sito in fase di manutenzione: alcuni contenuti potrebbero non essere aggiornati
 
 febbraio 2020 
LunMarMerGioVenSabDom
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
242526272829 
CAMPAGNE
MISSIONI

CERCA:

Ministero degli Affari Esteri

Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

Cookie Policy

>> La Repubblica


IL MONDO VISTO DALLA BONINO

di Adriano Sofri Ho incontrato Emma Bonino qualche giorno fa. Poi sono restato a sedere qui, e lei è andata a Venezia per un convegno sulla democrazia in Medio Oriente, poi è andata a Kabul, e ci resterà per 3 mesi, a capo della missione europea che segue le elezioni afgane, fissate al 18 settembre. La mia invidia di uomo messo a sedere è stata incrinata dalla sensazione che qualcosa immalinconisse la leggerezza di quella famosa viaggiatrice. Emma mi ha detto di aver paura. S´intende che solo un pazzo partirebbe oggi alla volta dell´Afghanistan (o di Sharm El-Sheik, del resto) senza mettere in conto una paura. Però Emma è di norma più discreta, e abbastanza pazza. Quando è andata via, sono rimasto a guardarla scendere uno scalone e camminare svelta nella bella piazza, e mi è sembrata ancora più minuta, e, benché tutti i passanti la salutassero, aveva l´aria d´esser sola. Una ragazza sola di 57 anni, che va da un capo all´altro del mondo a mettere insieme la gente in nome della pace, e della pretesa che non ci sia pace senza giustizia. Se nei partiti-famiglia esistesse una divisione fra l´uomo e la donna di casa, Emma, orgogliosa com´è, passerebbe per la donna di casa: ma in un lungo distacco sabbatico dalle faccende domestiche, e in cambio candidata a qualunque prestigioso e arrischiato incarico planetario. Una commissaria ad hoc per antonomasia, dove l´hoc può riguardare il Tribunale internazionale o la Commissione per i Rifugiati, la pesca atlantica o il bando alle mutilazioni femminili: candidata, da qualche tempo, piuttosto che officiata, perché ha finito col fare troppa ombra a concorrenti e autorità mondiali. Anche nella vita politica italiana le è successo di diventare molto candidata e poco investita. È oggi una dei due parlamentari europei dei radicali, che non ne hanno nessuno nel Parlamento italiano. Lei, in particolare, è circondata da un consenso tanto più vasto e sentito quanto più inconcludente. A un certo punto, con tutto il suo carattere di fil di ferro, ha cominciato a esserne ferita, e ad aver voglia di andare via. Si sa che trascorre gran parte del suo tempo al Cairo: non so se sia successo perché cercava un Egitto, o perché voleva andarsene. Ha una sorella, un fratello, dei nipoti, le vogliono bene, vuole loro bene; e ha tanti compagni e amici, e le persone per strada la salutano con confidenza e ammirazione. E però… Ha perso sua madre: «Io non sono mai stata madre né moglie, e mi sono sempre sentita figlia: ora non posso più sentirmi figlia, e che cos´altro sentirmi non so». Perfino al Cairo - quale città dà un´idea così gremita e brulicante? - la solitudine segna i suoi giorni e le sue notti. Ci sono le relazioni pubbliche, le lezioni di arabo, l´impegno per le manifestazioni di libertà civile: ma poi i rapporti personali sono difficili, in una società così ispirata al familismo. «Non succede che si vada al cinema insieme. La sera guardi Al Jazeera, stai in pensiero per il mondo, ripassi il tuo arabo, e alla fine ti addormenti. Ti svegli, ti strofini gli occhi e ti chiedi in che città sei». Le sembra di portarsi dietro una lunga infelicità. Un´infelicità asciutta, quella di oggi; umidissima, quella di qualche anno fa. C´era stato il maggio 1999, l´8,5% nelle elezioni europee, il tifo per la candidatura presidenziale. Poi le regionali perdute, il quorum mancato al referendum. E il 2001. Veniva da un logorante sciopero della