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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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MEDIO ORIENTE, LA DEMOCRAZIA POSSIBILE ALL'OMBRA DELLA GUERRA

Giuliana Sgrena

In nessun luogo le contraddizioni tra conservazione e tentativi di modernizzazione sono così stridenti come in Yemen. Un passato che si riflette nello splendore della città vecchia di Sana'a, patrimonio dell'umanità, e quest'anno capitale culturale del mondo arabo, e un presente che vede ancora le donne scivolare invisibili - coperte da veli integrali - nelle stradine del suq: un insulto alla modernità e ai valori universali. Un ambiente che ben rappresenta le contraddizioni che hanno attraversato in questi giorni il dibattito che si è svolto nella Conferenza regionale intergovernamentale su democrazia, diritti umani e ruolo della corte penale internazionale, organizzata da No peace without justice e in particolare da Emma Bonino, e dal governo dello Yemen. Il presidente Ali Abdullah Saleh, ha ospitato la conferenza come «prova» di democrazia e di condanna del terrorismo che, sul paese che ha dato i natali agli antenati (il nonno) di Osama bin Laden, pesa come un macigno. Anche perché non sono mancati gli attacchi alle forze americane, prima ancora dell'11 settembre, come quello alla nave Usa Cole nel porto di Aden, nell'ottobre 2000 - morirono una decina di marinai Usa. Contraddizioni che hanno attraversato i dibattiti che hanno visto impegnati per due giorni nelle ampie sale del palazzo presidenziale 650 delegati provenienti dal mondo arabo, in maggioranza, Africa ed Europa. Alla fine anche gli Stati uniti, ostentatamente contrari alla Corte penale internazionale, hanno partecipato ma solo con l'ambasciatore a Sana'a. Mentre l'Europa, pur avendo appoggiato l'iniziativa con un finanziamento dei singoli governi di 250.000 euro ma presente a ranghi ridotti, ha mancato una importante occasione di confronto. Innanzitutto quello della democrazia, che è unica, come hanno sottolineato sia Emma Bonino che il segretario della Lega araba Amr Mussa, ma che può essere realizzata attraverso processi diversi e soprattutto non può essere imposta (Mussa). Più importante della dichiarazione finale, frutto di compromessi, è stata la partecipazione: per la prima volta si sono trovati insieme intorno ad un tavolo rappresentanti di governi (una trentina), di parlamenti e numerose Ong ed intellettuali che nei rispettivi paesi spesso vengono perseguitati, come l'egiziano Saad Eddin Ibrahim, direttore del Khaldun centre for developmental studies, liberato dal carcere ma sempre in procinto di tornarci. Proprio per queste presenze il governo egiziano fino all'ultimo aveva tenuto in sospeso la propria partecipazione. Mentre la Tunisia ha impedito l'arrivo al Cairo di due esponenti di Ong impegnate sui diritti umani. Nulla di scontato, dunque, nemmeno i temi - democrazia, diritti umani - che per molti dei paesi presenti rappresentano ancora un tabu, insieme alla libertà di stampa. Eppure hanno accettato di discuterne a Sana'a. Alcuni adottando un linguaggio diverso rispetto a prima dell'11 settembre: perché «il terrorismo non è un problema di diritti umani, ma il maggiore ostacolo sulla strada della democrazia», ha detto il ministro degli esteri yemenita, Abubakr al Qirbi. Il risultato più rilevante della dichiarazione di Sana'a, come ha sottolineato Emma Bonino, è il riconoscimento dei diritti delle donne «senza se e senza ma», mentre, soprattutto la delegazione del Kuwait, chiedeva il condizionamento al «rispetto dei concetti religiosi», il che, come è noto, vanifica ogni riconoscimento. E la presenza delle donne è stata senza dubbio importante, forte di una platea internazionale. Invece non è stato superato il tabu della divisione tra politica e religione. Nel dibattito sulla Corte penale internazionale sono stati in parte contrastati i timori che la Corte finisse per perseguire solo i paesi minori senza toccare i più potenti, mentre è rimasta insoluta la definizione di aggressione, necessaria per includerla nei crimini da perseguire insieme al genocidio, crimini contro l'umanità e quelli di guerra. Aggressione e occupazione, la dichiarazione chiede la fine dell'occupazione dei territori arabi e delle violazioni dei diritti dei palestinesi, il rispetto dei diritti civili e politici del popolo palestinese e il diritto al ritorno secondo le risoluzioni internazionali (senza mai citare Israele). Richieste già sostenute senza successo dagli organismi internazionali. Pur condannando l'occupazione, il documento finale non fa riferimento all'Iraq, mentre nel dibattito è stato più volte sottolineato il diritto alla sovranità del popolo iracheno con la fine dell'occupazione. Ma un riferimento specifico avrebbe richiesto una condanna della guerra, che non si è voluta fare. E' l'inizio di un processo, che dovrà proseguire. La prima richiesta avanzata alla Lega araba è quella di una conferenza delle Ong da tenere prima del vertice di Tunisi, a marzo. Un nuovo choc per i regimi arabi. Ma soprattutto occorrerà verificare se si tratta di un reale processo o solo di una firma su un pezzo di carta.





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