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BONINO: IN SRI LANKA L'ITALIA CHE FUNZIONA

La Stampa - 27 dicembre 2005 La parlamentare partecipa alle cerimonie sull'isola insieme con Amato, Monorchio e Bertolaso di Antonella Mariotti «Non dico che l'intervento italiano debba diventare un modello, ma di sicuro un esempio da studiare per la sua flessibilità. Il mondo cambia, deve cambiare anche la gestione dell'emergenza, lo sviluppo». Un anno dopo Emma Bonino, Giuliano Amato e Andrea Monorchio - tre dei cinque saggi del Comitato dei garanti - sono tornati in Sri Lanka, a Negombo, li dove lo tsunami si è portato via case e vita sono arrivati parte dei soldi degli italiani donati con gli sms. Quarantasette milioni di euro aggiunti ai sei del dipartimento della Protezione civile sono stati trasformati in cantieri per ospedali, scuole e case per i pescatori. Ieri la delegazione italiana di cui faceva parte anche Guido Bertolaso, responsabile della Protezione civile, ha partecipato a una cerimonia in ricordo delle vittime, poi la consegna - per ora simbolica - di alcune case ai pescatori, i primi veri «inquilini» vi entreranno a febbraio: tredici sono le palazzine per 204 famiglie. I progetti conclusi sono circa una decina, almeno trenta sono i cantieri aperti, ma sono ancora in corso altre gare d'appalto. Onorevole Bonino è soddisfatta di come sono stati usati i fondi delle donazioni? «Sono molto contenta e lo devono essere soprattutto gli italiani, perché una volta tanto una struttura pubblica è stata tutt'altro che inefficiente. Siamo venuti qui per la seconda verifica sullo stato di avanzamento dei cantieri. Certo i milioni di euro degli italiani sembrano poco nel grande portafoglio di risorsa di 3 miliardi di dollari, ma sono stati usati bene». Come è stata organizzata la suddivisione, e quindi l'assegnazione dei fondi ai progetti? «I soldi dei donatori sono stati affidati alla Protezione civile, per 42 progetti, di cui 19 curati da organizzazioni non governative italiane e dalla Banca Etica. Si è deciso di concentrare i cantieri nel Sud Ovest e Nord Est del paese. Questa concentrazione ha aiutato la trasparenza e il monitoraggio. Molti cantieri sono stati aperti già nei primi sei mesi dopo la tragedia». C'è un'opera, un cantiere particolarmente impegnativo, anche dal punto di vista economico? «Ci sono ospedali, scuole e alcuni villaggi di pescatori. Non c'è un progetto che ha attirato più fondi. C'è stata molta flessibilità però, si sono potuti spostare fondi da un progetto all'altro se ce n'era bisogno. Per esempio in un villaggio era stata prevista anche la costruzione delle barche, poi sono arrivate da altri paesi e quei soldi sono stati dirottati, decidendo l'estensione di un altro progetto». Come ha partecipato la comunità locale? «Ha ideato molti degli interventi. Lo Sri Lanka ha accettato da subito l'aiuto internazionale e le Ong hanno avuto grandi contatti con i rappresentanti politici dei paesi dove venivano allestiti i cantieri». Interventi a tempo di record e all'estero. Perché anche qui in Italia non funziona così nell'emergenza? «Ci sono diversi motivi. Qui i soldi sono entrati cash in contanti. Poi abbiamo avuto l'esenzione Iva e 46 milioni di euro sono una spesa ridotta, più facile da gestire. Infine gli interventi sono stati concentrati come settore. Qui a Negombo, sei mesi fa è iniziato il cantiere di tredici palazzine per mille persone, stamattina i primi assegnatari sono entrati nelle loro case. A Sud Ovest stiamo costruendo due ospedali. Nella zona Tamil ci sono sia scuole che riattivazione di villaggi di pescatori, con la consegna anche delle barche». E' nato un modello italiano per le emergenze? «Proprio un modello non direi, perché l'intervento fatto in Asia non si può applicare al Darfur o ad altre situazioni in Africa. Di sicuro è un esempio di gestione dell'emergenza molto, molto flessibile che va studiato attentamente Nella foto: l'area interessata dallo tsunami del 26 dicembre dello scorso anno.





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