce l’hai. Giuliana ce l’ha. Ha sempre sfidato i pericoli, senza farlo pesare», dice Dacia Maraini. Il coraggio, non l’esibizione. Emma Bonino un po’ si arrabbia a raccontare dell’estrema riservatezza della giornalista del Manifesto . «Un conto è la persona, un conto è la professionista. Puoi essere una che non si trucca, che non si impone, ma non significa voler essere giornalisti invisibili. Io non credo che Giuliana volesse essere invisibile. Se una sceglie di fare la giornalista è perché ha voglia di dire delle cose. Sono certa che in un contesto adeguato Giuliana andrebbe a dirle, come no. Anche in tv. La cecità è degli altri, quelli che corrono dietro agli sberluccichi».





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