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ARABI ALLA SCOPERTA DELLA DEMOCRAZIA

Dai sauditi ai marocchini, tutti riuniti sotto la "tenda virtuale" della Conferenza di Sanaa

di Magdi Allam

SANAA (Yemen) - Storie vere di donne arabe sole. La prima è Intisar, letteralmente Vittoria. Giovedì scorso ha festeggiato l’addio al nubilato. In un grande albergo della capitale yemenita come è d’uso tra le famiglie borghesi. Si è presentata diverse ore prima dell’appuntamento fatale che avrebbe segnato il corso della sua vita. Era in compagnia di un folto gruppo di coetanee. Tutte imbacuccate nella abaya nera che le avvolge dalla testa ai piedi. Omologandole, spersonalizzandole. Ma una volta dentro la sala delle cerimonie riservata, si sono riappropriate della loro individualità e identità personale. Via la cappa mortale che le fustiga e le umilia. Come d’incanto si trasformano in donne vere. Vitali. In minigonna, giarrettiera e tacchi alti. Coloratissimi. Corpi e menti scatenatissime. Al suono della disco music si sono abbandonate a movimenti frenetici, liberatori. Un rito catartico che si consuma lontano da occhi maschili indiscreti. Sotto la ferrea guardia di poliziotte che bloccano qualsiasi accesso alla sala della trasgressione. Quasi proteggessero un condannato a morte mentre sta esaudendo l’ultimo desiderio. Subito dopo cala il sipario sulla breve parentesi di vita vera vissuta. Le donne scompaiono nei sacchi di telo uniformi e informi. Tranne la sposa. Solo lei rimane a capo scoperto. Il tempo necessario per farsi vedere dal marito. Per la prima volta. A questo punto lui entra nella sala. Guarda la futura moglie attorniata dalle compagne ricomposte nelle abaya . Lei si distacca dal gruppo e si dirige verso di lui. Per iniziare la nuova vita di moglie e madre. Lasciandosi alle spalle l’identità di donna. Per sempre. Intisar è l’emblema della complessa realtà che caratterizza le donne e, più in generale, la società araba. In cui convivono in maniera schizofrenica e conflittuale modernità e tradizione, laicità e religione, libertà e sottomissione. Una realtà che oggi sembra arrivata a un giro di boa cruciale. Che potrebbe sfociare nell’emancipazione personale. Dar vita a un sistema politico democratico. Un’occasione storica che la «Conferenza intergovernativa regionale di Sanaa sulla democrazia, i diritti umani e il ruolo della Corte penale internazionale», conclusasi ieri, ha colto bene. Formalizzando l’avvio di un processo che potrebbe decollare e consolidarsi. Trasformando i nostri vicini di casa in popoli più simili a noi sul piano della condivisione dei valori della libertà, della tolleranza e della pace. Un obiettivo conseguito grazie a una felice intuizione di Emma Bonino e all’indefessa attività dell’associazione «Non c’è pace senza giustizia» del Partito radicale. Che ha consentito per la prima volta di riunire allo stesso tavolo i governi e i rappresentanti della società civile dei Paesi arabi, finora schierati in contrapposte trincee. Di fatto è questo il risultato più importante. Probabilmente simbolico. Più di immagine che concreto. Ma dal significato rilevante. Storico. Perché sostanzialmente segna il battesimo della conversione alla democrazia del Mondo arabo. Anzitutto è da sottolineare la corsa dei regimi arabi a partecipare. Tutti, dal Marocco all’Arabia Saudita, hanno voluto essere presenti sotto questa tenda virtuale della democrazia araba. Erano previsti 200 delegati e ne sono arrivati 850. A un certo punto è risultato chiaro che nessuno avesse interesse a chiamarsi fuori. Sembra proprio che anche in democrazia l’appetito vien mangiando. Mai come nei due giorni della Conferenza è riecheggiata con insistenza la voce «democrazia». Quasi una parola d’ordine. Che ha sostituito i vecchi slogan del «nazionalismo» e «panarabismo», miti