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BONINO: A KABUL SERVE MAGGIOR IMPEGNO, PURE MILITARE

Il Corriere della Sera - 12 giugno 2006 di Murizio Caprara «In Afghanistan c’è bisogno di maggiore impegno, militare e non solo», dice Emma Bonino. Ministro per il Commercio internazionale e le Politiche europee, deputata per la settima legislatura, da quando è entrata nel governo Prodi bis questa fondatrice dell’alleanza della Rosa nel pugno evita in genere di rilasciare interviste su questioni che non siano di sua competenza. Di fronte alla richiesta di parlarne prende tempo, spiega che preferisce evitare eccezioni. Ma quando le si fa notare che dell’Afghanistan lei si occupò da commissaria europea e anche dopo, accetta: «Sì, ma soltanto perché in fondo me ne interesso dal 1996 e non ho mai smesso. L’estate scorsa ci sono stata quattro mesi come capo della missione dell’Unione europea incaricata di sorvegliare le elezioni. Guidavo un team di 120 persone e ho girato tutto il Paese, da Kabul a Herat, da Jalalabad a Kandahar...». Per la missione in Afghanistan, il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer ha chiesto all’Italia aerei e più truppe. Secondo lei che cosa gli va risposto? «Non conosco i dettagli militari. Se servono più aerei o più carrarmati lo decidano gli esperti. Io sono convinta che in Afghanistan c’è bisogno di maggiore impegno internazionale». Su che cosa si basa la sua convinzione? «Con il progressivo venir meno delle truppe statunitensi di Enduring freedom, servono più forze della Nato per la missione dal nome Isaf. Se si prende il controllo di Sud e Sud-Est del Paese, delle zone nelle quali sotto le elezioni ci furono migliaia di scontri con i talebani, la presenza lì dovrà essere più robusta, come si dice in gergo. È indispensabile». Il segretario generale della Nato, nell’intervista pubblicata sabato dal Corriere, ha sostenuto che qualora gli aerei italiani dovessero bombardare lo farebbero nella cornice del mandato ricevuto dalle Nazioni Unite. Quale effetto le fa questa prospettiva? «Il problema è se l’attuale mandato ricevuto dall’Onu sia adeguato o se vada aggiornato, e di questo a livello internazionale si discute». Intendiamoci, ministro: la questione viene prima di quella discussione. Chi non vuole allargare la missione italiana, o preferirebbe farne a meno, di fronte alla tesi di de Hoop Scheffer sui bombardamenti aerei dice: giammai, l’articolo 11 della Costituzione, con il ripudio della guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali, lo vieta. Lei? «Quello è un dibattito tutto italiano, della sinistra più estremista, l’articolo 11 e così via. In realtà noi abbiamo partecipato ad altre missioni, Onu, Nato, Kosovo e altro. Il problema è della lettura dell’articolo 11». E lei come lo interpreta? «Non è un ostacolo. Il mandato delle Nazioni Unite è volto a sostenere l’evoluzione democratica dell’Afghanistan. Se questa è minacciata da incursioni organizzate di terroristi e non solo, il mandato Onu per il Sud è robusto». Quindi lei non esclude che gli aerei italiani debbano andarci e usare le armi. «No che non lo escludo. Questa missione nasce da un consenso internazionale generalizzato e di tutta l’Europa. Quando c’è una cornice internazionale così, con l’Onu, la Nato, non penso che un Paese credibile possa dire: "Però io questo non lo faccio. Vengo, costruisco le scuole. Se mi protegge qualcun altro"». Sembra che lo pensino in tanti. «Andare in quelle zone ha la sua parte di rischio. Lo sanno quanti lavorano nei progetti umanitari, figuriamoci i militari. Io sono una non violenta, non una pacifista. Ma il mondo non è non violento, dunque non è possibile escludere sempre, a priori, l’uso della forza in base all’articolo 11 della Costituzione. La si può regolare, la forza. Però queste sono missioni di altro tipo rispetto a "l’Italia ripudia la guerra"». Il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, sostiene che il bilancio dell’operazione in Afghanistan è negativo. Secondo lei, no? «No. Non credo affatto che sia un fallimento. Che ci siano difficoltà non lo metto in dubbio, si può sempre fare di più e meglio. Mancano ancora strade, elettricità. Ma si è votato e si vedono milioni di ragazze con i loro librettini in mano. E la presenza militare è indispensabile». Sulla produzione afghana di oppio, l’Occidente chiude gli occhi. Non è una piaga? «Le politiche di sradicamento e di proibizione a tutti i costi sono fallite in tutto il mondo, non si capisce perché dovrebbero funzionare lì. Sarebbe stato più utile considerare l’idea di una quota di produzione legale di oppio per farne morfina, come è avvenuto in Turchia, India, Australia. Non avrebbe risolto tutto, ma ridotto il danno. Per ora la produzione di oppio è redditizia e gli afghani, come noi, cercano reddito. Finché non esistono altri lavori redditizi». Giordano ritiene che in futuro l’Italia farebbe meglio a mandare forze in Darfur da mettere sotto comando Onu. Su questo è d’accordo? «Sì, magari. In Darfur c’è un genocidio, ma nel Consiglio di sicurezza finora non si è deciso perché c’è sempre un blocco cinese e russo. E per il Congo, mentre si prepara per l’estate la protezione del processo elettorale, il rappresentante dell’Unione europea è disperato». Perché è disperato? «È un italiano, si chiama Aldo Ajello. È disperato perché si ha difficoltà a trovare i contingenti militari necessari».





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