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"VOGLIONO FERMARE LA DEMOCRAZIA IN IRAQ". L'ESCALATION DI ATTENTATI NON SPIAZZA BUSH

di Anna Momigliano «Mi aspetto la ripresa della violenza dal momento che c'è un gruppo di terroristi che vuole fermare il progresso della democrazia in Iraq», ha dichiarato il presidente americano Geroge W Bush. Ma le violenze sono già «riprese», ammesso che si fossero mai interrotte, e i fatti degli ultimi giorni non fanno che confermare un'escalation degli attentati che rischia di fare saltare il referendum di sabato, in cui il popolo iracheno è chiamato ad esprimersi sulla bozza di Costituzione. Ieri a Baghdad un'autobomba esplosa contro una dell'esercito iracheno nel quartiere di Amiriya ha ucciso una trentina di persone. Poche ore prima, un altro attacco suicida si era verificato a Tel Afar, nel Nord, causando 25 morti e una quarantina di feriti. Altri scontri a fuoco tra gli insorti e l'esercito americano nella capitale, mentre a Tikrit i ribelli si sono scontrati contro l'esercito iracheno, che ha riportato diverse perdite, ed è esplosa un'altra autobomba. Secondo fonti statunitensi, il numero di attacchi quotidiani supera la novantina, e difficilmente diminuirà in prossimità del referendum. Anche in occasione delle elezioni parlamentari, fanno notare gli ottimisti, i ribelli scatenarono un'ondata di violenze: ma allora non esisteva un quorum, i numeri inoltre non sono paragonabili (a gennaio la media era "solo" di sessanta attentati al giorno). I risultati del voto dovrebbero essere noti entro cinque giorni da sabato: se la costituzione sarà ratificata, entro il 15 dicembre saranno indette elezioni per un nuovo parlamento, che porteranno alla formazione del primo governo costituzionalmente eletto del mondo arabo entro la fine dell'anno. Ma se il referendum dovesse fallire, il parlamento sarà dissolto, e si terranno nuove elezioni per un parlamento ad interim il 15 dicembre: sarà compito della nuova Assemblea nazionale ratificare un'altra bozza costituzionale da confermarsi in un referendum tra un anno. Perché il quorum non sia raggiunto è sufficiente che in tre delle 18 province l'astensione o i voti negativi superino il 70 per cento. Lunedì le milizie di Ansar al-Sunna hanno diffuso su internet un video che mostra l'esecuzione di due ostaggi. Si tratta di Haider Kareem Jassim e Ahmed Khammas, due poliziotti iracheni rapiti nei pressi di Kirkuk e giustiziati perché al servizio del governo di Baghdad. Ma è soprattutto l'attacco contro la delegazione della Lega araba a far luce sulla stato della guerriglia irachena: «l'attentato contro i diplomatici arabi, che sono sfuggiti per miracolo al commando armato, ha chiarito finalmente chi sono gli insorti, che la loro lotta non ha nulla a che vedere con la religione», spiega Emma Bonino al Riformista. Ma soprattutto che «la mediazione araba ha fallito». Già la scorsa settimana, in vista della visita della delegazione a Baghdad, il segretario generale della Lega araba Amr Moussa aveva espresso seri dubbi sulla possibilità di svolgimento del referendum, in una situazione in cui «il paese si trova sull'orlo di una guerra civile». Moussa era stato duramente criticato dal governo locale per le sue esternazioni, giudicate «esagerate» da Baghdad. Osservatori internazionali sono stati inviati dalla Lega araba e dal Democratic Institute di Washington, nessun europeo sarà presente: «Baghdad non li ha mai chiesti, né la situazione del paese ne consente la presenza: il probabile rapimento di altri europei non farebbe che danneggiare l'immagine dell'Iraq all'estero», spiega la Bonino, che lo scorso mese ha guidato la missione di osservatori Ue in Afghanistan, in occasione delle elezioni parlamentari: «mi auguro che l'esito [del referendum] implichi un impegno maggiore della comunità internazionale, e non una diserzione nei confronti di un paese che è in una guerra civile». Di tutt'altro avviso è Romano Prodi, che ha dichiarato in un'intervista all'emittente lombarda Telenova: «lo ho detto e lo ripeto: il giorno in cui vincerò le elezioni si farà il calendario per iniziare il ritiro delle truppe italiane in Iraq». Secondo alcuni analisti, il referendum costituzionale potrebbe rappresentare un punto di svolta che faciliti il ritiro di parte della Coalizione.





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