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L'ONU SOTTO ACCUSA PER I DIRITTI UMANI

di Mara Gergolet Vorreste come giudice un criminale? In altre parole, vi fidereste di un governo a cui, giusto due mesi fa, l'Onu ha notificato le seguenti accuse: «Uccisioni di civili, tortura, rapirnenti di persone, distruzione sistematica di villaggi, stupri»? Questo è il Sudan: un Paese dove il governo è ritenuto corresponsabile di 180 mila morti nel Darfur, di 1,8 milioni profughi. Eppure, questo stesso governo è chiamato a dare pagelle sui diritti umani al resto del mondo. Imputato dell'Onu, giudice per suo conto. In buona compagnia: con lui siedono nella Commissione Onu un'altra mezza dozzina di governi (Cina, Russia, Arabia Saudita, Nepal, Cuba, Zimbabwe) che l'Occidente difficilmente etichetterebbe come democrazie. Fino a un anno fa, il presidente ne era la Libia. Uno scherzo, un errore? Nessun errore, troppi errori. «Finora non siamo riusciti a raggiungere il nostro fine», ammette la canadese Louise Arbour, presidente, all'apertura dell'annuale sessione della Commissione Onu dei diritti umani a Ginevra: sei settimane di lavoro. Pochi giorni fa, a un'amica aveva confidato: «Siamo i più esposti, ma anche i più marginali: io passo l'80% del mio tempo a cercare fondi». Sottofinanziati, poco personale: s'arrangiano con 60 milioni di dollari l'anno, il 33% passato dall'Onu. Una squadra di esperti voluta da Rofi Annan, nel suo rapporto dello scorso settembre, ne ha caldeggiato la ristrutturazione: allarghiamola a tutti i 191 Paesi membri Onu, non agli attuali 53 che sono eletti. I gruppi dei diritti umani invocano riforme a gran voce. La Arbour sostiene che le cose si stiano gia muovendo. «La commissione e diventata un rifugio di governi che sistematicamente compiono abusi dice Kenneth Roth, di Hurnan Rights Watch. Al momento, il suo vero obiettivo sembra essere di evitare le critiche al Paesi membri». Nelle aule di Ginevra sorgono alleanze improbabili. La Cina, manovrando con diplomazia, non ha mai subito nemmeno un rimbrotto. La Russia e virtuosa dal 2001, grazie a un'asse con gli islamici, che mettono il sfienziatore ai massacri (dei musulmani) in Cecenia. «La Commissione — dice Margherita Boniver, sottosegretario agli Esteri ha una logica squisitamente politica. Vanno fatte le riforme: l'Italia e per la creazione all'interno dell'Onu diuna 'comunità delle democrazie", che voti compatta». «Certo, il pianista e cattivo osserva Sergio Romano —, ma e l'unico che abbiamo. A meno di non accettare le tesi come quelle del sottosegretario americano John Bolton, che ha detto: 'all'Onu si potrebbero togliere dieci piani". Ma non mi sembra che sia questa la strada». Appunto, ma quel è la strada? Un'aggressiva esposizione pubblica dei Paesi in fallo — come chiedono Usa e attivisti dei diritti umani (che però a Ginevra denunceranno l'America per gli abusi di Guantànamo) o la diniomazia felpata e silenziosa (quiet diplomacy) in cui l'Europa continua a credere? Il capo della politica estera Ue, Javier Solana, l'ha ribadito ieri: «Spesso una parolina detta a bassa voce sul destino di un dissidente ha più impatto di un discorso di alto profilo». Il dissidente egiziano Ayman Noar è uscito dal carcere per il tour cancellato di Condi Rice o per la visita al Cairo dei parlamentari europei? «Io credo nella quiet diplomacy — dice la Boniver —. E più efficace delle manifestazioni». Meno convinta Emma Bonino: «La quiet diplomacy può anche funzionare, purché abbia dei tempi certi: nei Paesi arabi l'Europa ci ha provato, invano, per 30 anni, senza mai darsi scadenze. E poi, questa politica deve essere trasparente: altrimenti, come può conoscerla un oppositore siriano, come puo farla propria?». Aiuti sottobanco o pubblica vergogna per i regimi corrotti? «Sono due approcci teorici dice la Arbour —. Spesso giustificano solo la nostra inerzia".





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