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CRIMINI CONTRO L'UMANITÀ NASCE IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE

di Pietro Veronese La resistenza degli Usa che vogliono mantenere la giurisdizione nazionale POTREBBE toccare alla Cambogia o alla Bosnia-Erzegovina, perfino alla Repubblica democratica del Congo, essere il Paese numero 60, quello che varcherà la soglia oltre la quale un vecchio sogno di utopisti diventerà realtà nel mondo del XXI secolo. Oggi a New York, nel palazzo delle Nazioni Unite, verrà depositata la sessantesima ratifica necessaria alla creazione di una Corte penale internazionale. In un cerimonia al Quirinale, Kofi Annan battezzerà ufficialmente, insieme al presidente Carlo Azeglio Ciampi, la nascita della Corte penale internazionale. Un tribunale mondiale permanente davanti al quale verranno trascinati i responsabili di crimini contro l'umanità, di genocidio, di crimini di guerra. Di qualunque nazionalità essi siano, dovunque abbiano commesso i loro delitti, non ci sarà più impunità per i massacratori, per i riempitori di fosse comuni, per quelli che non fanno prigionieri, per i boia di popoli interi, per coloro che perseguitano, deportano e uccidono a causa di una fede o di una pelle o di una tribù diversa. E non sarebbe male che a raggiungere la storica quota 60 sia proprio un paese che ha queste cicatrici incise nella sua storia recente. Ma potrebbe essere anche l'Irlanda, la Bulgaria, il Benin, il Brasile, la Romania, la Lettonia, la Grecia o il Niger. Ormai la coda è lunga e alla fine le ratifiche si avvicineranno o forse supereranno anche la settantina. C'è perfino un drappello di paesi arabi che non brillano per il rispetto dei diritti umani, come la Siria, l'Egitto o l'Oman. Il Trattato di Roma risale a quattro anni fa. Lo hanno firmato 139 paesi, tra cui gli Stati Uniti. Le ratifiche sono 56 ma è ormai sicuro che un nutrito gruppo sta per aggiungersi. Poi, 60 giorni dopo la sessantesima ratifica, e cioè ai primi di luglio, la Corte verrà istituita ufficialmente. In settembre a New York i paesi firmatari ne decideranno il bilancio e nomineranno i suoi 18 giudici e il procuratore. Dall'anno prossimo questo Tribunale permanente dovrebbe essere operativo all'Aja, ma gli olandesi non sono pronti perché tutto è andato molto più in fretta di quanto i più ottimisti s'immaginassero. Le organizzazioni di difesa dei diritti umani esultano. La giustizia internazionale ha già compiuto passi importanti negli anni passati, esistono dei tribunali ma sempre "ad hoc", cioè formati per giudicare episodi specifici, e comunque a termine, come quelli per la ex Jugoslavia e per il Ruanda. Ci sono paesi democratici, come il Belgio e più recentemente la Germania, che si sono attribuiti per legge una "competenza universale", cioè il diritto di giudicare crimini contro l'umanità anche se compiuti al di fuori dei loro confini. Ma d'ora in poi questo diritto apparterrà all'intera comunità mondiale. L'avvento della Corte penale internazionale porta con sé due paradossi ideologici, uno minore, l'altro di maggiore portata. Il piccolo paradosso riguarda ampie componenti del movimento no-global, quelle che applaudono se il giudice Garzòn incrimina Pinochet ma protestano perché Milosevic viene giudicato all'Aja. Dovranno decidere se approvare o condannare l'esistenza di una giustizia globalizzata, senza più frontiere, almeno in materia di crimini contro l'umanità. La contraddizione di gran lunga più importante investe in pieno l'amministrazione americana. Gli Stati Uniti, che a Roma avevano rifiutato di firmare il trattato, si sono opposti attivamente fino all'ultimo alle ratifiche nazionali, ottenendo probabilmente l'effetto contrario, cioè quello di spingere alla ratifica Paesi che sono loro ostili. Fu Clinton, alla vigilia della sua partenza alla Casa Bianca, a firmare in extremis gli statuti della Corte, lasciando all'amministrazione repubblicana il problema di come uscire dal ginepraio. L'America che si era battuta per la creazione dei tribunali per l'ex Jugoslavia e per il Ruanda cerca adesso in tutti i modi di boicottare la nascita della Corte permanente; la stessa America, dopo l'11 settembre, ha rafforzato la giurisdizione nazionale in materia di terrorismo. Emma Bonino, capofila europea della campagna per la creazione della Corte, la chiama senza perifrasi "schizofrenia". Adesso Pierre-Richard Prosper, il diplomatico incaricato dall'amministrazione Bush della questione diritti umani, studia il modo di intralciare il cammino della nuova Corte permanente, innanzi tutto negandole fondi. Si batterà per esempio affinché il suo bilancio non riceva neanche un dollaro dall'Onu "perché la Corte non è un organo delle Nazioni Unite". Prosper non ha nemmeno escluso che gli Stati Uniti ritirino la firma dal trattato, una decisione che creerebbe un precedente molto pericoloso. "Qualunque paese si sentirebbe libero di fare altrettanto se ha firmato un trattato che in fin dei conti non gli piace, come quello sulla messa al bando delle armi chimiche o sulla tortura o le convenzioni contro il terrorismo", ammonisce David Scheffer, che aveva l'incarico di Prosper sotto Clinton ed è ormai diventato un sostenitore fervente della Corte internazionale.





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