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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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TSUNAMI, ALLARME DELLE ONG: UN ANNO DOPO RICOSTRUZIONE A RISCHIO

Liberazione - 24 dicembre 2005 Action Aid denuncia: a telecamere spente gli stati dimezzano i fondi. Emma Bonino tranquillizza: sono soldi spesi bene. Ma i paesi creditori non hanno cancellato il debito. E i governi "militarizzano" la cooperazione. di Checchino Antonini Cinquantatré milioni e mezzo. Euro più, euro meno, è questa la montagna di soldi italiani, quasi tutti (oltre 47) donati via sms, impiegata per progetti di ricostruzione nello Sri Lanka, colpito dallo tsunami, coordinati dal dipartimento della protezione civile (Dpc) e che saranno ultimati a giugno dell'anno prossimo. Per fare paragoni, Medici senza frontiere ne ha impiegato 24,7, la Caritas internationalis ben 450 milioni di dollari e le ong italiane 71 milioni. Anche Via Campesina promosse la raccolta di fondi da distribuire con modalità sicurarnente più democratiche: "da comunità a comunità". Tornando ai fondi Dpc, Emma Bottino, in partenza per un sopralluogo nelle zone colpite, anticipa che sono "soldi spesi bene". Bonino, coordinatrice del comitato dei garanti del pacchetto che la proiezione civile s'è aggiudicato dopo un lungo braccio di ferro con la Farnesina e la Croce rossa (screditata dall'esperienza Scelli). Ma la protezione civile, dopo una "riforma" berlusconiana è ormai una dependance di Palazzo Chigi e, un anno dopo, è tempo di commemorazione, bilanci e dubbi, soprattutto politici, più che sull'efficienza degli interventi. "La gestione Bertolaso si occupa prevalentemente di grandi eventi (dallo tsunami al funerale del papa) per migliorare l'immagine di Berlusconi", accusano le Rdb del comparto ricordando con un dossier il mistero sulla sorte di 200 miliardi del vecchio conio che dovevano finanziare l'acquisto della sede operativa del Dpc alle porte della Capitale. "Non è mai stato chiaro il criterio per cui l'Italia abbia scelto di intervenire solo nello Sri Lanka", spiega a Liberazione. Il senatore Prc Francesco Martone che rammenta altri nodi problematici posti dalla questione: "Qual è il confine tra emergenza e cooperazione allo sviluppo? Quale sinergia ci deve essere tra risorse pubbliche e private come quelle degli sms? E' utile la "personalizzazione" della cooperazione?". Scelli in Iraq, Barbara Conditi che parte per il Darfur (anche lì fondi raccolti con gli sms) dono l'esperienza di governatorato a Nassiriya, lo stesso Bertolaso rappresentano "le nuove modalità determinate dal vuoto lasciato aperto dalla mancata riforma della cooperazione", prosegue il senatore Prc. Spiega anche Emanuele Giordana, direttore dell'associazione di giornalisti Lettera 22, una delle poche con i rifiettori accesi sull'area già prima del disastro: "La protezione civile, emanazione del governo non ha il compito di fare emergenza all'estero, tantomeno di operare nella ricostruzione. Sarebbe stato meglio supportare le nostre ong attive sul campo. E' un aspetto della "militarizzazione" della cooperazione in nome dell'efficienza. E' successo di recente anche nel Sud del Sudan". Tra gli effetti dello tsunami e della ricostruzione va annoverato l'inizio della riconciliazione nazionale nello Sri Lanka e ad Aceh, invasa dall'Indonesia. Ma in Indonesia è stato proprio l'esercito occupante a gestire gli aiuti e questo ha fruttato al Pentagono l'abolizione delle decennali sanzioni a Giakana e la ripresa del commercio d'armi con quel paese. Cosa che l'Italia aveva già avviato con un accordo bilaterale di cooperazione militare alla vigilia dello tsunami. Perché questa invasione di campo dei governi? «I paesi donatori hanno agito con scarso coordinamento alla ricerca di una visibilità individuale nel tentativo di subordinare l'assistenza di emergenza agli interessi strategici e geopolitici", dice Marco Da Ponte, segretario di ActionAid International, una ong attiva sin dalle prime ore dopo il maremoto che sconvolse, nel giro di 24 ore, dodici paesi tra Asia e Africa (da est a ovest: Indonesia, la più colpita, Malaysia, Thailandia, Birmania, Bangladesh, India, Sri Lanka, Maldive, Seychelles, Tanzania, Kenia, Somalia) nel giorno di S. Stefano del 2004. Non fu una gaffe di Condoleeza Rice, poche settimane dopo la catastrofe, quando la segretaria di stato Usa defini lo tsunami "una meravigliosa occasione" dagli "importanti vantaggi". Stava parlando di un disastro che aveva già prodotto 100mila vittime (che diventeranno 200mila di cui 2mila stranieri e turisti, 40 italiani), oltre 120mila dispersi e almeno 800mila senza casa e 1 milione di disoccupati (ora 300mila). Che la ricostruzione fosse una clamorosa occasione politica ed economica era chiaro già il 6 gennaio alla prima conferenza dei paesi donatori quando si mise in moto quella che "Newsweek" definì la più importante operazione militare americana in Asia dopo la guerra in Vietnam. Ma India (che rifiutò gli aiuti), Cina (per la prima volta paese donatore e non più recettore di aiuti alimentari), Australia, Giappone e Unione europea, ciascuno per sé e sfruttando tutte le difficoltà delle Nazioni Unite, hanno giocato, a vario titolo, un molo che aveva come obiettivo la propria ridislocazione strategica e diplomatica in uno scacchiere già disastrato da uno tsunanii finanziario, quello del '97 indotto dalle politiche del Fmi, che ha fiaccato la capacità degli stati di investire sull'ambiente e la prevenzione. Le tv occidentali si concentrarono soprattutto sulla sorte dei rispettivi connazionali, con la sola eccezione di Liberazione che per prima si occupò subito del colonialismo degli aiuti umanitari. A ricordarIo è ancora l'agenzia Lettera22 che col libro "Geopolitica dello tsunami" (Obarrao, 84 pagg, 9, 80 euro; con un'appendice sui sito dell'agenzia) ha anticipato con almeno 10 mesi di anticipo obiettivi e processi innescati dalla corsa agli aiuti successiva al maremoto. Una volta spenti i riflettori, la ricostruzione ha dovuto fare i conti con il gap (circa il 50%) tra fondi promessi e fondi realmente erogati. "Quando si allenta la pressione dei media i governi rivedono le priorità e tagliano i finanziamenti", riprende Da Ponte annunciando un dossier con le testimonianze dei sopravvissuti. "E quello che l'Italia non ha fatto, con altri paesi creditori del "Club di Parigi" - conclude Martone - è stata la cancellazione del debito. E' stato fatto per l'iraq ma non per i paesi colpiti, nemmeno una moratoria di 10 anni degli interessi, tempo prevista da Onu per ricostruire".





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