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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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"NON POSSIAMO ABBANDONARE UN PAESE CHE STA RINASCENDO"

La Repubblica - 26 giugno 2006 Emma Bonino: se l´Italia vuole avere un ruolo internazionale deve prendersi le sue responsabilità di Francesca Caferri SANA´A - Il viso di Emma Bonino si fa serio quando da poco sono passate le dieci. Dal palco della conferenza di Sana´a sulla libertà di stampa a cui il ministro partecipa prende la parola Abdullah Saleh, da 28 anni presidente dello Yemen. Saleh inizia a parlare di doppio standard dell´Occidente sul conflitto arabo-israeliano, di occupazione americana dell´Iraq, di necessaria reazione del mondo arabo alle pressioni esterne. Bonino, che dell´ingresso dello Yemen nel Dad - l´iniziativa del G8 Democracy assistance for dialogue, che mette insieme governi e società civile dei paesi del mondo arabo - è sempre stata sostenitrice, si rabbuia. Improvvisamente, una strada che sembrava in discesa è tornata ad essere piena di ostacoli. Che succede ministro Bonino? Nel mondo arabo torniamo indietro anche nei paesi dove si pensava che i concetti di dialogo e apertura fossero già accettati? «Non direi questo. Piuttosto che un processo come il Dad, che nasce dall´idea che i paesi coinvolti siano disposti ad accettare che i molti problemi della regione non siano più un alibi per fermare il cammino delle riforme, ha bisogno di essere rafforzato. Le parole di Saleh ci hanno molto sorpreso: poi mi ha detto di essere stato frainteso. Ne traggo una lezione: che occorre sostenere e premiare i paesi che si aprono per bilanciare eventuali momenti di smarrimento. Sono in Yemen anche come ministro per il Commercio per l´estero: voglio capire se è possibile "agganciare" il paese anche dal punto di vista del commercio e dello sviluppo industriale. Non possiamo abbandonare i paesi che hanno intrapreso un certo cammino». Compreso l´Afghanistan? «Certo, l´Afghanistan ha intrapreso un cammino, ma non lo ha completato. Da una parte ci sono quelli che si aspettano che nel giro di due anni si trasformi in un modello di democrazia, dall´altra quelli che dicono che tutto va male e andrà peggio. Io dico che gli afgani sono a metà del guado e lasciarli ora sarebbe irresponsabile». Nel governo non tutti sono d´accordo con lei. Rischiate la prima battuta d´arresto sul rifinanziamento della missione. «Nella coalizione occorre un po´ di rigore. Questa è una missione delle Nazioni Unite, in cui un governo eletto democraticamente ci chiede di restare e anzi di fare di più. Lo stesso chiede la società civile. Quali sono allora le motivazioni per cui dovremmo andarcene? Solo quelle ideologiche? Io credo che un Paese che vuole crescere sulla scena internazionale deve prendersi la responsabilità di non abbandonare a metà strada una nazione che sta cambiando». Sta cambiando davvero l´Afghanistan? Dalle ultime esplosioni di violenza non sembra che sia stata fatta molta strada negli ultimi anni. «Sono stata in Afghanistan per la prima volta nel 1997: da allora non c´è mai stato giorno in cui il dossier Afghanistan non sia stato, per un motivo o per l´altro, sulla mia scrivania. Chi non vuole vedere il cambiamento lo fa solo per motivi ideologici. Basta fare uno sforzo e parlare con la gente per vedere cosa c´è di diverso rispetto al passato: non tutto è risolto, ma almeno le donne vanno a lavorare e i ragazzini a scuola. Ci vorrà una generazione per arrivare a progressi completi, sono processi lenti. Le proteste ci sono state perché gli afgani avevano grandi aspettative e in parte sono delusi. Ma già vedere migliaia di bambine con il grembiule e la cartella è una cosa bellissima». Che contributo dà l´Italia a questo cambiamento? «Inanzitutto siamo leading country in un progetto fondamentale, come quello sulla riforma della giustizia. E poi l´Italia, insieme al resto della comunità internazionale sta dando un sostegno fondamentale al presidente Karzai, che in un contesto regionale non proprio benevolo come quello in cui si trova ad operare da solo non avrebbe certo un gran peso». Il ministro D´Alema ha detto ieri a Repubblica che la presenza italiana in Afghanistan non deve cambiare. Condivide? «Senza dubbio. Non sono io a poter dire se servono più carri armati o più militari, ma è certamente importante incrementare la nostra presenza sul piano diplomatico, su quello istituzionale e in settori come quello della formazione e dell´istruzione: il futuro dell´Afghanistan è la prossima generazione, dobbiamo sostenere loro». Significa che dovremo rimanere in Afghanistan fino a che la prossima generazione non sarà cresciuta? «Magari non militarmente. Appena sarà possibile credo che saremo tutti contenti di venire via. Ma spero che dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale non ci stancheremo tanto presto di sostenere l´Afghanistan». Crede che puntando su una maggiore presenza civile riuscirete a convincere la parte più recalcitrante della coalizione ad appoggiare il rifinanziamento? «Non lo so. Ma spero che anche la parte più massimalista della coalizione sappia capire che il mondo globalizzato non è solo uno slogan e che se lasciassimo l´Afghanistan oggi ci troveremmo nei guai nel futuro. Questa è un´operazione della Nato e delle Nazioni Unite: se un paese che è la settima potenza industriale del mondo decidesse, come vorrebbero loro, di dire no a tutte le missioni di questo tipo, di non assumersi più responsabilità fuori dai confini ci troveremmo di fronte a una situazione grave». Se quella sinistra non cambierà posizione, il governo cercherà l´appoggio dell´opposizione? «Questo non lo so. Posso solo dire che su cose come queste ci si augura che la destra giochi in modo responsabile e faccia gli interessi di tutto il paese».





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