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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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E' ESPORTATA MA E' DEMOCRAZIA

di Khaled Fouad Allam Ogni volta che il terrorismo irrompe nella cronaca dopo un periodo di silenzio, sembra che esso sia capace di invertire il corso della storia. Ma in questa gara terribile fra azione terroristica e ineluttabilita della storia, vince la seconda; nel caso dell'Iraq, ciò significa che gli iracheni non hanno alternative al negoziato fra le diverse componenti etnico confessionali, perché Saddam Hussein non tornerà mai più e il capitolo del nazionalismo arabo si sta concludendo. Qualche mese fa, dopo le consultazioni sul referendum in Iraq, l'onorevole Fassino ebbe il coraggio e la lucidità di affermare che in quella vicenda i veri democratici erano i cittadini iracheni che, sfidando il terrorismo, obbligavano gli occidentali a una lettura diversa di quanto stava accadendo in quella parte del mondo arabo. Le constiltazioni si sono ripetute durante l'anno, con una partecipazione sempre crescente: come se quel popolo avesse deciso di dare una lezione non soltanto al terrorismo, ma al mondo intero e soprattutto a coloro che negli ultimi tre anni non hanno fatto che dubitare sulle questioni del secolo: democrazia e mondo arabo, democrazia e islam, esportazione della democrazia. L'opinione pubblica europea si è divisa tra chi giustificava l'azione di guerra come mezzo di esportazione della democrazia e chi invece contestava l'azione americana. La posizione italiana, in particolare quella del centrosinistra, non era facile: lo spirito della Costituzione che ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, la forte impronta della sensibilità cattolica che a qualsiasi guerra oppone l'ideale della non violenza, e soprattutto l'ideologia sottesa a buona parte dell'approccio europeo al mondo arabo e all'islam sono tutti elementi che hanno influito sul posizionamento del centrosinistra di fronte alla questione irachena. A quasi tre anni dall'inizio della guerra, è necessario per il centrosinistra italiano un nuovo sguardo sul Medio Oriente e sul mondo arabo: oggi, che lo si voglia o no, quel mondo sta cambiando perché la guerra in Iraq inaugura comunque quello che è stato chiamato il "momento americano", e mette in luce l'assenza di un progetto politico europeo sulle grandi questioni che attraversano quelle società. Certo, si tratta di una "democratizzazione imperiale", su cui pesano palesi errori: destrutturazione della società irachena attraverso la totale cancellazione del vecchio apparato dello stato legato al partito Baath; percezione comunitarista di quella nazione, per cui la buildingpolicy è partita dal presupposto di una societa etno confessionalmente divisa. Ma a ben guardare sono errori in cui probabilmente anche l'Europa sarebbe incorsa; e ciò che aveva fatto nel 1921 con la repressione britannica delle ribellioni sciite, poiché già allora gli sciiti rivendicavano una partecipazione politica. Il colonialismo franco britannico ha sempre appoggiato i sunniti, perché da secoli erano loro le élite del paese, anche se costituivano una minoranza; e il nazionalismo arabo ha perpetuato quella situazione. Ora tutto ciò è morto o sta morendo, definitivamente; e bisogna capire che il rovesciamento in atto produrrà un effetto su larga scala, nel Medio Oriente e nel mondo arabo in generale. Le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sulla Siria hanno già ottenuto l'abbandono del protettorato siriano sul Libano; e questo non va separato da quanto è avvenuto in Iraq. Entrambi gli eventi sono il prodotto di una nuova storia, la lenta decomposizione dell'autoritarismo politico nel Medio Oriente. Ciò non significa assolutamente la fine di una tradizione europea, di uno sguardo europeo sul mondo arabo. Bisogna però che la politica aiuti a reinvestire in quella dimensione storica che abbiamo perduto. L'Europa deve mutare il proprio sguardo verso quel mondo progettando politicamente, gettando le basi come giustamente afferma Prodi di un partenariato che non sia più figlio di una dialettica fra dominante e dominati, bensì prodotto di una nuova storia. I radicali, ora prossimi a ricongiungersi al centrosinistra unendosi ai socialisti di Boselli, sono stati i primi in Europa a sollevare il problema della democratizzazione nel mondo arabo, come pure in molte altre aree extraeuropee. La Margherita, in un recente convegno su Islam e democrazia, ha iscritto la questione democratica tra le questioni più importanti della politica internazionale per il centrosinistra. L'Italia ha bisogno del mondo arabo e il mondo arabo ha bisogno dell'Italia: come la Spagna ha instaurato con l'America Latina un rapporto storico determinante, l'Italia - collocata in mezzo al Mediterraneo, alla confluenza di un islam balcanico e di un islam afroarabo - si trova quasi obbligata a definire una sua politica araba, una sua politica in relazione all'islam. Mentre la "democrazia imperiale" americana ha bruscamente inaugurato una nuova era per i popoli del Medio Oriente, il centrosinistra italiano deve promuovere uno sguardo autentico sulle società civili del mondo arabo, tenendo conto che non si tratta di quelle dei paesi dell'est: il Libano non è l'Ucraina, e quel mondo oppresso da dittature e regimi autoritari per oltre cinquant'anni e, prima, dai regimi coloniali non ha avuto il suo Solgenitsin, non ha avuto il suo Arcipelago Gulag, non ha saputo denunciare al mondo la barbarie che stava subendo. Certo, non vi è stato un universo concentrazionario come nell'Urss; ma molti hanno pagato personalmente la denuncia dell'assenza di libertà. Inoltre si deve sottolineare che l'Europa raramente ha ascoltato le voci di dissidenza da quel mondo, voci che gridavano l'assenza di liberta. Certo, la questione della legittimità di un'azione di guerra si pone, e si porrà sempre. Ma quella domanda non congela la storia: perché la storia va avanti. La storia è qualcosa di troppo serio per poterla liquidare in un dibattito in cui le voci a favore sono tante quante le contrarie. La richiesta del figlio di Hariri di far giudicare gli assassini dell'ex primo ministro libanese da un tribunale internazionale è sintomo di una storia che sta cambiando. E il pur contestato processo a Saddam Hussein avrà una funzione fortemente catartica nell'immaginario collettivo arabo, significherà la riconsegna della propria storia al popolo iracheno; ritengo perciò importante che il processo si svolga in lingua araba. Prendere atto di tutto ciò porta a concludere che la democrazia non è un lusso per alcuni popoli privilegiati, e che la geo-politica del Medio Oriente sta uscendo definitivamente dall'assetto in zone di influenza che l'avevano intrappolata durante il XX secolo; significa pensare nuovi rapporti con il mondo arabo, e un nuovo approccio all'islam. In quest'ottica la questione turca e di fondamentale importanza, perché anch'essa porta a rovesciare tutte le precedenti prospettive; se entrerà nell'Unione Europea, quella della Turchia non sarà una storia a parte ma parte di una storia, la storia d'Europa. A qualche giorno dalla caduta del regime iracheno, il 10 aprile 2003, in un editoriale del quotidiano marocchino "Bayane al-yum" si poteva leggere: "Se la vera democrazia non arriva dall'estero con i carri armati, ciò significa che a tutti coloro che sono interpellati dalla lezione della democrazia, devono aprire gli occhi e gettare le basi della democrazia, e dotare i loro paesi della forza del diritto e della legge, e dei valori di liberta indispensabili per ogni paese e q tialsiasi popolo".





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