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DEMOCRAZIA A DOSI OMEOPATICHE

In questi giorni a Sana’a, nello Yemen, 15 paesi arabi hanno discusso di democrazia e diritti umani. Un passo importante nel tormentato percorso che il mondo musulmano sta facendo dopo l’11 settembre. Per ragioni religiose e geopolitiche, il mondo arabo è il luogo chiave in cui si misura la possibilità di coniugare islam e democrazia. Ne è convinto persino Sa-muel Huntington, il teorico dello scontro fra civiltà, che ritiene - più che l’islam - l’islam arabo il vero problema dell’Occidente. Tesi condivisa dai neocon, convinti che se la democrazia non sfonderà in quel mondo, la loro strategia, che vede la democratizzazione dell’islam come elemento di stabilità della scena mondiale, subirà un duro colpo. Ma a che punto è oggi la democratizzazione del mondo arabo? Le difficoltà incontrate in Iraq sembrano aver congelato nell’amministrazione Bush l’ipotesi del regime change nei paesi arabi, alleati o avversari, e in Iran. Gli "stabilizzatori", capeggiati da Cheney e Rumsfeld, sono scettici sull’idea di nation-building attraverso la democrazia evocata da Wolfowitz e i suoi; e puntano più sugli effetti disciplinari che derivano dal dispiegamento di potenza - o dalla sua minaccia - che sull’esportazione della democrazia. Essi temono che quest’ultima strategia possa essere controproducente per gli interessi americani e che la sua enunciazione in chiave ideologica non tenga conto della complessità etnica e religiosa delle società mediorientali. L’idea neocon sull’irresistibile appeal della democrazia non sembra tenere conto né della specificità della cultura islamica, né delle strutture sociali e politiche delle singole realtà mediorientali. Non a caso, i neocon non indicano mai gli attori politici e sociali destinati a essere protagonisti della "democrazia araba". Di fronte ai processi in corso, ha preso sempre più quota la linea teorizzata da Colin Powell, che ha come obiettivo l’introduzione nel mondo arabo almeno di "elementi di democrazia". Il Segretario di stato ha così messo nel mirino il sistema educativo e religioso dei paesi alleati. Oggi i testi dei paesi arabi, da quelli laici e nazionalisti a quelli tradizionalisti, grondano di interpretazioni e miti che alimentano ostilità ed estraneità nei confronti dell’Occidente. Democrazia compresa, presentata come elemento tipico della cultura giudaico-cristiana e come sistema che, attraverso l’istituzionalizzazione del conflitto, provoca la rottura dell’unità del corpo sociale. Un vero tabù per società olistiche come quelle musulmane. Sotto pressione americana, Egitto e Giordania hanno così modificato i loro programmi scolastici. Suscitando, a loro volta, le proteste degli islamisti. Anche i neocon non si sono mostrati troppo soddisfatti, accusando il Segretario di stato di degradare la "guerra al terrore" a un fatto di "politica scolastica". Un errore di valutazione: senza society building, senza costruzione del tessuto culturale che permette alla democrazia di germinare, non ci sarà mai il nation building a loro tanto caro. La democrazia, infatti, non è caratterizzata solo da libere elezioni, ma dalla condivisione dei principi come lo stato di diritto, le libertà civili, compresa quella religiosa, l’autonomia tra i poteri, il pluralismo informativo, l’eguaglianza di genere. In assenza di questi requisiti può forse instaurarsi quella che Fareed Zakaria chiama la «democrazia illiberale», non certo la democrazia liberale. Certo, sarebbe già un passo avanti che i governi arabi fossero scelti attraverso il principio di maggioranza scaturito da libere elezioni. Ma, se non saranno prodotti sufficienti anticorpi, da quelle libere elezioni potrebbero nascere anche governi islamisti. Decisi a loro volta a sopprimere la democrazia. Il che rinvia al perenne nodo della "democrazia protetta" - in cui forze militari, garanti delle alleanze e delle collocazioni internazionali dei singoli paesi, ristabiliscono, sopprimendo la democrazia, gli equilibri politici precedenti – come forma araba della democrazia. Algeria docet. Ma a che punto è oggi la diffusione della democra-zia, nelle sue varie declinazioni, nel mondo arabo? Nel mondo islamico vi sono numerose democrazie illiberali, mentre il mondo arabo è ancora, prevalentemente, dominato da regimi autoritari. Anche se paesi come il Marocco hanno fatto, negli ultimi due anni, passi importanti sulla strada della democratizzazione, e la stessa Algeria ha aperto progressivamente il sistema politico. L’Egitto ha promesso di marciare rapidamente sulla via della democratizzazione; e persino l’Arabia Saudita ha annunciato un progetto di elezione di metà dei membri dei consigli municipali. La conferenza di Sana’a mostra comunque che, per evitare tensioni con gli Usa o per mancanza di alternative, i regimi arabi cominciano a pensare a strategie inclusive. Certo le contraddizioni non mancano. I diritti umani sono ancora calpestati in alcuni paesi. E la questione femminile resta la cartina tornasole della reale volontà di democratizzazione. Recentemente solo il Marocco si è mosso con convinzione su questo piano. Paradossalmente sembrano godere di maggiore libertà le donne iraniane - pur prigioniere del velo, che esercitano l’elettorato attivo e passivo, hanno un alto livello di scolarizzazione e facile accesso al mercato del lavoro - che le donne di paesi alleati dell’Occidente. Questi, per sedare l’opposizione islamista, ricompongono sovente l’unità del corpo sociale sulla segregazione del corpo femminile. Per imporsi la democrazia necessita di una serie di trasformazioni. Non solo istituzionali. Solo un contesto sociale differenziato, in cui vi siano classi o ceti che nella democrazia e nella libertà si riconoscono e traggono vantaggio da regole certe e da una mobilità sociale non legata a dinamiche neopatrimonialistiche, può rendere condiviso il mutamento. Nel mondo arabo manca oggi una borghesia che non dipenda dallo stretto rapporto con i governanti. La borghesia araba non è abituata a misurarsi con il mercato e assomiglia a un ceto feudale. La mancanza di una borghesia moderna non facilita il radicarsi della democrazia. Così come non la favorisce la mancanza di una cultura politica che affronti in termini liberali i nodi costituiti dalla concezione della religione come fonte del diritto, dalla delega piena al potere politico e dall’assenza di poteri equilibranti; dalle modalità di risoluzione dei conflitti secondo la logica amico/nemico, da una seria riflessione sul concetto di libertà e di modernità. Un processo solamente elettorale, in un contesto ancora culturalmente estraneo ai valori liberali come quello costituito da grande parte del mondo arabo oggi, non basta a produrre una simile cultura politica. Esso rischia di legittimare "democrazie senza democratici". Anche se la nascita di uno spazio politico inclusivo indebolisce, di per sé, le tradizionali oligarchie al potere e apre la scena pubblica a una serie di attori sin ora esclusi. Per aprire la lunga strada della democrazia nel mondo arabo l’Occidente, e l’Europa in particolare, dovrebbe puntare su processi economici e sociali che producano differenziazione sociale e pluralismo culturale. Impegnandosi davvero, contrariamente al passato, nell’attivarli. Mandando in soffitta, così, il realismo immobilistico precedente le Twin Towers. In caso contrario, tornerebbe in auge la tentazione neocon, fondata sull’antica idea di Eraclito che Polemos sia davvero «il padre di tutte le cose»: anche della democrazia. Roberto Gatti





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