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I DIRITTI? IN YEMEN SONO DONNA

Al confine con l'arabia Saudita dove le donne non possono guidare, candidarsi, votare e neppure andare a dormire da sole in un albergo, ci voleva una donna come Amat per dare qualche speranza all'universo femminile. Da quando è ministra ha cominciato a bombardare radio, giornali e tv yemeniti con un messaggio semplice ("Hai dei diritti, prenditeli") in grado di raggiungere anche gli analfabeti (il 60% delle donne e il 25% degli uomini). E denuncia anche le condizioni dei detenuti a Guantanamo: sono più indietro di noi.

Imma Vitelli

La ministra arriva con mezz’ora di ritardo, un paio di hamburger, coca cola e sacchetti di patatine fritte. “Spero ti piaccia il cibo spazzatura – chiede con un sorriso Amat al Alim Alsoswa, velo sulle spalle, gonna lunga blu e giacca a righe in tinta -. Ho pensato fosse una buona idea mangiare un boccone”. Ci troviamo al terzo piano del ministero per i diritti umani in compagnia di una donna singolare, e gli hamburger c’entrano poco. Qualche settimana fa, in visita in Germania, Amat rifiutò di farsi perquisire all’aeroporto di Francoforte (“Sono na ministra dello Yemen!”) e senza batter ciglio ordinò al pilota di riportarla a casa. La prima anchorwoman delle tv yemenita, la prima sottosegretaria, la prima ambasciatrice e, da qualche mese, la prima ministra del suo paese, poteva farsi trattare così da una stupida guardia di uno stupido aeroporto tedesco? Non poteva. Perché Amat è anche la prima ministra per i diritti umani del mondo arabo. Poteva far calpestare i suoi, di diritti? “Sì lo so, quando pensi ai diritti umani da queste parti, non ti viene in mente che ci possa essere un ministero che se ne occupi”, dice addentando il suo panino. Di Francoforte non parla; è felice invece di raccontare quel che sta facendo nello Yemen. Nato 7 mesi fa il ministero è diventato un ufficio di reclami nazionale, in un paese dove vige la sharia, e sulla carta le donne adultere rischiano la lapidazione. Scrivono bambine che non vogliono sposarsi a 13 anni, gente ingiustamente imprigionata, beduini che si lamentano del governo centrale e giornalisti che denunciano il ministro dell’informazione. “Esaminiamo ogni esposto e, legge alla mano, inoltriamo i casi ai vari pubblici ministeri o uffici competenti. Dobbiamo educare i cittadini ad essere coscienti dei loro diritti. Soltanto allora sapranno riconoscere gli abusi”. “Hai dei diritti, prenditeli!” E’ per questo che da quando si è insediata, Amat ha cominciato a bombardare radio, giornali e tv con un messaggio semplice (“Hai dei diritti, prenditeli!”) in grado di raggiungere anche gli analfabeti (il 60% delle donne e il 25% degli uomini). In una società tribale come quella yemenita, era inevitabile che tutto questo attivismo desse fastidio. I due maggiori partiti religiosi, Islah (Riforma) e El Haq (Giustizia) l’hanno messa all’indice prima ancora che diventasse ministra, ai tempi in cui faceva la sottosegretaria al ministero per l’informazione. “Un gruppo di sceicchi emisero una fatwa contro di me per dire che gli uomini non possono prendere ordini da una donna. Alle elezioni furono puniti e persero malamente. Da allora non è più un tabù avere una donna come capo”. Affinché ciò succedesse qui, alla punta estrema della penisola araba, al confine con l’Arabia Saudita dove le donne non possono guidare, candidarsi, votare e neppure andare a dormire da sole in un albergo, ci voleva una dama di ferro come Amat. Nata in una famiglia povera di un villaggio a 300 chilometri dalla capitale Sana’a, ultima di sette figli, orfana di padre. Amat ha puntato tutto sullo studio e ha vinto. Prima una borsa di studio per una laurea in mass media all’Università del Cairo, poi un master all’American University di Washington, in comunicazione internazionale. “Devo tutto a mia madre – racconta la ministra – lei, che non sapeva leggere e scrivere, ha insistito affinché lo facessimo noi figli. E’ stata lei a insegnarmi che possiamo fare la differenza, che il mondo si può cambiare”. Prigioni, prigioniere e “soldi del sangue” Da ministra, ma anche prima, quando compariva in tv senza velo in un paese dove a camminare a capo scoperto saranno in tutto una dozzina (su 10 milioni), Amat la fa, la differenza. Quando le chiediamo di parlarci dei casi che ha affrontato negli ultimi mesi, beve un sorso di Coca Cola, e attacca con la storia delle prigioniere. “Qui da noi la cosa peggiore che possa succedere a una donna è finire in prigione. Abbiamo un proverbio in arabo che dice: il carcere è solo per gli uomi. Le donne ci vanno solo se ammazano qualcuno, e quando finiscono dentro è terribile perché vengono cancellate dalla famiglia e dalla tribù. Il risultato è che quando escono sono alla deriva, senza parenti e senza un’educazione. Abbiamo allora deciso di offrire loro un’alternativa. Abbiamo apero degli istituti dove insegnamo loro un mestiere. E alla fine degli studi, possono ottenere una nuova carta d’identità con la quale cominciare una nuova vita in una diversa regione del paese”. Amat dice che finora sono state ventuno le donne che dopo un periodo in carcere hanno accettato di cambiare vita e identità. Molti di più sono stati i casi di uomini salvati dalla ferocia delle leggi tribali. Mai sentito parlare di “soldi del sangue”? funziona così: se qualcuno commette un omicidio i parenti delle vittime hanno diritto alla morte del killer o, se pronti a rinunciare alla vendetta a un equo compenso in denaro. “Nel 2003 il governo ha pagato 200 milioni di riyal (100.000 euro) di soldi del sangue. Ne hanno beneficiato in tutto 422 uomini che avevano ucciso per tenere alto l’onore della propria tribù, ma che erano troppo poveri per permettersi di compensare i familiari della vittima”. Chiediamo: perché un paese povero come lo Yemen (600 dollari di reddito medio annuale) paga per lasciare a piede libero degli assassini? “Questa è una domanda da occidentale – fa notare la ministra -. A noi interessa evitare l’escalation di faide tribali. Meno sangue si sparge, meglio è. L’Islam ci ha insegnato il perdono. E’ giusto dare una seconda possibilità anche a chi ha ucciso”. Le patatine sono quasi finite, e il tempo a nostra disposizione anche. C’è però un’ultima questione. Tra i tanti reclami ricevuti in questi mesi ci sono anche quelli dei parenti dei 70 cittadini yemeniti catturati dagli americani in Afghanistan e detenuti da due anni a Guantanamo Bay, a Cuba. “E’ paradossale, non trova? Che io stia qui a combattere con l’arretratezza del nostro sistema, che vada in giro a ispezionare prigioni, a promuovere rapporti sulle condizioni di vita nelle nostre carceri, a farmi ridere dietro perché dico che per trasparenza metterò tutto su internet, e gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi accesso e qualsiasi diritto a centinaia di persone. L’impressione è che noi si faccia passi avanti, loro indietro”.





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