sete, dall´impegno al fianco di Luca Coscioni, dall´iscrizione nell´agenda politica di temi allora lunari come la ricerca sulle staminali embrionali, e finalmente dalla débacle: nessun eletto. «Dopo le elezioni del 2001, due settimane di lacrime: poi ero stufa anche di piangere». Nelle riunioni di partito, dove si tiravano le somme, parlava un linguaggio schietto e scorato. «Gli italiani mi amano e non mi votano: amatemi di meno e votatemi di più, sarà meglio anche per voi». Naturalmente, ci sono molte e robuste spiegazioni politiche di quella contraddizione, ma lei era un po´ offesa, proprio personalmente. Fece girare il mappamondo, e puntò il dito sul vicino oriente. «Mancava ancora qualche mese all´11 settembre, e pensavo che bisognasse provare a capire che cosa succedeva in quel mondo». Bisogna continuare a provarci, dice ancora, amareggiata per la vacuità europea. «Ministri degli Esteri, Commissari europei, Fini, Solana, Joschka Fischer: ma perché non incontrate qualcuno? Macché. Il mondo arabo, senti ripetere, non è pronto alla democrazia: e non ci vanno! Poi ci vanno Colin Powell, o Madeleine Albright, o la Rice, e incontrano le persone giuste. Una rabbia». Nelle cose italiane si era ributtata poco fa per il referendum: altra, cocente delusione. Però, le dico, non pensavi mica che si vincesse? «Sì, invece. Mai mi aspettavo che la classe politica accettasse una simile interferenza della Chiesa nella condotta elettorale. Una completa abdicazione alla leadership - eccezion fatta per i Ds». E ora l´Afghanistan. Non aspettò l´11 settembre per scandalizzarsi del burqa e delle persecuzioni di donne e bambine, e andare là a testimoniarlo. La missione europea è la più importante, per numero - un centinaio di osservatori - e impegno, fra tutte le delegazioni internazionali invitate a osservare la campagna elettorale e il suo esito. Si voterà per la Wolesi Jirga, la Camera Bassa, e 420 consigli provinciali. Ci sono ben 6.000 candidati, 680 donne. Alle donne è riservato un quarto dei seggi alla Camera, e quote nelle province. Per candidarsi bastano 300 firme e 200 euro, più o meno. Non c´è un voto proporzionale, e i candidati sono individui. Ci sono 73 partiti, ma ininfluenti per il meccanismo elettorale. Signori e sottocapi della guerra per candidarsi devono dimostrare di aver abbandonato le armi. In realtà alla fine solo 17 candidati sono stati esclusi, 11 per collegamenti con bande armate: numero assai poco credibile. A Emma e ai suoi spetta di verificare che le elezioni siano "free and fair". Che le elezioni non saranno eque libere e pluralistiche è scontato. Già le accuse reciproche sono accesissime. Di clientelismo (anche tre fratelli di Karzai sono candidati a Kandahar, il nipote a Kabul). Di compromissione con capi islamisti (Mutawakil, ex ministro degli esteri talebano e segretario del mullah Omar, è candidato a Kandahar); un oppositore come Latif Pedram denuncia scandalizzato la strategia della distinzione fra "buoni" e "cattivi" talibani. Di complicità nel traffico d´oppio: nel 2004, è venuto dall´Afghanistan l´84% dell´oppio mondiale, e la sua rendita supera il totale degli aiuti mondiali. (In Afghanistan le Ong sono addirittura 2.400!) Quanto alla sicurezza, la situazione è incandescente. Le condizioni dei 500 prigionieri di Bagram, principale base americana, con 10.000 uomini, continuano a sollevare le denunce delle organizzazioni per i diritti umani e le accese proteste locali. L´ostilità agli americani, al di là dei territori segnati dall´influenza talibana e di Al Qaeda, o del "Hizb-Islam" dei pashtun di Gulbuddin Hekmatyar, non ha fatto che crescere. Il 25 luglio un bombardamento americano a Dehrawud, provincia di Uruzgan, ha fatto 50 vittime: dichiarate combattenti talibani dapprima, poi riconosciuti, con