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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> La Repubblica


SCELTE RADICALI: EMMA BONINO

Quattro anni fa si è trasferita al Cairo per studiare l'arabo. Così la più laica fra le politiche italiane si è ritrovata faccia a faccia con l'integralismo, ha affrontato le diffidenze suscitate da una deputata europea, donna e per di più single, che va ad abitare nel cuore dell'Islam. Ma soprattutto ha fatto i conti con la solitudine: in Egitto, ci racconta ora, di giorno parli con decine di persone ma la sera spariscono tutti: difficile trovare qualcuno per andare al cinema. di Laura Laurenzi Roma. Sulla scrivania, un tavolo di formica bianca, ha un computer vecchio tipo, di quelli con lo schermo mastodontico, e poi una confezione di integratori vitaminici e pile di libri, giornali, quaderni zeppi di appunti. Alle spalle, in cornice, quattro sue caricature pubblicate sulle prime pagine dei quotidiani e un vecchio manifesto anni Settanta di lei, ragazza, che sfila in piazza contro l'aborto clandestino. Anche una grande foto scattata a Kabul nel '97 durante un blitz che le costò l'arresto: la Bonino in mezzo a nove donne col burka, nove fantasmi celesti. Emma la dulce, come la chiamano i giornali spagnoli—che dolce non è per niente, semmai più genere human cannonball (definizione di Time) arriva nel suo piccolo ufficio al Partito radicale, nel cuore di Roma, vestita da perfetta donna in carriera: giacca scura gessata a righe minuscole, top bianco, pantaloni neri, capelli freschi di parrucchiere, agenda sottobraccio, aria fattiva. Sul risvolto della giacca esibisce una minuscola decorazione al merito: un'onorificenza italiana? Cavaliere? Commendatore? «Ma quando mai. L'italia non mi ha mai dato nessuna onorificenza. Questa l'ho avuta a Gibuti: sono cavaliere al merito della Repubblica di Gibuti». Uno dei paesi in cui più veemente è l'impegno di Emma Bonino nella battaglia contro l'infibulazione. Dopo quattro anni di vita al Cairo - ha preso casa in Egitto nel giugno del 2001 anche per elaborare la batosta elettorale - è ancora più occidentalizzata e ha capito molte cose, oltre ad avere approfondito un contatto più diretto e più intimo con la solitudine. «Ho capito che, al di là dei diversi paesi e dei diversi stili di vita - ognuno si veste diverso, prega diverso, mangia diverso - gli arabi di religione musulmana, o copta, o laici come me, in realtà hanno esattamente le stesse aspirazioni e le stesse necessità che abbiamo noi. Insomma: ho avuto conferma che non sono un mondo a sé. La differenza vera tra noi e loro è una differenza di sistema politico: tra società chiusa e società aperta, tra dittatura e democrazia. Tutto qui. Se si prende atto di questo, capiamo il ruolo della religione, anzi, capiamo come la religione venga manipolata a fini di potere, tant'è vero che questo povero Corano viene interpretato in modo molto diverso a seconda delle esigenze dei diversi paesi e di quello che fa comodo alla classe dominante». Il «povero Corano». Per capire meglio, Emma Bonino è tornata sui banchi di scuola: al Cairo, con umiltà e determinazione, si è messa a studiare l'arabo. Per studiare la cultura studia la lingua, e così mette insieme i pezzi del puzzle. Lezioni al Brìtish Council e dai frati Comboniani la mattina e ripetizioni private a casa il pomeriggio, i dettati, gli esercizi di conversazione, la lettura dei quotidiani. E poi sola (in una megalopoli di 16 milioni di abitanti) davanti alla televisione, Al Jazeera, Al Arabya e tutte le altre emittenti locali. Oggi riesce a capire, a leggere correntemente i giornali e anche ad esprimersi. E' stato difficile? «Sì. L'arabo però è una lingua molto razionale. Ogni parola ha una radice di tre lettere. Attaccandoci prefissi, suffissi, declinazioni varie fai tutto. Di una cosa però mi sono resa conto col tempo: la lingua non è un fattore identitario quanto potremmo pensare. Tutto l'establishment parla anche inglese o francese». Da Pannella alle Piramidi. Testimonia anche, Emma d'Arabia, quanto il suo calvinismo nordico venga messo a dura prova nella routine del Cairo, dove ormai passa due settimane al mese, più le vacanze di Natale e quelle di Pasqua. Ha avuto qualche momento di scoraggiamento? «A non finire - sbuffa l'ex commissario europeo alzando gli occhi al cielo - Il sentimento che mi accompagna da più tempo, nella vita, è la solitudine. In Egitto, specie all'inizio, questo sentimento è diventato più forte. Una solitudine non certo scelta. Sola non per virtù, quindi, ma per necessità. Non sto parlando della comunità internazionale, dei cocktail nelle ambasciate: quelli non mi interessano. Parlo dei rapporti umani. La società egiziana è chiusissima. Di giorno, per lavoro, ho sempre incontrato decine di persone, dissidenti, attivisti. La sera spariscono tutti. Difficile trovare qualcuno con cui andare al cinema. Ultimamente, dopo quattro anni, adesso che mi conoscono meglio e si fidano, vengo accolta un pò di più: certo c'è ancora diffidenza». Non capivano cosa realmente fosse venuta a fare al Cairo una deputata europea, per giunta single. «Mi hanno chiesto persino se ero venuta per aprire una pizzeria». Un paese «complicato e appassionante": così definisce l'Egitto. «Sarebbe stato più chic studiare l'arabo