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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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BONINO CI SPIEGA COME E PERCHE' SI DEVONO AIUTARE I GRUPPI NONVIOLENTI DI OPPOSIZIONE ALLE DITTATURE

Il Foglio - 02 dicembre 2005 Roma. Si spediscono volentieri tonnellate di sacchi di iuta pieni di riso per sfamare un paese povero, ma nessuno lo aiuta a scrollarsi di dosso il regime dittatoriale che l'opprime. Si costruiscono meritoriamente potabilizzatori, ma si trascura di mettere in piedi ponti radio per aiutare le organizzazioni dell'opposizione a tenersi in contatto. Si vuole la generosa cancellazione dei debiti di un paese, ma non si pretendono affatto concessioni sul piano dei diritti umani. E si fa male, perché "quando i movimenti interni e nonviolenti di cittadini si coalizzano tra loro — dice Emma Bonino al Foglio — sono il primo fattore che permette la transizione di un paese dalla dittatura alla democrazia. Il successo di questo tipo di transizioni verso la democrazia deve molto più di quello che è generalmente percepito ai movimenti di resistenza dei cittadini, alle manifestazioni di piazza, agli scioperi, i blocchi stradali e alla disobbedienza civile, che delegittimano e svuotano il potere delle autorità ed erodono il loro sostegno, lealtà dei militari inclusa". Negli ultimi trent'anni, regimi duri, corrotti e puntellati in qualche caso solo dalla brutalità dei militari sono crollati in questo modo a dozzine, e il loro posto è stato preso da nuovi Stati e nuove democrazie. L'Ucraina della rivoluzione arancione è l'ultimo caso di una lunga serie di "ribellioni civiche'. Prima ci sono state le Filippine nel 1986; Cile e Polonia, nel 1988; Ungheria. Germania est e Cecoslovacchia, nel 1989: il Sudafrica nel 1994. la Serbia e il Perù nel 2000 e la (leorgia nel 2003. E' il punto sollevato dallo studio di Freedom House — "Come si conquista la libertà: dalla resistenza civica alla democrazia" — che sarà presentato oggi a Roma nella sede del Partito radicale. L'organizzazione internazionale ha esaminato uno per uno i casi di 50 paesi che hanno fatto il grande salto verso la democrazia, e il rapporto spiega quali sono quei fattori che concorrono a far precipitare la situazione. La conclusione dello studio è che il successo e il fallimento della riforma dipendono soprattutto dal tipo di forze impegnate nel processo di transizione. Quelle che vengono dall'interno, e agiscono con metodi nonviolenti, sono le migliori. Anche se non le uniche. "Quando non c'è alternativa - dice Bonino — per portare la democrazia si può ricorrere anche agli eserciti. La stessa Freedom House è un'organizzazione tutt'altro che schierata coi pacifisti, e non ha mai preso posizione contro gli interventi in Afghanistan e in Iraq". Una seconda conclusione sottolineata nel rapporto è che nella maggior parte dei casi i passi più importanti verso la libertà sono quelli fatti rapidamente, nei primi anni di cambiamento, piuttosto che lentamente e sul lungo termine. Entrambi i dati convergono su un punto: la transizione verso la democrazia è nelle mani delle forze civiche e politiche che emergono come attori importanti nel periodo che precede la transizione, e quelle forze vanno aiutate dall'esterno. Ovviamente il primato è degli Stati Uniti Oggi, dato il profondo impatto del fattore "resistenza dei cittadini" riscontrato nella più larga parte dei casi recenti, è invece sorprendente quanto sia ancora piccola la quota dei finanziamenti riservati a questo settore da parte dell'assistenza internazionale. In testa alla classifica, rovesciando la consueta disinformazione sull'inclinazione imperialista a ricorrere alla forza, ci sono gli Stati Uniti, sia con istituzioni pubbliche, come la United States Agency for International Development (Usaid) e il National Endowment for Democracy, sia attraverso i grossi donatori privati, come l'Open Society Institute. Ma anche alcuni governi europei, in particolare quelli di Gran Bretagna, dei Paesi Bassi. degli Stati scandinavi e della Germania hanno fornito aiuti consistenti ai gruppi democratici. L'Italia è molto indietro in questo settore, e preferisce investire nel vecchio settore, quello dei generi alimentari, dei medicinali e degli aiuti per scuole e ospedali. Dall'effetto più concreto e più gratificante, ma che sul lungo termine, non aiutando i beneficiari chiamati a cavarsi dalla condizione autoritaria in cui sono bloccati, si rivela più sterile. In alcuni casi, come sono quelli dei corsi per addestrare il personale locale, o gli aiuti materiali dirottati nelle tasche dei funzionari locali, finiscono addirittura per rafforzare lo status quo. 'Questo rapporto - dice Bonino - dimostra finalmente, e con dati alla mano, quanto noi radicali sosteniamo da decenni: la promozione della libertà è possibile, ed è più efficace, se si sostengono i movimenti di resistenza democratici e nonviolenti".





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