tante scuse, come civili. Negli stessi giorni è tornato a farsi sentire con un proclama il mullah Omar. Nell´est e nel sudest del paese gli scontri armati sono quotidiani. La stessa Kabul è per la gran parte priva di acqua ed elettricità. La presenza militare internazionale è composta di 8.000 militari in tutto, di 47 nazioni, Nato e no. A Herat (dove sono di stanza gli italiani) c´è appena stato il primo attentato kamikaze. Dal 4 di agosto l´Italia guida il comando Nato dell´Isaf, con il Corpo d´Armata di Intervento rapido, che ha a capo il generale. Mauro Del Vecchio. Le competono, secondo gli accordi di Bonn, l´assistenza al governo provvisorio e la sicurezza nella capitale e le zone limitrofe. L´Italia passerà da 600 a 1800-2000 militari a Kabul, solo 320 a Herat, e 200 imbarcati. Il quadro è tutt´altro che rassicurante per la sicurezza elettorale, anche nelle più stabili regioni occidentali e settentrionali. C´è un´ostilità alle organizzazioni straniere, se non altro per il fastidio che provocano ai traffici locali. Si temono attacchi agli osservatori civili e agli addetti ai seggi, né può sentirsene al riparo l´Europa, che pure si presenta come l´intendenza civile e democratica - il soft power - della potenza militare americana. È facile prevedere che la regolarità del voto sarà ancora più contestata che nelle elezioni presidenziali dell´ottobre scorso. Del resto, è il destino delle missioni elettorali: in Albania, poco fa, mentre Nano e Berisha cantavano ambedue vittoria, gli osservatori spiegavano che tutto era a posto. La Chief Observer Bonino sa che la regola è "osservazione, non interferenza". Se non sarà subito la democrazia, se ne limitino almeno le violazioni, e si aiuti la transizione. In questi giorni in Afghanistan fa caldissimo. Sono qui seduto a scrivere, e Emma va ogni giorno in una città diversa. Oggi è a Fayzabad, per esempio. Mi dice che è contenta, perché reincontra tante persone che si ricordano della sua campagna del ‘97-´98, "Un fiore per le donne di Kabul", e che fu arrestata dai talebani, e magari alcune di quelle persone sono candidate, e le dicono che quel suo gesto di allora diede loro la speranza. «Ho rivisto il mio interprete di quel giorno, che fu brutalmente picchiato, e ora è venuto a salutarmi tutto festoso; e l´uomo che lavorava con Medecins du monde ed era presente e si adoperò per farmi liberare, rischiando moltissimo, e ora è candidato. Ho incontrato Sima Samar, la coraggiosa presidente della commissione indipendente per i diritti umani, che pur di venire a Bruxelles l´8 marzo del 1998 si nascose sotto un burqa. E il presidente del partito repubblicano che partecipò a Seul nel 2002 alla Conferenza per la Community of Democracies». E tutti le sembrano fiduciosi e impegnati, nonostante droga, corruzione, violenza, povertà - e gli scossoni pachistani. Direi che è in forma, Emma. Forse neanche tanto sola. Se non fosse per quella frase sulla paura, con cui mi ha lasciato qui, seduto. Però adesso, da lì, dice di averne di meno. Dice che ha appena incontrato una donna incinta che ha camminato a piedi 8 giorni per andarsi a candidare a Fayzabad, perché l´alluvione di giugno ha distrutto ponti e ponticelli in tutto il Bakhshastan...





Altri articoli su:
[ Unione Europea ] [ Italia ] [ Afghanistan ] [ Islam e democrazia ] [ ONU e OMD ] [ Un Fiore per le Donne di Kabul ] [ Diritti Umani, Civili  & Politici ] [ ]

Comunicati su:
[ Unione Europea ] [ Italia ] [ Afghanistan ] [ Islam e democrazia ] [ ONU e OMD ] [ Un Fiore per le Donne di Kabul ] [ Diritti Umani, Civili  & Politici ] [ ]

Interventi su:
[ Unione Europea ] [ Italia ] [ Afghanistan ] [ Islam e democrazia ] [ ONU e OMD ] [ Un Fiore per le Donne di Kabul ] [ Diritti Umani, Civili  & Politici ] [ ]


- WebSite Info