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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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AFGHANISTAN: EPPUR SI MUOVE

Otto anni fa Emma Bonino andò a Kabul per capire la condizione femminile. Vide molti burqa, e visse (da vicino) la violenza dei talebani. Oggi è tornata laggiù a vigilare, come inviata dell'Unione Europea, sulla campagna per le elezioni d'autunno. Ha visto un pò meno burqa, e un pò più di voglia di cambiare. Che passa anche per una chiacchiera tra signore, dal parrucchiere. di Francesco Esposito «Gli uomini dicono che il posto delle donne è a casa. Hanno ragione: è nella Casa della Nazione, il Parlamento». Ci tiene, Emma Bonino, a riferire la battuta che le ha fatto Masooda Jalal, donna, ministro degli Affari femminili nel governo di Kabul. Perché sono parole che raccontano un Afghanistan diverso. Nelle 34 province del Paese è appena cominciata (il 17 agosto) la campagna elettorale per le elezioni parlamentari e provinciali in calendario il prossimo 18 settembre. Emma Bonino, a capo della Missione di osservazione elettorale dell’Unione europea, è arrivata a Kabul il 27 luglio. Ha trovato un clima instabile, pericoloso. Nelle ultime settimane sono stati uccisi tre candidati. Mentre continua l’impunità delle bande armate: solo poche settimane fa Timor Shah, il rapitore di Clementina Cantoni, è stato arrestato e rilasciato dopo qualche ora grazie all’intervento di un generale apparentemente corrotto. «A preoccuparmi di più», spiega l’europarlamentare a Vanity Fair, «è il rischio di azioni di terrorismo che puntino a bloccare le elezioni. Alla luce del ritrovamento di numerosi nascondigli pieni di armi ed esplosivi, per non parlare della frontiera con il Pakistan da cui passa di tutto e di più, non si può escludere l’attentato clamoroso». Il cammino verso la democrazia in Afghanistan, quindi, sembra ancora tutto in salita. «Eppure tra la gente c’è un forte desiderio di cambiamento, come dimostra il senso di attesa con cui si guarda a queste elezioni. È un piccolo miracolo che passa anche dal ruolo delle donne. In questi giorni, oltre al ministro Jalal, ho rivisto la mia amica Sima Samar, presidente della Commissione indipendente per i diritti umani. Quella che nel 1998 indossò un burqa pur di partecipare a un convegno internazionale a Bruxelles». Quella afghana è una società maschilista. Come è possibile che le donne abbiano un vero peso nel processo democratico? «Ce l’hanno, eccome. Come in molti altri Paesi arretrati, anche qui le donne sono una forza potente di cambiamento. Il mondo femminile afghano è in subbuglio. Dei 12 milioni di abitanti che si sono registrati per il voto, le donne sono il 44 per cento. Rispetto alle elezioni presidenziali dello scorso ottobre, questo significa un aumento del 35 per cento, che si è verificato soprattutto nelle regioni più conservatrici: Uruzgan, Helmand, Paktia, Khost, Kandahar. E su 5.800 candidati ci sono più di 600 donne. Ne ho incontrate molte». Avranno la vita più difficile dei loro concorrenti uomini? «Dovranno scontrarsi con una discriminazione secolare. Molti, qui, pensano ancora che candidare una donna alle elezioni sia contrario alle leggi islamiche. E subiranno più intimidazioni: minacce, manifesti sfregiati. Ma sono coraggiose». Per tutti i candidati ci saranno poi i problemi legati alla natura del territorio. «Qualche giorno fa ho conosciuto un candidato di Faizabad, Ustad Muqim Khan. È un uomo molto simpatico, insegnante di fisica e matematica al liceo; gli faceva da interprete un suo giovane ex allievo, poi diventato portavoce del comandante Massud (il leggendario “leone”, eroe della resistenza anti-talebana, ucciso nel settembre 2001, due giorni prima dell’attacco alle Torri gemelle, ndr). Muqim Khan è un uomo avveduto con un pensiero politico sofisticato: valuta positivamente la democrazia e sostiene che per l’Afghanistan sia necessario un sistema multipartitico. Però è pessimista sul futuro del Paese e teme che le vecchie disfunzioni saranno semplicemente perpetuate dai nuovi politici. Nella sua regione la situazione logistica è impossibile. Alla mancanza assoluta di strade percorribili si è aggiunta un’inondazione che il mese scorso ha distrutto il 75 per cento dei ponti. Se da qui a settembre non ci saranno miglioramenti nella situazione, tre votanti su dieci non riusciranno a recarsi alle urne. È stato indetto un appalto per recuperare duemila asini, l’unico mezzo per trasportare il materiale elettorale su sterrati spesso strettissimi e a strapiombo. E oltre una certa altitudine si useranno anche i cammelli, più efficienti degli elicotteri che hanno quasi sempre problemi di carburante». Nel settembre 1997 lei osservò la condizione femminile sotto il regime talebano. Venne addirittura arrestata... «Indossavo un bellissimo velo con le stellette dell’Unione europea. Ero in visita ufficiale, con il benestare del regime. Una mattina, fuori Kabul, stavo ispezionando un rudere senza neppure acqua corrente, che volevano trasformare in un ospedale dove segregare le donne. Le Ong europee mi avevano chiesto di lanciare una campagna contro quel progetto. Arrivarono tre Toyota cariche di talebani, mi arrestarono e mi espulsero dal Paese». Rispetto a quegli anni, oggi la situazione è davvero così diversa? «Sempre più tabù stanno cadendo, ma la strada è ancora lunga e complicata, soprattutto nei piccoli villaggi agricoli dell’interno. A Kabul ci sono donne che portano ancora il burqa, altre con il capo scoperto, altre ancora col velo. Dal 2002 tutte, però, hanno ripreso a lavorare, nelle panetterie, ma anche nei ministeri. Recentemente ha fatto molto discutere un programma della rete privata Tolo Tv, si chiama “Corridoi”. Le telecamere hanno seguito il caso di una giovane donna che accusava i suoi genitori di aver tentato di fidanzarla senza il suo consenso. Lei, in segno di sfida, è fuggita dalla capitale e ha sposato un altro uomo. Sono apparsi in video il padre, la madre e il suo promesso sposo, più arrabbiati che mai. In Afghanistan, se una donna viola l’impegno di matrimonio, rischia il carcere; molte, di fronte a questa prospettiva, preferiscono addirittura uccidersi. Che si affrontino certi argomenti in prima serata è già una notizia. Ieri sono stata dal parrucchiere: non si parlava d’altro».





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