desueti e screditati. «La democrazia è la scelta contemporanea di tutti i popoli e la nave della salvezza dei regimi politici specie nel Terzo Mondo», ha sentenziato il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh. Anche se pronunciandosi nel merito della democrazia, ha prima chiarito che essa si basa sul principio coranico della shura, la consultazione islamica. Poi ha addirittura sostenuto che «la democrazia è male, ma l’assenza della democrazia è peggio». Insomma la democrazia è il male minore. Un calice di veleno da ingerire un po’ alla volta con la speranza di salvare i regimi autocratici rendendoli gradualmente immuni alla democrazia. Il problema di fondo riguarda il contesto ideale, religioso, culturale, sociale ed economico. Come si evince da un recente sondaggio sulla diffusione del crimine in seno alla società egiziana, pubblicato dal quotidiano Asharq al Awsat . Ebbene, l’86 per cento delle donne intervistate considera legittimo che «la donna merita di subire ogni sorta di violenza e punizione da parte del marito». La percentuale degli uomini consenzienti sale al 96 per cento. Le cause che darebbero al marito potere di vita o di morte sulla moglie sono la ribellione ai propri ordini, il dubbio sulla sua rettitudine coniugale, la messa in discussione della propria autorità come capofamiglia. L’inchiesta, condotta dalla sociologa Nagwa al Fawwal, segnala una crescita del crimine in seno alla famiglia. Ben l’80 per cento dei crimini nel 2003 sono stati perpetrati da una persona coniugata, mentre solo il 20 per cento sono da addebitare a persone non sposate. In particolare si segnala l’aumento degli omicidi commessi da donne coniugate, come reazione all’oppressione che subiscono. È alla luce di ciò che, tornando alla tematica della democrazia e dei diritti umani, intrinsecamente connessi alla piaga della segregazione femminile, il segretario della Lega Araba Amr Moussa ha detto: «Noi sappiamo che dobbiamo cambiare. Dobbiamo evolvere le nostre società. Dobbiamo fare autocritica». Tuttavia Moussa ha delle riserve: «Noi chiediamo la democrazia. È un nostro diritto. Ma non può essere una decisione che ci viene imposta, bensì un processo che va sperimentato». Insomma, anche nell’era della globalizzazione, la democrazia non può portare allo smantellamento dei muri della «sovranità nazionale» e del rispetto delle cosiddette «specificità e tradizioni locali». Come nel caso del divieto alle donne saudite di guidare l’automobile. Ebbene soltanto due giorni fa il predicatore islamico Aid al Qarni, in una intervista al quotidiano Al Hayat , ha sentenziato che questo divieto «non fa parte dei cardini della fede e delle basi della comunità». Tuttavia ha precisato che lui, nel rispetto della tradizione, non autorizzerebbe la moglie e le figlie a guidare. Insomma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ne è consapevole il premier yemenita Abu Bakr al Qirbi che ha ammonito: «La Carta di Sanaa sulla democrazia e i diritti umani avrà un valore morale, ma certamente non risolverà i problemi interni dei singoli Paesi arabi». Di sicuro la confusione è tanta. Come l’esaltazione, nel documento finale, delle cosiddette «operazioni della resistenza palestinese», termine ambiguo che ingloba anche gli attentati terroristici suicidi. Una confusione alimentata dalla violazione dei diritti umani da parte degli Stati Uniti che si sono autocandidati a «esportatori» della democrazia nel Mondo arabo. L’ha denunciato perfino il ministro iracheno per i diritti dell’uomo, Abdulbassit Turq. E in un angolo di Sanaa, a due passi dal Palazzo della repubblica, due manifestanti hanno issato un cartello con la scritta: «Dove sono i diritti umani? Dove sono i nostri figli a Guantanamo? Non vedo, non sento, non parlo».





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