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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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BONINO E LA RIFONDAZIONE FEMMINISTA DI LADY GLENDON

Il Foglio - 23 novembre 2005 La leader radicale commenta il "manifesto" di una giurista americana che vede le donne "salvate dalla famiglia" di Marianna Rizzini Roma. Un “nuovo femminismo” imperniato sul riconoscimento della dignità della donna in quanto tale ma anche e soprattutto come moglie e madre. Un femminismo che non predichi guerre tra i sessi, che non faccia della donna l’oggetto di programmi politico-giuridici spesso disattesi, ma che parta dalla famiglia. E’ questo il contenuto del manifesto di rifondazione femminista lanciato dalla giurista americana Mary Ann Glendon, consigliere della Casa Bianca per la bioetica, in un’intervista rilasciata ad Avvenire il 20 novembre scorso. Per la Glendon, insomma, “non ha senso riconoscere la dignità e i diritti della donna ma ignorare ostentatamente la famiglia, il matrimonio e gli impegni che ne derivano”. L’idea non convince affatto Emma Bonino, che da molti anni si batte perché le donne abbiano, in occidente, in medio oriente, in Africa, in Asia una formazione adeguata, un livello di istruzione e un impiego che le aiutino a liberarsi della povertà e una legislazione che stabilisca diritti legalmente perseguibili. L’idea della Glendon non la convince prima di tutto perché, come radicale, e come attivista dei movimenti femminil-femministi, a partire dagli anni Settanta, ha sempre ?sostenuto il contrario, spiega, “e cioè che la donna non può essere solo moglie e madre. Alla donna era attribuito un ruolo unico. Ce ne sono altri, dicevamo. Ma non abbiamo mai predicato il separatismo. In Italia il femminismo non ha mai lanciato una guerra tra uomo e donna. I radicali, poi, sono stato l’unico partito a fuggire come la peste l’idea della sezione femminile. E uno dei risultati più importanti è stato il nuovo codice di famiglia”. La famiglia oggi, però, non è, secondo la Bonino (o almeno non lo è in molti paesi africani e del medio oriente), sempre un luogo di crescita per la donna. Né un antidoto a quella che la Glendon chiama la “pauperizzazione femminile”, da combattere con stanziamenti per la formazione e l’istruzione delle donne nel Terzo mondo, unica via per lo sviluppo, sostiene la giurista, uno strumento molto più efficace degli aerei documenti usciti dalla conferenza di Pechino del 1995. Documenti che invece la Bonino non trova vuoti, anzi: “La parte normativa resta una difesa molto efficace. Tanto più considerando il ?fatto che la famiglia è l’opzione più scelta dalle donne. Altre si sentono cittadine senza essere mogli e madri, per necessità o virtù. Ma alla mia amica senegalese, afflitta da dieci anni di matrimonio a suon di botte, che cosa devo dire? Che deve rimanere con il marito o che posso lavorare con lei perché anche il Sengal abbia e implementi una legge sul divorzio che le dia qualche diritto? E la famosa giornalista arabo-saudita pestata dal marito che cosa avrebbe dovuto fare? In nome della famiglia rimanere con lui? Forse, tutte insieme, dobbiamo premere sui governi, in questo caso sull’Arabia Saudita, perché i diritti della donna siano rispettati e perché la donna sia protetta proprio nell’ambito della famiglia”. Quanto alla pauperizzazione, per la Bonino la famiglia non è una soluzione semplicemente perché “è la struttura sociale, anche in molti paesi occidentali, a determinare la povertà femminile. Le donne sono le ultime a trovare un’occupazione e le prime a essere licenziate. Che poi in Africa la famiglia possa essere un antidoto alla pauperizzazione femminile mi sembra un assurdo: che cosa facciamo, la riportiamo ai clan?”. Per la Bonino la protezione dei diritti delle donne passa attraverso “il massimo di capacità e autonomia educativa, lavorativa ed economica, attraverso le leggi e le capacità applicative dei vari Stati. Leggi che proteggano la donna, i figli ma anche i padri. Il codice di famiglia degli anni Settanta, infatti, era forse ‘sbilanciato’ a favore delle donne, per cui i figli venivano quasi ‘automaticamente’ affidati alla madre. Oggi penso che debba prevalere il benessere del bambino e quindi, se i coniugi che si separano non trovano un accordo sull’affidamento, il giudice deve poter valutare caso per caso. Anche a rischio di commettere un errore”. Bambine mancanti e strani silenzi ?La povertà femminile non si combatte in famiglia, dice la Bonino, anche perché ci sono paesi dove ancora è diffusa una politica familiare di selezione prenatale del sesso. E’ il caso della Cina e dell’India, dove le bambine “mancanti” sono cinquanta milioni. Cosa che, come ha spiegato recentemente su il demografo francese Chesnais, può portare a un “deficit” di duecento milioni di donne nel 2025. “Questo però non è indice di scarsa considerazione per la famiglia”, dice Bonino. “Anzi. In India e in Cina la donna è soprattutto moglie e madre. la donna non sposata non è vista di buon occhio. La famiglia è salva. I ruoli sono salvi. Ma a esclusivo favore degli uomini. Però io non credo che la selezione prenatale sia imputabile a precetti religiosi. Dipende da un planning autoritario, da strutture sociali dove prevale la figura maschile. Senza andare troppo lontano, succedeva anche da noi, una generazione fa: quante donne continuavano ad avere figli finché non arrivava il maschietto? E quante sono state considerate cattive mogli perché non avevano dato alla luce un figlio maschio?”.?In uno scenario quasi apocalittico, Emma Bonino individua però qualche oasi. La prima è “la nuova legge sulla cittadinanza del Maroccco, che non mette affatto in discussione la famiglia ma stabilisce diritti legalmente perseguibili per la donna”. La seconda è “il protocollo di Maputo sui diritti delle donne nell’Unione africana, che, ratificato da 15 Stati, entra in vigore il 26 novembre. Non parla di guerra uomo-donna ma, preso atto della situazione contestuale, riempie i vuoti sui diritti di una parte della popolazione di sesso femminile che la tradizione, l’arretratezza e la povertà negavano”. Se il femminismo non va rifondato secondo le direttive della Glendon, però, è indubbio che anche in occidente si nota una strana reticenza delle donne a parlare di temi che le riguardano da vicino. E’ successo l’estate scorsa, con il referendum sulla fecondazione assistita. Succede oggi con la Ru486. Se ne parla, ma ci si aspetterebbe di sentirne parlare di più le donne, in politica e nel privato. Per Emma Bonino il silenzio non è dovuto a menefreghismo o a rassegnazione. In campo politico – dove tranne la Bonino stessa, Livia Turco e Stefania Prestigiacomo Margherita Boniver, la Pollastrini si levano ben poche voci – il silenzio delle donne può essere dettato, “da considerazione di opportunismo elettorale. Sono sempre tutti pronti a confondere le credenti con le votanti”. Nel privato, però, dice Bonino, “è prevalsa l’idea che i pilastri di fondo era stati ottenuti e che ormai ci si poteva anche sedere. Il che ha significato, per una parte delle donne, far prevalere un impegno poco internazionalizzato e, per così dire, nazionalmente introvertito. Ma si è arrivati fino a un certo punto. C’è ancora un problema di struttura di potere: spesso nei luoghi di lavoro le prime file sono occupate da uomini. Forse le donne si sono un po’ accontentate. E molte non hanno capito che, a forza di stare zitte, poi ci si ritrova davanti alla rimessa in discussione di cose conquistate”.?





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