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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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UNA SCOMMESSA VINTA SENZA GUERRE

Sigmund Ginzberg Non ci sono solo George W. Bush e Osama Bin Laden. Su iniziativa dell’infaticabile Emma Bonino e della sua Organizzazione non governativa “Non c’è Pace Senza Giustizia”, delegazioni governative e non di una cinquantina di paesi, una trenita dei quali arabi e africani, hanno approvato a Sana’a, in Yemen, un documento in cui si dicono alcune cose semplici ed elementari, ma tutt’altro che scontate da quelle parti: che la democrazia è un valore universale, che democrazia significa libere elezioni, che non c’è democrazia senza salvaguardia dei diritti dell’uomo e civili, senza indipendenza della magistratura, e senza attiva partecipazione delle donne.
Gli si può dare delle mosche cocchiere. Si può obiettare che queste gocce di buone intenzioni rischiano di perdersi in un mare d’indifferenza. Che nessuno dei 16 paesi arabi del Medio Oriente può essere definito democratico, anche solo sulla base di questi criteri elementari. E che alla conferenza di Sana’a mancava, ufficialmente ma anche ufficiosamente, proprio l’unica democrazia consolidata della regione: Israele (si era diffusa la voce della partecipazione di una delegazione israeliana, ma le autorità yemenite si erano precipitate a smentirlo, quasi fosse una pecca infamante). Ma forse non gli si potevano chiedere altri miracoli (gli ci sono volute 20 ore di tensione perché tutti accettassero anche solo il riferimento alle elezioni e al ruolo delle donne). Anche se proprio da un’alrta sede istituzionale e non ufficiale, un’altra iniziativa tacciata di “scarso “realismo”, di “esercitazione intellettuale” di buone intenzioni, il negoziato “privato” di Ginevra, era venuta la più forte indicazione su come sarebbe possibile che si mettano d’accordo.
La scommessa dichiarata di Sana’a era sfatare l’assunto che la democrazia, così come la conosciamo in Occidente, “non sia cosa per il mondo arabo”. Emma Bonino, l’eurodeputata radicale che da qualche anno ha fatto la scelta di vivere al Cairo, è ostinatamente convinta del contrario. Insiste che sono in corso cambiamenti in profondità, che il mondo occidentale continua a “non volerli vedere”. “Come negli anni ’80 non abbiamo voluto vedere niente di quello che succedeva nell’Est europeo. Abbiamo scoperto Havel poco prima che diventasse presidente, siamo sorpresi dal fatto che sia caduto il Muro di Berlino, perché la nostra classe politica e giornalistica aveva rapporti solo con una parte di quelle società”, dice.
L’analogia è avvincente. Anche perché suggerisce che ci possano essere modi diversi e molto più efficaci di incoraggiare i fermenti democratici in corso, rispetto alla guerra. In comune col mondo arabo, alla vigilia del crollo i totalitarismi e gli stati di polizia del socialismo reale avevano un ventennio di totale stagnazione economica. Ma la democrazia non gli è venuta dalle baionette straniere. Così come non erano stati affatto interventi militari ad avviare tutte le altre più spettacolari esplosioni di democrazia nell’ultimo trentennio: dal Portogallo di Salazar alla Spagna di Franco, dal Sudafrica di Nelson Mandela a Brasile, Argentina e Messico. Il regime di Saddam Hussein è stato abbattuto con un intervento militare dall’esterno, e così quello dei talebani in Afghanistan. Il mondo islamico non è esploso, come qualcuno temeva. Si sta riassettando. La democrazia cerca faticosamente la sua strada in Iran, l’unico paese islamico della regione accanto alla Turchia, dove si votasse davvero. E forse anche altrove, Arabia Saudita compresa. Ma “troppa democrazia” può avere i suoi inconvenienti. Washington non gradisce ad esempio l’insistenz degli ayatollah sciiti iracheni per elezioni subito, né la possibilità che libere elezioni finiscano con il far prevalere in questo o quel paese forze ritenute “antioccidentali”. Non è sempre facile individuare una “terza via” tra regimi repressivi e Al Qaeda.
Uno dei più grandi interrogativi, ancora irrisolto, resta se il processo aperto con l’intervento riuscirà davvero a incoraggiare e a favorire le spinte democratiche che erano già in movimento nelle società islamiche o non rischi invece di bloccarle ancora di più, dando spazio all’integralismo islamico e giustificazione a tutte le controspinte in direzione contraria. Un altro interrogativo, non meno pesante, potrebbe essere, non tanto quello sul se il mondo islamico sia “pronto alla democrazia”, quanto quello invece se fino a che punto l’America di Bush sia “pronta a tollerare la democrazia nel mondo islamico”, anche nel caso che questa non le si rivelasse del tutto amica.





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