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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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AFGHANISTAN, IL PAESE RINASCE MA IL BURQA RESISTE ANCORA

di Daniela Binello L'europdeputata radicale Emma Bonino, ex commissario europeo per gli aiuti umanitari, è da luglio anche la Chief Observer dell'Unione Europea, cioè la capomissione degli osservatori elettorali in vista del voto per la Wolesi Jirga (Camera Bassa) e per i Consigli Provinciali del 18 settembre in Afghanistan. Sono otto anni che la Bonino segue le vicende che hanno coinvolto il paese che vediamo faticosamente riprendersi nel complicatissimo mosaico di equilibrismi interni del dopo-Taliban. Da pochi giorni è tornata nuovamente a Kabul per assistere alle fasi finali delle importanti elezioni, un altro passo nel tentativo di portare democrazia e liberalizzazione nel paese dove ancora si combattono le diverse anime dell'Islam. La missione durerà fino al 31 ottobre, con un costo di 4 milioni di euro, cui vanno aggiunti 8,5 milioni di euro per le spese organizzative delle elezioni e 3 milioni a favore del funzionamento del nuovo Parlamento. Come giudica ora il paese, e non solo Kabul, rispetto al suo primo viaggio, nel 1997, in pieno regime talibano e poi, nel 2002, quando si svolse la seconda Loja Jirga? "Del primo viaggio ricordo una città morta, all mercé di esaltati armati fino ai denti, senza alcuna traccia di presenza femminile, di tanto in tanto passava un fantasma che altro non era che una donna sotto il burqa. Nel 2002, un anno dopo la caduta dei talibani, ho ritrovato una città vitale, le strade di nuovo invase dalla gente, bambini che andavano a scuola, negozi e ristoranti aperti, e soprattutto si poteva risentire la musica e vedere gli aquiloni volare, entrambi assurdamente vietati dai talibani. Ora sarà interessante osservare come il contesto politico e sociale muterà, come pure questo lungo periodo di transizione. L’Afghanistan è noto per essere un paese pieno di contraddizioni. Per esempio quando visitai Faizabad nel 1997, allora controllata dall’Alleanza del Nord, le donne mi hanno ricevuto nelle scuole e negli ospedali indossando al massimo il velo; ci sono tornata due settimane fa e indossavano prevalentemente il burqa. Dal punto di vista delle infrastrutture si è fatto pochissimo: strade, ospedali, scuole rimangono molto al di sotto delle aspettative degli afghani e fonte di grande malcontento." Crede che vi siano le condizioni per un voto che consenta agli afghani di poter davvero scegliere? "Il processo è fragile. Ma nonostante due problemi principali – gli ex comandanti che partecipano alle elezioni e i condizionamenti che creano soprattutto nelle aree rurali, ed una certa mancanza di comprensione nella popolazione degli organi che andranno ad eleggere – credo ci sia un sentimento complessivamente positivo del processo. Ho anche la sensazione che tutti coloro che hanno subìto violenze e privazioni in questi lunghi 25 anni siano più coinvolti, anche emotivamente, dalla prospettiva elettorale mentre quegli che hanno perpetuato o approfittato dalla guerra e dai regimi autoritari la vedono piuttosto come un’interferenza nei loro affari, spesso illeciti." L'informazione elettorale è soddisfacente? "Il Jemb, la commissione mista afghana-Onu alla guida della macchina elettorale, sta svolgendo un’ampia attività d’informazione, quella che qui si chiama in gergo “public outreach”, vale a dire non solo informare le popolazioni sulle modalità delle elezioni ma anche spiegare i diritti dei cittadini, il ruolo delle nuove istituzioni e così via...Certo il lavoro è immane ed il tempo è scarso." Secondo il rapporto di Human Rights Watch le candidature afghane devono fronteggiare ostacoli come l'accesso all'informazione, partecipare a iniziative pubbliche e anche semplicemente muoversi, con il rischio per la propria incolumità. Esisterebbe anche una sproporzione finanziaria rispetto ai colleghi candidati. E' così? "Questi sono fatti purtroppo suffragati anche dai nostri osservatori. Le elezioni del prossimo 18 settembre per la Wolesi Jirga (Camera Bassa) e per i Consigli Provinciali saranno anche un’occasione di verificare proprio questo, cioè le reali possibilità per le donne afghane di partecipare in futuro alla vita politica nazionale. Le elezioni, che vedono la presenza di 328 donne candidate su 2707 per la Wolesi Jirga (12%) e 247 su 3025 per i Consigli Provinciali (8%), se condotte nel rispetto delle regole e della trasparenza, saranno un’opportunità da cogliere per aprire alle donne le porte della vita pubblica e dare loro la possibilità di diventare più attive, non solo come elette, ma nella società, nel governo, nei media e nel mondo del lavoro. Viceversa, una campagna elettorale offuscata da minacce, intimidazioni e restrizioni sociali metterà a nudo le contraddizioni tra la tracimante retorica sui diritti delle donne e la realtà quotidiana che alimenta invece le delusioni e le frustrazioni che molte afghane risentono a causa dei progressi troppo lenti avvenuti in questi anni. Vero è che alcune donne sono coraggiosamente entrate nella sfera pubblica nonostante i pesanti tabù sociali e le minacce alla loro sicurezza, ma è altrettanto vero che le intimidazioni e le violenze nei confronti delle candidate aumentano a mano a mano che si avvicina la data delle elezioni." Cosa significa vivere in Afghanistan per una afghana? "Per le candidate, stampare un volantino o un manifesto rischia di passare per una provocazione perché la cultura prevalente vieta alle donne di rivelare il loro volto. A Jalalabad ho visto dei manifesti di candidate sfregiati, spesso con gli occhi cavati tanto per non lasciare margini di dubbio sul significato dell’atto. Metà di tutti i matrimoni "combinati", che io chiamo forzosi, coinvolgono ragazze al di sotto dei sedici anni. Non a caso, molte giovani dai 14 ai 24 anni si immolano dandosi fuoco per sfuggirli. Secondo fonti ufficiali, 65 donne sono state ricoverate dopo essersi immolate nel 2003 e 145 nel 2004; per il 2005 si parla di 2 o 3 casi alla settimana. Inoltre, esiste il fenomeno dell'house confinement, cioè l'obbligo per le donne di rimanere a casa. Le ragazze vengono rinchiuse dalla pubertà in poi, per esempio nella zona di Gardez: è da questo brodo culturale che provengono i Taliban." Sta avendo difficoltà in Afghanistan? Lei è una donna coraggiosa, ma fino a che punto si può spingere rischiando se stessa? "Qui in Afghanistan siamo tutti sulla stessa barca: la gente locale che cerca di sopravvivere, i funzionari internazionali che si prodigano per favorire la democrazia e lo stato di diritto, gli osservatori europei di cui sono a capo e che sono dispiegati in tutto il territorio, in zone anche a rischio...E’ uno sforzo collettivo da cui non ci si può sottrarre se si ha deciso di prendere questo impegno. Ciò premesso non sottovaluto affatto la questione del pericolo e della mancanza di sicurezza, per me e per i miei collaboratori. Siamo molto consapevoli dell’ambiente nel quale operiamo, monitoriamo minuto per minuto la situazione volitiva e mutevole in tutto il paese e, conseguentemente, prendiamo tutte le misure di sicurezza necessarie."





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