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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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UN VOTO PER IL FUTURO

di Roberta Pizzolante C'è un fervore nuovo a Kabul. La gente invade le strade, i bambini vanno a scuola, le donne sono tornate a lavorare nelle panetterie come nei ministeri e a scambiare chiacchiere dal parrucchiere. E' un paese diverso quello trovato da Emma Bonino, la parlamentare europea radicale che dalla metà di luglio si trova in Afghanistan a capo della European Union Election Observation Mission, la missione degli osservatori elettorali lanciata dall'Ue in vista delle elezioni parlamentari e provinciali del prossimo 18 settembre. Le infrastrutture sono le stesse, ma dopo la caduta del regime dei talebani si respira tra la gente la voglia di cambiamento. Le prossime elezioni possono essere la chiave di volta per il paese. Ma sono tante le difficoltà da affrontare in un paese in cui è forte il rischio di attentati, le comunicazioni sono quasi impossibili e la consegna delle schede elettorali è affidata a muli e cammelli. La Bonino guida in tutto circa 140 osservatori che sorveglieranno il processo elettorale prima, durante e dopo le elezioni, e il 20 settembre annunceranno i primi risultati della loro attività, per poi rendere nota a fine ottobre una relazione completa. Ci sono grosse insidie che minacciano il buon andamento delle elezioni e la costruzione della democrazia. Ha trovato qui un clima di collaborazione? "Sullo sfondo ci sono le interferenze delle tre principali forze che si oppongono al processo di Bonn (con il quale le diverse etnie afgane nel 2001 hanno istituito un'amministrazione di transizione in Afghanistan per la formazione di un futuro governo, ndr) - i neo-Talebani, al'Qaida e quelle riconducibili a Gulbuddin Hikmatyar (leader della fazione Kizb-Islam o Partito Islamico, ndr). Ma nonostante gli ex comandanti che si presentano come candidati e i condizionamenti che creano soprattutto nelle aree rurali, e una certa mancanza di comprensione nella popolazione degli organi che andranno ad eleggere, credo ci sia un sentimento positivo del processo. Ho anche la sensazione che tutti coloro che hanno subìto violenze e privazioni in questi lunghi 25 anni siano più coinvolti dalla prospettiva elettorale mentre quegli che hanno perpetuato o approfittato dalla guerra e dai regimi autoritari la vedono piuttosto come un'interferenza nei loro affari, spesso illeciti. In queste settimane sono stati ritrovati numerosi nascondigli pieni di esplosivi e la porosità della frontiera con il Pakistan da dove passa di tutto fa temere la possibilità di attentati. Tra l'altro il Pakistan sta chiudendo in questi giorni i campi profughi afghani sul suo territorio, spingendo in Afghanistan masse di persone sradicate: a parte l'ennesima violazione della Convenzione di Ginevra, è chiaro che per gli oppositori del processo di democratizzazione sarà assai agevole reclutare potenziali attentatori tra questi sbandati. D'altra parte l'uccisione finora di 6 candidati non è certamente un dato promettente. I nostri osservatori hanno inoltre confermato che ci sono stati innumerevoli casi di minacce e di intimidazioni. Direi quindi che il processo è molto fragile". Quali sono i problemi più frequenti per i candidati durante la campagna elettorale? "Ci sono problemi di duplice natura, logistici e di sicurezza. L'Afghanistan è fatto di ampi spazi e alte montagne con delle infrastrutture inesistenti dopo 25 anni di guerra: esistono solo 24 km di strada asfaltata. Si prenda per esempio il Badakhshan, regione montuosa nel Nord-Est. Alla mancanza endemica di strade e accessi si è aggiunta una mese fa un'alluvione che ha distrutto 75 per cento dei ponti, inclusi quelli pedonali. Se le cose rimangono così vorrà dire che non meno del 30 per cento degli elettori sarà automaticamente escluso dal voto. Per i candidati poi sarà difficile girare. Ce ne sono più di 6 mila tra Wolesi Jirga (Camera Bassa) e Consigli Provinciali, un numero molto elevato. La radio e la televisione hanno una copertura molto bassa. C'è la questione della sicurezza poi di cui parlavo prima: intimidazioni, molto difficili da verificare e dimostrare, minacce, come lettere anonime e manifesti sfregiati, per poi arrivare anche a pestaggi e omicidi. In tutta questa situazione, le donne sono particolarmente vulnerabili". Questo significa che partono sfavorite rispetto ai candidati uomini? "La legge elettorale prevede delle quote a favore delle donne, più esattamente due seggi per provincia saranno riservate alle donne, per un totale di 68 nella Camera Bassa, e circa il 25 per cento dei seggi nei Consigli Provinciali. Generalmente sono abbastanza contraria al sistema delle quote, ma in casi come questi, e magari limitandolo alla prima volta, credo che sia quasi necessario. Inoltre, penso che se saranno condotte nel rispetto delle regole e della trasparenza, le elezioni si trasformeranno in un'opportunità per aprire alle donne le porte della vita pubblica e dare loro la possibilità di diventare più attive, non solo come elette, ma nella società, nel governo, nei media e nel mondo del lavoro. Alcune donne sono coraggiosamente entrate nella sfera pubblica nonostante i pesanti tabù sociali e le minacce alla loro sicurezza, ma le intimidazioni e le violenze nei confronti delle candidate aumentano a mano a mano che si avvicina la data delle elezioni. Le candidate devono confrontarsi con ostacoli a volte insormontabili come l'accesso all'informazione, la possibilità di partecipare ad iniziative pubbliche, la libertà di movimento, il rischio per la propria incolumità personale e la sproporzione del sostegno finanziario rispetto ai candidati maschi, il tutto in un paese ancora dominato da una misoginìa di stampo talebano". E' vero che alcuni candidati sono in realtà non eleggibili perché sospettati di crimini durante le faide afgane? "Purtroppo i crimini di guerra e i crimini contro l'umanità non sono stati incorporati nella legge elettorale quali reati che potevano squalificare un candidato. Quindi si è un proceduto con un sistema eccessivamente discrezionale, se così si può dire. L'apposita commissione indipendente ha messo sotto osservazione 253 candidati per i più svariati motivi. Per gli ex comandanti occorreva restituire le armi e fare una dichiarazione in basa alla quale si abbandonava per sempre la lotta armata. Alla fine la Commissione, che immagino abbia subito pressioni di ogni tipo, ha deciso di escluderne 29. Obiettivamente un dato poco credibile". Ovviamente il compito della comunità internazionale non può finire qui. Cosa si deve dopo per sostenere il processo verso la democrazia? "Con le elezioni si conclude il processo di transizione previsto dall'Accordo di Bonn. Non dobbiamo però dare l'impressione che con le elezioni tutti i problemi si siano risolti. Al contrario, noi dobbiamo lavorare a un processo che sia sostenibile, a partire dalla fase post-elezioni. Lo stato di diritto ancora non esiste in questo paese, il problema della produzione e ora anche della raffinazione della droga è immenso, la criminalità organizzata imperversa e l'impunità è all'ordine del giorno. Sono particolarmente lieta che sia proprio l'Italia ad aver preso in carica la riforma della giustizia e la revisione del codice penale. C'è ancora moltissimo da fare e già la comunità internazionale sta pensando a come gestire la fase post elettorale, per restituire agli afghani un Afghanistan pienamente sovrano al più presto possibile".





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