a Marrakech, ma dal Cairo, città crocevia, continuo tutte le mie battaglie civili contro ogni integralismo. Sono così tante quelle che vorrei combattere che non mi basterebbero dieci vite...». E' possibile stilare una lista di priorità? Emma Bonino pesca dalla sua lussuosa borsa bordeaux di Fendi un pacchetto di sigarette. Ne accende una. Pausa. Poi dice: «Non è per veterofemminismo, ma il filone dei diritti femminili è sempre il filone più straordinario. E' un microcosmo di tutto: implica i diritti personali, i diritti economici, i diritti politici». Al Cairo e dintorni ha capito per esempio che la donna musulmana è un'astrazione. «Esiste la donna turca, la donna marocchina, la donna egiziana, la donna saudita e via dicendo. Ci sono mille realtà diverse, ma sempre la società è più avanti delle leggi e del sistema politico che la governano, e le donne giorno dopo giorno acquisiscono una forza più travolgente. Un conto però è la Turchia, un conto il Bahrein, un conto è l'Arabia Saudita, dove sul tanto adesso alle donne viene riconosciuto il permesso di prendere la patente e guidare. Nello Yemen ho visto donne velate e vestite di stracci, mentre in Kuwait ho visto donne velate di nero dalla testa ai piedi andare a casa e sfoggiare, sotto, abiti lussuosissimi di Versace e di Dior, scollature a balconcino, trucchi perfetti. In un centro commerciale in Arabia Saudita, all'ultimo piano, quello riservato alla clientela femminile, ho visto commesse che sembravano conigliette di Playboy; al reparto lingerie vendevano biancheria da Crazy Horse, roba postribolare. E' ovvio che la libertà ti toglie il bisogno di questo esibizionismo represso che poi si sfoga in casa, in camera da letto». La battaglia contro l'infibulazione condotta dall'organizzazione non governativa Non c'è pace senza giustizia, da lei fondata, sta dando buoni frutti: «Al Cairo siamo riusciti a coinvolgere la signora Mubarak, abbiamo ottenuto la diretta tv da Al Jazeera, abbiamo fatto partire una campagna di spot in televisione che ripete come le mutilazioni genitali non sono previste dal Corano. Nell'ultima conferenza a Gibuti, a marzo, trecento donne si sono rivoltate in sala contro le autorità religiose che continuavano a sostenere la necessità della mutilazione della clitoride anche se in forma leggera. E' stata una rivolta davvero fantastica: gli imam sono dovuti scappare a gambe levate. Anche li abbiamo avuto la diretta di Al Jazeera». Un panzer, la Bonino. Non si scoraggia mai. «Il Protocollo di Maputu, che all'articolo 5 prevede l'abolizione di ogni forma di mutilazione genitale, è già stato ratificato da dieci paesi. Mancano ancora cinque ratifiche, che contiamo di avere entro l'anno. Dopodiché la norma entrerà in vigore e diventerà obbligatoria». L'Italia vista dal cannocchiale del Cairo sembra un paese lontano. Una battaglia in cui Emma Bonino si sta impegnando con tutta la sua passione («ma non abbiamo un centesimo») è quella per i referendum sulla procreazione assistita, lei che negli anni Settanta si sottopose a inseminazione artificiale: «Sono referendum fondamentali esattamente come lo erano quelli sul divorzio e sull'aborto, legati ai principi laici dell'autodeterminazione e della libertà di cura. Avremo una valanga di sì ma il vero problema sarà raggiungere il quorum. Mancano, secondo le nostre stime, cinque milioni di votanti». Un'altra sigaretta. In tema di laicismo e religiosità, che impressione le hanno fatto i milioni di persone in coda per rendere omaggio a papa Wojtyla? «Fortunatamente non ero in Italia. Un grande spettacolo. La stessa mediatizzazione, del resto, che ha avuto tutto il calvario del Papa. Comunque non era una folla religiosa, non possiamo parlare di una corrente di spiritualismo quanto piuttosto di una sorta di presenzialismo epocale, poter dire: c'ero anch'io, scattare la foto col cellulare. E anche ricerca di una leadership che non si trova altrove». E papa Ratzinger? «Un papa non di potere, un papa dei poveri, un papa da Concilio Vaticano Il è un papa che sarebbe stato più utile per i veri credenti». E' amareggiatissima di non avercela fatta nella corsa a diventare alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, lei che era l'unica donna nella short list degli otto supercandidati. Eppure il governo italiano, almeno a parole, l'aveva sostenuta. «Non direi proprio. Direi anzi che Berlusconi e Fini si sono addormentati. Mi dispiace davvero moltissimo, è una delusione cocente. Un bel giorno renderò pubblico l'intero dossier. E quel giorno, tra incapacità e malafede, ci sarà da mettersi le mani nei capelli». Oggi il suo ubi consistam sembra essere il Cairo, quell'appartamento in un palazzone di nove piani nel quartiere borghese ma delabré di Zamalek da cui, in solitario, sembra tenere sotto controllo ogni possibile segnale di cambiamento. Impegnarsi nelle battaglie per il mondo arabo è diventata un'urgenza. Bella scommessa politica la possibile evoluzione democratica dell'intera area. «Prese una per una le donne laggiù non hanno forza, però stanno cominciando a capire che unite possono avere un impatto enorme. E' caduto il muro della paura, e la loro forza può essere rivoluzionaria», ribadisce Emma Bonino, con una luce speciale negli occhi.





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