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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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BONINO: IL TRIBUNALE DELL’ONU NON SI TOCCA BUSH FARÀ BENE AD ACCETTARLO

di Franco Papitto Strasburgo – Emma Bonino fa fra coloro che all’inizio degli anni ’90 lanciarono l’idea di un Tribunale internazionale permanente per giudicare i crimini di guerra. Poi, nel luglio del 1998 rappresentò la Commissione europea nella conferenza diplomatica che fece nascere il Tribunale penale internazionale (Tpi). Dal ’98 ha girato il mondo intero, con l’associazione “Non c’è pace senza giustizia”, per raccogliere le prime 60 ratifiche che hanno fato entrare in vigore il Tpi. Oggi, da parlamentare europea, continua a difendere a spada tratta quell’istituzione che l’amministrazione Bush vede come il fumo negli occhi. E ora, signora Bonino? Il Tpi può sopravivere al sabotaggio degli Usa? “La risposta più seria la stanno dando gli Stati che continuano a ratificare il Trattato di Roma che istituisce il Tpi. Certo, gli americani non sono stati mai entusiasti, neppure quando c’era Clinton che tuttavia accettò la nascita di questo strumento permanente di giustizia internazionale. Da quando la loro opposizione è diventata più esplicita, corredata e rafforzata da pressioni d’ogni tipo, non è che le adesioni si siano fermate. Anzi, l’11 aprile erano solo 66 i paesi che avevano ratificato il Trattato mentre ora siamo a 76: dieci in più nel periodo del massimo intensificarsi delle pressioni di Washington. E presto potremmo arrivare a ridosso dei 100, perché ci sono una ventina di governi che hanno già avviato le procedure costituzionali”. Però l’amministrazione Bush tiene sotto ricatto le missioni Onu di mantenimento della pace. Questo non la preoccupa? “E’ veramente incomprensibile quello che sta succedendo. Il tribunale nasce contro chi si macchia di crimini di guerra, contro chi organizza genocidi. Ora questa grande battaglia degli americani ha il grande demerito di focalizzarsi sulle forze di peacekeeping. Come se il Tpi dovesse potenzialmente occuparsi di chi va in giro per rafforzare la pace e non dei criminali di guerra che insanguinano il pianeta. Kofi Annan ha scritto a Colin Powell proprio per ricordargli he mai un casco blu dell’Onu si è reso responsabile dei crimini di competenza della corte. Annan ha ricordato recentemente che nella situazione attuale i governi che forniscono il personale delle operazioni di pace hanno la responsabilità di giudicare i propri eventuali trasgressori. Insomma, anche se Washington riconoscesse il tribunale, la magistratura americana conserverebbe il diritto di giudicare propri cittadini colpevoli di reati di competenza del Tpi. La giustizia internazionale è complementare di quella nazionale, non sostitutiva: interverrà solo se e quando a livello nazionale non si vuole o non si può intervenire”. Allora come spiega l’offensiva di Bush? “Comincio a temere che il vero obiettivo non sia tanto il Tribunale dell’Aja ma il sistema multilaterale delle Nazioni Unite e in particolare le missioni di mantenimento della pace. Gli ambienti conservatori che ispirano l’entourage della Casa Bianca rifiutano il multilateralismo nelle relazioni internazionali e vorrebbero ridimensionare il prestigio e la funzionalità del sistema Onu. Il disimpegno di tutte le principali operazioni di peacekeeping in corso è un altro cavallo di battaglia dei conservatori. Se l’amministrazione Bush si tira fuori dalle missioni di pace si porranno molti problemi”. Come affrontarli? “Per essere credibili, dovremmo poter dire ai nostri amici americani: “Se voi vi ritirerete vi sostituiremo noi, con il personale e le risorse economiche”. Recalcitranti quanto si vuole, oggi gli Usa pagano il 27% dei costi finanziari delle missioni di peacekeeping e impegnano 705 persone in giro per il mondo. Attenzione, perché spesso si confonde: si parla qui del peacekeeping svolto su mandato dell’Onu, non delle truppe Nato in Bosnia o di quelle che tentano di snidare Al Qaeda in Afghanistan. In Bosnia, ad esempio, gli americani toccati dalle polemiche attuali sono 46. Ma gli Usa danno in più il sistema logistico e l’intelligence, per questo il loro ritiro creerebbe molte difficoltà”. Può questa Europa sostituirsi agli Usa? “Dico di no. Non è in grado, se si pensa a tutte le operazioni in corso nel mondo. Ma può farcela in Bosnia, anche perché era già stabilito che la forza di polizia in quel paese avremmo dovuto gestirla noi dalla fine dell’anno. Si tratta, in fondo, di un anticipo di sei mesi. Non è cosa da poco e ci creerebbe molti problemi, però si può fare”. L’alternativa sembra essere: teniamo gli Usa nel sistema multilaterale o nel Tpi. Si può rinunciare al Tribunale per salvare l’Onu? “No. Dico invece che il Tpi è destinato a rimanere. Sta nascendo, la si può indebolire ma non uccidere. Invece le amministrazioni politiche cambiano con più facilità. Sono sicura che nel tempo quell’alternativa non si porrà”. Intanto cosa può fare l’Europa? “Tenere ferme le sue posizioni e dialogare, con rigore ma senza rigidità. Il dialogo è possibile perché gli Usa sono una democrazia, non una dittatura come la Cina. Clinton firmò, anche se in extremis, il trattato. Una cinquantina di deputati democratici sono a favore del Tpi, come una parte del Dipartimento di Stato e numerose organizzazioni che difendono i diritti umani. Negli Stati Uniti il Tribunale dell’Aja non è il tabù che gli europei credono”.





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