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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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DA SANA'A L'IDEA DI UNA DEMOCRAZIA CHE SI AFFERMA CON IL TEMPO DELLE DONNE

Letizia Paolozzi Perché mi è parsa interessante la conferenza di Sana’a, voluta fortissimamente da Emma Bonino, organizzata da “Non c’è pace senza giustizia“ e dal governo dello Yemen? Non solo perché ha ospitato le prove di dialogo degli 820 delegati di 52 paesi, arabi e non, su “democrazia, diritti umani e corte penale internazionale“. Ma perché la conferenza ha saputo evitare “la sindrome ateniese“ (Atene che difendeva i propri interessi vitali dicendo di sé: sono in lotta con Sparta in quanto non democratica). A Sana’a, certo, non sono stati distribuito certificati di buona coscienza. Piuttosto, una virtù difesa a spada tratta: la democrazia. Che è una sola, ha ripetuto Bonino, per i paesi asiatici, africani, arabi e occidentali. Con alcune postille: nel mondo 86 Stati su 193 possono essere definiti democratici. Dovrei forse essere equidistante rispetto ai paesi che applicano la pena di morte? Significherebbe mettere sullo stesso piano gli Stati Uniti, maestri di democrazia e lo Yemen, che si attiene alla sharia. Continuo. Rispetto agli Stati del mondo, sessantatré su cento sono democrazie elettorali. Dei ventidue paesi membri della Lega araba nessuno è una democrazia elettorale. E però, scrive lo studioso di politica internazionale Fareed Zakaria in “Democrazia senza libertà“, che “in molti paesi arabi le elezioni potrebbero aprire la strada a uomini politici che sposano una visione della realtà più vicina a quella di Osama bin Laden che a quella del liberale re Abdallah di Giordania“. Dunque, le elezioni sono sempre un segno di democrazia? Per la Nobel Shirin Ebadi “la democrazia è un processo lento che non si realizza in una notte: occorre un cammino spesso anche lungo. E lo stesso vale per l’eguaglianza tra uomo e donna. E’ una intera cultura, anzi il cuore di quella cultura, che deve modificarsi“. E allora, se la democrazia è un lungo processo, è compatibile con l’unilateralismo? Per le sue prove generali, il governo americano, forte della superiorità bellica e della filosofia del “Faccio come mi pare“, ha scelto l’Iraq. Cacciato Saddam Hussein (che non è poco), resta il modesto interrogativo sul come e quando debba avvenire il passaggio di sovranità agli iracheni. L’ayatollah Al Sistani spinge per elezioni immediate. Nel frattempo il Consiglio governativo decide l’abrogazione del Codice di famiglia (in vigore dal ’59), considerato da Giuliana Sgrena sul “manifesto“ “uno dei più progressisti del mondo arabo e islamico“. Difendono il Codice molte donne a Bagdad e a Sulemaniyan, dove scendono in piazza le curde. Ma a Nadjaf sono a favore dell’abolizione altre sciite. Nel frattempo il terrorismo è diventato attività endemica, dall’Indonesia all’Arabia Saudita, al Marocco, alla Turchia, mentre la violenza continua a alimentare il conflitto israeliano-palestinese. A Sana’a si è dimostrato che l’Islam non è binladizzato. Che l’intreccio tra Stato e religione nega alla radice la possibilità agli uomini e alle donne di vivere in società più giuste. Che i diritti umani sono universali. Tuttavia, nel campo della democrazia e dei diritti, non gioverebbe un eccesso di universalismo. “L’universalità dei diritti è un principio sacrosanto. Ma la realizzazione deve essere lasciata a ciascun popolo“ (Magdi Allam sul “Corriere della Sera“). Secondo l’Arab Human Development Report (del 2002 e 2003) senza libertà, istruzione, partecipazione femminile, la democrazia resta inavvicinabile. La seconda sessione tematica della conferenza di Sana’a aveva al centro la lotta contro ogni forma di violenza e l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione verso le donne. Questione da trattare con estrema cura. L’ha capito Emma Bonino che sul suo (e nostro) sesso si muove sempre con una intelligenza discreta. Mai troppo asseverativa. D’altronde, se l’ “Impero Light“ (secondo Michael Ignatieff), cioè l’America, aveva assicurato di volare in soccorso del sesso femminile imprigionato dal “burqua“, si è scoperto quasi subito che, nel caso dell’Afghanistan, i diritti umani hanno rivestito “un ruolo secondario: se l’intervento fosse riuscito a migliorare la condizione delle donne afgane, tanto meglio, ma nessuno ha preteso seriamente che quello fosse il motivo scatenante della campagna americana“. Se è vero che un unico fattore (l’economia, lo sviluppo, il fondamentalismo, la corruzione dei governi), non può spiegare la condizione delle donne, pure io credo dipenda da loro se l’integralismo verrà sconfitto. Senza alimentarlo nelle sue forme estreme. Emma Bonino ha chiaro questo assunto quando dice che, oggi, nella regione araba, le donne “sono in movimento, come nell’Italia degli anni Sessanta“.





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