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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> Il Corriere della Sera


BONINO: L’ITALIA CHIEDA DI SOSTITUIRE RUMSFELD, MA RESTI IN IRAQ

ROMA - Hotel Ergife, congresso del Partito radicale. Emma Bonino viene via dal tavolo della presidenza. Viene a parlare dell’Iraq, di torture, «di storie che, davvero, non credevo possibili. E invece...».

Invece? Ha visto quelle foto: cosa ne pensa?
«Provo orrore. Puro orrore. Perché io dalle democrazie mi aspetto molto. Le difendo sempre, come si sa, con grande accanimento. Ma poi, ecco, sono anche assai esigente».

Prigionieri al guinzaglio. Altri, in mucchio, e nudi, umiliati. Lei crede che il ministro della Difesa Donald Rumsfeld debba dimettersi?
«Assolutamente sì. Le sue dimissioni sono necessarie e doverose. Da subito. E non solo le sue: ma anche quelle di tutta la cosiddetta "catena di comando", che ha ispirato e tollerato quanto è accaduto».

Le dimissioni di Rumsfeld, perciò, le parrebbero un segnale importante...
«L’assunzione di una responsabilità politica mi pare l’unico mezzo possibile per affermare la supremazia della legge».

Lei crede che questa assunzione di responsabilità sarebbe colta anche dal mondo arabo?
«Io dico di sì: sarebbe un segnale forte. Per gli iracheni, in particolare. Che non hanno mai visto un aguzzino di Saddam pagare per i misfatti commessi».

Questa tragica vicenda delle torture, in che misura mette a repentaglio l’operato dell’intera coalizione in Iraq?
«La mina gravemente. Se si abdica alle regole dello Stato di diritto e alle norme sancite dalle Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, è poi parecchio difficile accreditare l’immagine di un’operazione volta a promuovere la libertà, la democrazia, il rispetto dei diritti fondamentali. D’altra parte, basta ricordare cosa diceva Churchill...».

Cosa diceva, onorevole Bonino?
«Churchill diceva che è proprio quando un Paese libero corre gravi minacce che occorre alzare ben alte le bandiere della democrazia e dello Stato di diritto, altrimenti il nemico ha già vinto».

Il Presidente Bush, però, non sapeva nulla delle torture.
«È probabile. Ma non mi rassicura. Oppure: è possibile che non ne conoscesse l’entità. E questo, a maggior ragione, mi inquieta».

Le dimissioni di Rumsfeld sarebbero sufficienti a restituire legittimità all’intervento della coalizione in Iraq?
«Me lo auguro. L’impatto nel mondo arabo delle foto delle sevizie e di certe inutili umiliazioni è devastante, perché lede alcuni valori di riferimento profondamente radicati nella mentalità musulmana... e questo è grave, gravissimo: perché gli iracheni, nella loro grande maggioranza, avevano fiducia in una "liberazione" ad opera degli Stati Uniti e dei loro alleati...».

Lei ne è sicura?
«Sì. Ne sono sicura. E se cade questa convinzione - che poi è quella contro cui combattono, non casualmente, i fondamentalisti sciiti e sunniti - allora consegniamo il Paese a costoro e l’intera legittimità dell’intervento armato viene a mancare».

L’Italia dovrebbe sollecitare le dimissioni di Rumsfeld, o addirittura imporle?
«Io credo che il governo italiano debba imporre, con forza, le dimissioni del ministro della Difesa di Bush. Ne va, io dico, della nostra credibilità in Iraq».

In Italia, c’è un movimento di opinione che considera la nostra presenza in Iraq come forza di occupazione...
«Stupidaggini. Anzi, il fatto stesso che i nostri militari non abbiano mandato per una custodia prolungata dei prigionieri ci autorizza e ci impone una presa di posizione molto ferma nei confronti di certe immagini».

Il nostro governo assicura di essere stato tenuto all’oscuro di certe violenze.
«Non ne sono sicura, ma è possibile. E questo, ovviamente, non mi tranquillizza. Perciò ritengo che, se Palazzo Chigi è davvero stato tenuto all’oscuro di tutto, a maggior ragione dovrebbe chiedere le dimissioni di Rumsfeld. Anche se...».

Se?
«Non dobbiamo restare prigionieri dell’attualità: degli ostaggi, dei premi di Bin Laden, delle torture... L’Italia dovrebbe sforzarsi di avere una politica complessiva. Che, invece, manca».

Manca, a chi?
«Per esempio, al Triciclo. A Prodi, a Fassino e Rutelli».

Può essere più precisa?
«Faccio un esempio: perché non ci dicono cosa pensano del prossimo ingresso nell’Unione Europea della Turchia? Lo sanno cosa significa far entrare milioni di musulmani? Siamo pronti?».


Fabrizio Roncone





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