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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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"DOPO SANA'A PIU' DIFFICILE CHIUDERE LE PORTE AL DISSENSO ARABO"

La promotrice della conferenza su democrazia, diritti umani e tribunale internazionale fa un bilancio dell'incontro nello Yemen di Toni Fontana SANA'A (Yemen)Passano carrelli con casse piene di documenti, registrazioni, pellicole. Le parole pronunciate da ministri, intellettuali, donne e dissidenti di 52 paesi sono state immagazzinate in un piccolo archivio viaggiante che vediamo caricare sull'aereo in partenza da Sana'a. La conferenza su «Democrazia, diritti umani e corte penale internazionale» , o meglio la sua memoria registrata, lascia lo Yemen. Aspettando l'imbarco, Emma Bonino, che ha voluto e promosso l'iniziativa, tenta un primo bilancio. Quali risultati ritiene di aver ottenuto? «Si tratta di un inizio dal quale potrebbero derivare e svilupparsi molte altre novità che già si delineano. L'altra sera a cena, il segretario della Lega Araba, Amr Moussa, mi ha detto di aver ricevuto da un buon numero di organizzazioni non governative arabe la richiesta di partecipare al prossimo vertice che si terra a Tunisi nel mese di marzo. Non saprei dire se veramente e quanto è contento di questa novità, ma ha aggiunto che lui e i dirigenti della Lega sono consapevoli che sarà difficile, in futuro, organizzare incontri senza prevedere questa presenza. Sono stata avvicinata dal ministro degli Esteri del Sudan dove si sta concludendo il processo di pace. Mi ha detto che quanto prima, entro febbraio, occorre organizzare un'iniziativa perché un accordo che ponga fine alla guerra che dura da molti anni, non regge se non viene sostenuto. Hanno già concluso il negoziato con John Garang (uno dei capi della guerriglia nel sud ndr) e vogliono portare a termine la trattativa con gli altri leader. Potrei fare altre esempi: i rappresentati del Bahrein hanno detto che vogliono proseguire sulla strada intrapresa, convocare le elezioni». L'obiettivo della conferenza era dunque quello di fare emergere realtà sommerse che rappresentano la società civile in paesi guidati da regimi accentratori e spesso autoritari? «Vi sono realtà, presenze, spinte che "bollono sotto pelle". Spesso la società civile ha rapporti con organizzazioni internazionali, come Amnesty International, e non con i governi». E quali sono i principali ostacoli che impediscono a queste forze di manifestarsi? «'Sono ostacoli politici. Le elezioni sono ovunque pilotate, in alcuni paesi non si tengono neppure, le leggi per autorizzare l’attività di partiti e Ong sono molto restrittive. Aprire vuol dire mettersi in gioco, e pochi, pochissimi hanno questa volontà». Molti interventi di esponenti arabi esprimono punti di vista fortemente ideologici, il richiamo alla questione palestinese appare un obbligo rituale, Israele resta un tabù... «La questione palestinese e quella irachena sono gigantesche, ma, ed è questo il segnale che volevamo dare, non sono sufficienti per bloccare tutto il resto. Sono questioni di enorme portata che sono state usate come alibi per frenare tutto il resto». Dunque lei ritiene di aver piantato nello Yemen una pianta che può crescere e svilupparsi? «Il problema è chi avrà le forze, le energie e la volontà di far crescere questa pianta. Vi sono istituzioni che dovrebbero assumersi questo compito, noi siamo una piccola macchina che va avanti sostenuta dall’entusiasmo. Ma siamo consapevoli che un processo così ampio e importante non può essere lasciato alla volontà di pochi». Quali sono gli elementi di novità, ma anche i compromessi, che si possono leggere tra le righe del documento approvato alla Conferenza di Sana'a? «I contenti presenti nella bozza iniziale sono stati tutti confermati e mantenuti nella stesura definitiva. Vi è stata una discussione serrata, questo mondo non è affatto omogeneo come alcuni erroneamente ritengono. La Giordania non è il Kuwait, il mondo arabo non ha in realtà neppure una lingua eguale per tutti. Far passare il concetto di indipendenza del potere giudiziario, anche solo sulla carta, non è stato facile. Vi è stato uno scontro reale tra paesi più avanzati ed altri più arretrati. Occorre però cogliere le opportunità, favorire le novità e non affidare questo processo alla buona volontà di qualcuno. Ciò non basta». Anche in Occidente, in Europa, esistono forme di integralismo e di chiusura. Lei va controcorrente anche rispetto a queste posizioni che tendono a negare il fatto che stanno emergendo spinte al cambiamento? «L'Europa nel suo complesso e quindi anche gli stati membri tendono ad applicare una politica che definirei tradizionale. Si intrattengono rapporti esclusivamente con i ministri, con i governi. Quando i rappresentanti dei governi europei vengono al Cairo salutano Amr Moussa e se ne vanno. Non ho mai visto un ministro che, durante una visita al Cairo, abbia deciso di invitare a cena tre dissidenti. Anche in passato le cose andavano allo stesso modo, l'Europa ha tenuto questo comportamento con l'Est fino al crollo di regimi. L'unico punto di riferimento è l'apparato, mentre vi sono altri attori della politica soprattutto se ci si propone di favorire lo sviluppo. Se invece il ministro si comporta in questo modo, anche il commissario europeo lo imita e di conseguenza l'ambasciatore, e così via. Se si vuole mantenere questa politica tradizionale allora evitiamo di dire che il nostro obiettivo è la promozione della democrazia e dei diritti umani. Ammettiamo che puntiamo sulla stabilità e non sullo sviluppo delle libertà».





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