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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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DEMOCRAZIA E DIRITTI, ACCORDO NELLO YEMEN

Nella dichiarazione finale della conferenza di Sana'a no allo sfruttamento delle donne, sì al voto popolare Toni Fontana Sana’a (Yemen) – Il palazzo del presidente si è svuotato in pochi minuti e una spedizione in pullman al misterioso ed affascinante suk di Sana’a ha concluso la conferenza su “democrazia, diritti umani e corte penale internazionale”. Poi i due mondi che, per due giorni, si sono incontrati si sono separati.c’è chi è partito per Mogadiscio, Baghdad e Kabul e chi per Zurigo, Amsterdam o Parigi. Difficile dire quanto resterà di tutto quanto è stato detto tra le totti colorate di Sana’a dove Pasolini ambientò le sue “Mille e una notte”. E se certamente, almeno in parte, abbiamo assistito ad un fiction, per l’altra l’impressione che hanno dato 820 delegati di 52 paesi è di aver ormai intrapreso un percorso senza ritorno. Leggendo la Dichiarazione di Sana’a, approvata con un forte applauso dell’assemblea, si trovano gli immancabili compromessi, molte limature, anche qualche furberia che nasconde intramontabili pregiudizi ideologici, ma il resto è materiale scottante, dirompente. Se anche i capi arabi cercheranno di truccare le carte, di rimangiarsi quello che hanno detto parlando di democrazia e diritti, ormai è tardi e, se commedia è stata, tutto è avvenuto alla luce del sole, sotto i riflettori di Al Jazira. Ora molti, milioni di arabi e non, abitanti della vasta regione del mondo che va da Khartoum e Teheran e Kabul, sanno. L’incontro ha anche fatto giustizia di certi luoghi comuni diffusi anche in Occidente secondo i quali nulla si muove dove l’Islam è in maggioranza o legge dello stato. Quando ad esempio, si è parlato dei diritti delle donne, il Kuwait ha mandato alla carica i suoi ministri che hanno opposto la tradizione all’emancipazione e non volevano firmare il documento se troppo modernista. La Giordania doveva mandare cinque delegati, ma re Abdallah e la regina Rania, hanno deciso all’ultimo momento di inviare 35 tra ministri e parlamentari con un preciso mandato: dare maggire visibilità ai diritti della donna. E, nelle commissioni, c’è stata una battaglia su questo e altri temi. Né l’Emiro del Golfo, né il sovrano di Amman hanno ricevuto un mandato popolare, ma è da queste cose che si avverte che ormai il mondo arabo procede con due o forse più velocità. Segnali ve ne sono stati tanti. Il Marocco a mandato nello Yemen un giovane giurista, il professor Aziz Nouaydi, che ha esortato gli arabi ad abbandonare il vicolo cieco del nazionalismo e dall’Arabia Saudita è giunto un emissario del principe ereditario che ha parlato di cammino “progressivo” verso le democrazie facendo intendere che la successione che si annuncia a Ryad potrebbe riservare sorprese. Ma, se qualcuno s’illude che questi segnali preannuncino l’attesa ricaduta della “guerra preventiva” contro Baghdad, si sbaglia, perché i paesi arabi che l’hanno appoggiata si sono mostrati ancora più retrogadi, e poi perché uanto è accaduto e accade in Iraq ha generato solo risentimenti che, a fatica, gli organizzatori della conferenza hanno tenuto a bada. Così la Dichiarazione di Sana’a definisce una “violazione dei diritti umani” l’occupazione di territori arabi alludendo all’Iraq “ed in particolare alla Palestina” per la quale si chiede “l’autodeterminazione”. Ha però ragione Emma Bonino, regista dell’iniziativa, quando osserva che alle due questioni incombenti, Iraq e Palestina, il documento dedica in fondo poche righe senza dire nulla di nuovo, mentre la vera novità è rappresentata dai paragrafi che schierano arabi e non contro “ogni forma di sfruttamento delle donne” e poi ancora per la democrazia ed il rispetto dei diritti umani, la tutela delle diversità religiose e dei gruppi socialmente ed economicamente più deboli, in favore di sistemi politici legittimati dal voto polare, dalla separazione dei poteri, dall’indipendenza dei media e per l’approvazione di leggi che proteggano le Ong e le associazioni dagli arbitri dei governi. L’iniziativa di Sana’a rafforza anche gli impegni sottoscritti a Roma nel 1998 quando si posero le basi per l’istituzione di un Tribunale penale internazionale. Gli arabi e, più in generale i mediorientali, restano in verità i meno numerosi nell’elenco dei paesi che hanno ratificato il Trattato di Roma. Finora solo Giordania e Gibuti l’hanno fatto, ma, in questi giorni Yemen, Kenya, Oman, Bahrein e Marocco sono impegnati a percorrere questa strada. Per questo Emma Bonino dice che a sana’a è “stato preso un grande impegno” e, da domani sarà “quotidiana” la pressione della società civile sui governi. Molte le questioni sulle quali si è preferito non aprire le ostilità che avrebbero mandato all’aria l’incontro. Pena di morte e netta condanna del terrorismo sono tra queste, ma negli interventi, anche quello del ministro degli Esteri yemenita, Abubak Al Kirbi, non sono mancate le rispulse nette e chiare delle violenze e della guerra di religione contro l’Occidente. Gli arabi dicono in sostanza: “arriveremo alla democrazia, ma dateci tempo e non imponeteci la vostra legge come è accaduto a Baghdad”. Se i ministri degli Esteri europei avessero trovato il tempo di volare a Sana’a si conoscerebbe la loro risposta alle pressanti domande che ci provengono dalla penisola arabica, tra molte ambiguità e reticenze, ma meno dogmi del passato.





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